GRAZIA TORNA A NUORO, E’ “L’APOTEOSI”: RICORDI DELL’ULTIMO RIENTRO DELLA DELEDDA NELLA SUA CITTA’ NATALE

di LUCIA BECCHERE

Dal discorso celebrativo che il 21 giugno del 1959 il Sindaco di Nuoro Pietro Mastino pronunciò in occasione della traslazione della salma di Grazia Deledda dal cimitero del Verano in Roma alla chiesa della Solitudine.

«Popolo di Nuoro, questo al quale abbiamo partecipato non è stato solo un rito funebre ma l’apoteosi di Grazia Deledda. Mai come in questo momento io ho sentito la pochezza e l’insufficienza della mia parola ad esprimere l’empito di amore di questo popolo che rappresenta tutta la gente della Sardegna.

Questo saluto l’abbiamo sentito religiosamente nell’anima quando nel suo passaggio traverso la città siamo saliti per la antica via Majore fino alla Cattedrale e poi per la via che s’intitola al suo nome dove prima di giungere alla chiesa della Solitudine ci siamo fermati di fronte alla sua casa natale dalla quale spiccò il volo per un più grande respiro della sua arte.

Lo abbiamo sentito stretti attorno al suo feretro con i cento gonfaloni, primo fra tutti quello di Nuoro.

Le era dovuta l’apoteosi perché da cittadina della Sardegna, di Nuoro, è diventata cittadina del mondo, ed è perciò che qui è presente la Svezia che l’onorò col massimo riconoscimento.

Dolce mi è portare lo sguardo verso i nuoresi che preannunziarono e accompagnarono la grande luce della nostra scrittrice.

Ricordo i due poeti solitari, beffardi nella loro vita: Murru e Rubeddu, Dessanaj e Canonico Solinas, voci che alla tragica potenza dei primi due contrapponevano la dolcezza di un canto da usignolo; Antonio Ballero, che curò la pittura e Francesco Cucca che portò i canti della Sardegna oltremare.

Ma due soprattutto sono presenti in questa occasione: Sebastiano Satta e Francesco Ciusa.

È questa l’ideale schiera di spiriti che accompagna Grazia Deledda fino al tempio perché oggi l’umile chiesa che raccoglie le sue spoglie mortali, diventa nel mio pensiero grande come una Basilica.

Non spetta a me il compito di esaminare la sua opera e di tesserne l’elogio, lo ha già fatto la critica letteraria. Lo farà stasera l’ospite illustre, professor Bonaventura Tecchi che pronuncerà l’orazione celebrativa, con la competenza e scienza che gli sono proprie e che io, a nome di tutti ringrazio per aver accolto il nostro invito.

Voci alte dell’arte e delle lettere italiane sono presenti per l’apoteosi di questa grande figlia di Nuoro e della Sardegna che dorme l’estremo sonno in questa umile chiesa della Solitudine posta ai piedi del monte Ortobene che immaginava popolato da giganti e dei quali vedeva, in grandi archi di granito, le sepolture e sul quale il volto taciturno della Sardegna spiava gli orizzonti marini nella speranza di un’aurora.

Superato il mare nel ‘900, ella ha cantato il proprio animo con l’animo corale di tutta la nazione e, direi, di tutta l’umanità.

La Deledda ebbe accenti più larghi, note di arte superiore ma, anche negli scritti pensati durante il suo soggiorno romano, rimase sempre legata alle radici profonde di questa terra.

Certo è che la Deledda anche quando superato il mare, ha mantenuto inalterata la propria arte. È un’arte serena, in armonia con quelli che sono i dettami della coscienza. Un’arte che rimane nella sua purezza incontaminata.

Ovunque e sempre rimase sarda, portando nel mondo questa sua sardità e le voci isolane.

Come rappresentante di una stirpe, come voce potente di questa terra, ella rimane semplice serena dominatrice di sé e degli altri, anche quando la sua opera ottiene il riconoscimento del Premio Nobel.

Nuoro non è solo la città che le diede i Natali. Da questa terra trasse le figurazioni, le forme e gli spiriti della sua arte, fra questo popolo vissero, da questo popolo ha tratto i personaggi della sua opera immortale. Ora ai piedi del Monte Ortobene vigila su noi e sulla nostra città. Accogliamola con amore, reverenza e gratitudine di chi è consapevole che quanto di più nobile ed alto, Nuoro e la Sardegna hanno saputo esprimere con la sua arte che fu sigillo della nostra sardità, è dovuto all’opera di questa grande concittadina. L’onoranza ai grandi perpetua la vita».

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

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