“ANIMA SCALZA”, LE ORME DELLA POESIA, NEL PRIMO LIBRO DEL CAGLIARITANO MAURO LIGGI, MEDICO CHIRURGO E FOTOGRAFO

Mauro Liggi

di CARMEN SALIS

Mauro Liggi, cagliaritano, medico chirurgo e fotografo per passione, ha presentato il suo primo libro di poesia, Anima scalza – Edizioni Amicolibro, nella fantastica cornice del Lazzaretto di Cagliari.

Mauro, ti definisci un fotografo di strada: è sempre in strada che hai incontrato la poesia? Mi piace abitare la strada, la quotidianità, trasfigurarla o documentarla. Credo che nel semplicemente vivere ci sia l’essenza dell’uomo, ed è quello che cerco a livello fotografico e poetico. Poi le definizioni lasciano il tempo che trovano, ma al centro del mio interesse umano e creativo c’è il racconto in parole o immagini della vita delle persone. Strada intesa in senso lato, strada come habitat umano.

Anima Scalza è una raccolta di poesie che accoglie e unisce i sentimenti, i tuoi e quelli di chi legge. Questo è il miracolo della poesia. È una cosa potentissima che mi è arrivata subito appena ho pubblicato le mie prime poesie e nei primi riscontri di chi ha già acquistato il libro. Il fatto che le persone si riconoscano in quello che scrivo, rende la mia vita dono condiviso, e, la condivisione, lo specchiarsi nelle mie parole, sentirle proprie è di una bellezza disarmante ma anche una responsabilità. 

C’è un filo sottile che tiene insieme la poesia e la fotografia? Credo che il filo non sia così sottile, anzi. Per me sono due linguaggi diversi che possono essere complementari. Nelle fotografie ci deve essere una bella dose di poesia, quelle sono fotografie riuscite. Nelle mie poesie ci sono molte immagini, spesso da completare, in bianco e nero.

L’Anima scalza è un’anima pura, ma anche fragile… Sono consapevole della mia fragilità, è un fardello ma anche una porta spalancata verso il mondo. Non me ne vergogno, non riesco a tenerla a bada, diciamo che conviviamo con qualche difficoltà. Ma non la scambierei con il cinismo, o l’indifferenza, o la mancanza di empatia.

Tanti i progetti a cui hai lavorato che hanno visto protagonista la fotografia. Sì. Ora sto concludendo l’ultimo grazie a una bravissima editor di Oxford. Mi piace che ciò che faccio, oltre a essere portato in mostra, diventi un libro. Fare un libro, un libro di fotografia, è un’impresa di questi tempi. Ma il libro per me ha un significato, oltre che fisico, molto emotivo.

Il focus di ogni tuo lavoro è l’uomo: hai bisogno di vedere e raccontare… Ho bisogno di conoscere, sono curioso, attratto da ciò che non conosco, compreso me stesso. Sì l’uomo. Un tempo si chiamava fotografia umanista e ha prodotto documenti magnifici, commoventi, disarmanti. Credo che il mio cammino sia in quella direzione. Anche il lavoro che faccio mi circonda di umanità. Devo ovviamente migliorare, imparare, farò errori, non sarà un percorso sempre lineare, anche perché in Sardegna non ci sono scuole di fotografia. La poesia è un dono che ho scoperto all’improvviso, ma quella è il mio campo d’interesse.

Un sogno al quale non vorresti rinunciare? Vorrei continuare a scrivere. Poesie e un libro sulla prigionia di mio nonno nei campi di concentramento americani durante la II Guerra Mondiale grazie ai suoi diari e alle lettere che abbiamo ritrovato. E infine vorrei andare in missione in Africa, io e la mia macchina fotografica, l’Africa vera, lontana dai resort. Questo è un sogno che ho da bambino, forse adesso saprei raccontarlo. Forse. L’uomo, sempre lui.

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