LA CITTÀ DI COCCODÈ: UN LUOGO A CAGLIARI CREATO DA ROBERTO CAREDDA DOVE I SOGNI HANNO TROVATO DIMORA

di CARMEN SALIS

Roberto Caredda ha dato vita a un luogo non luogo, un paese che non è un vero paese, dove le case non sono vere case, e dove ogni angolo racconta una storia che non è vera. Tutto questo si trova a Cagliari, in via dell’Agricoltura  numero 5. Parlare di Coccodè è un po’ come parlare di una piccola città dei sogni, uno spazio dove Roberto Caredda, recuperando oggetti, legna, porte, tavoli, lampade, stoffe e tanto altro, ha dato vita a una nuova storia.

Roberto, quando è nato il sogno di poter mettere insieme la magia di Coccodè? Il sogno è il filo conduttore. Chi ama la manualità inizia a frugare le cose fin da piccolissimo perché viene pervaso dalla passione di trasformare, adattare e abbellire le cose utilizzando le proprie mani. È un viaggio senza fine e ci si rende conto che le cose che possiamo imparare a fare sono infinite e che si può arrivare a lavorare su qualsiasi materiale che sia legno, metallo, illuminotecnica o tessuti. Convincersi di questo può portare, nei casi più gravi, a non porsi dei limiti e sognare di realizzare un intero finto villaggio. Qualcuno dice che nulla succede per caso ed è capitato così di visitare gli attuali spazi di Coccodè, uno dei tanti immondezzai di cui, secondo mia moglie, tendo a innamorarmi, e il sogno struggente di trasformarlo si è impossessato di me. Coccodè era una ex officina grigia, anonima e inguardabile, e io mi sono sentito il prescelto a farne un qualcosa di cui cui altri si sarebbero innamorati.  Ammetto che nemmeno io all’inizio ho pensato a un villaggio, ma da sempre adoro le abitazioni antiche che raccontano la loro storia con porte e finestre incantevoli e parlanti, quindi una volta fatta la prima non è stato difficile arrivare alla dodicesima in sette anni. Il sogno che era sempre stato in me si è trasformato in un sogno realizzato, “abitabile” e condivisibile.  Sognare e osare, a mio parere, sono sinonimi, e la mia vita è stato sempre spinta verso cose nuove.

Hai dato vita, pezzo per pezzo, a qualcosa che assomiglia al paese delle meraviglie che tutti abbiamo sognato. La prima cosa che ho imparato tanti anni fa è quella che se vuoi fare una cosa, e nel farla non fai del male a nessuno, la devi fare. Coccodè penso che sia una cosa unica ma non per questo penso che possa o debba piacere a tutti.  Non so se è un paese delle meraviglie, ma sicuramente è un’anima a nudo, un invito a tutti coloro che la visitano a lasciarsi trasportare dai sentimenti dolcissimi dell’infanzia e lasciarsi andare ai propri sogni. Io mettendo in vista la mia anima faccio il primo passo verso chiunque viene toccato da ciò che vede, non ho nessuna paura di far vedere la mia anima e mi fa un gran piacere se qualcuno mi vuol far veder la sua e magari mi parla dei suoi sogni.

La città di Coccodè è aperta a tutti perché tutti abbiamo bisogno di sognare? Coccodè è sicuramente aperta a tutti coloro che hanno la sensibilità di Coccodè. Tantissimi hanno apprezzato e questo è sicuramente gratificante, ma questo non esclude che ci siamo anche sentiti fare la domanda delle domande: “Ma a cosa serve?”A queste persone rispondo sempre con un grande sorriso: “Non serve a niente!”

Una dozzina di case in questo piccolo borgo, e ognuna di queste racconta qualcosa. Essendo uno spazio in pessime condizioni le prime case sono state fatte dove avrebbero nascosto alla vista delle pareti orribili, ma fin dalla primissima, che è la casa di Babbo Natale, ci si è abbinati a un tema che a sua volta giocava su dei colori. Coccodè è un’esplosione di colori. La fantasia come sappiamo non ha limiti e quindi ognuna ha una sua storia, che è forse la storia che mi sarebbe piaciuto che mi raccontasse la persona che la abitava. Quindi accanto alla casa di Babbo Natale abbiamo ovviamente la casa degli Elfi, porta e finestra molto piccole vista l’altezza dei proprietari. La Via Roma inizia con la casa del marinaio, giocata sul bianco e celeste; la storia vuole che sia stata realizzata con le parti recuperate di una barca affondata ed è l’unica ad avere il seminterrato. A fianco la casa di don Dino sul giallo e grigio, un don laico interpellato nel villaggio per dirimere le controversie, dopo, sul viola e bianco, la casa della vedova che non naviga in buone acque, tanto che non ha la corrente elettrica e il suo campanello utilizza l’antico sistema della campanella comandata da un cordino. La successiva, sul verde acqua, è la casa del filosofo Kan Fusterix, chiusa quasi tutto l’anno in quanto lui è dovuto emigrare. La sua frase più celebre: “Sono stato bambino anche da bambino”. A seguire l’Osteria n°1000, sul rosso e totalmente addobbata per Natale, a fine giornata si lascia sempre apparecchiato per due per Santa Klaus e signora. Ancora dopo, La Bottega del Giocattolaio, in arancione e bianco, dedicata all’amico scrittore Roberto Brughitta, da sempre fattivo sostenitore di Coccodè. La successiva è la casa storta in azzurro. La ricchezza dei proprietari ha attirato le maledizioni dei compaesani e, vero o falso che sia, le fondamenta hanno ceduto. Poi c’è la casa dello strozzino sui toni del rosso e del grigio che funge anche da banco dei pegni. L’ultimo degli edifici della Via Roma di Coccodè è il Faro dei sogni nei caratteristici colori del verde e bianco, divisi dai fili di colore nero, come da tradizione dei fari del nord Europa.

Che bambino era Roberto Caredda? Ognuno di noi trova le ragioni del suo essere adulto in quanto ha vissuto da bambino, la mia non è stata un’infanzia complicata, ma sicuramente ho annoiato molti dei miei amici descrivendo anche a loro tutte le cose che stavamo vedendo ma che a loro spesso non interessavano. Vedere degli operai al lavoro mi ipnotizzava e ceravo di capire ogni loro movimento e cercavo di memorizzarli. Ricordo con piacere i falegnami ai quali andavo a chiedere i pezzetti di legno che non mi hanno mai negato, e i meccanici di auto che si fidavano di prestarmi attrezzi da lavoro per loro tanto importanti. Sicuramente sono stato un bambino curioso e a nove anni ho chiesto come regalo di Natale un trapano elettrico, ma ancora prima, e penso intorno ai cinque anni, nei caldi pomeriggi estivi mi divertiva a “verniciare” con acqua e un vecchio pennello una tapparella. Penso che il dare colore alle cose sia una vera magia e vedere come una persona tiene un pennello in mano, non ci crederete, ma a me dice moltissimo. La cosa che vorrei consigliare invece agli adulti è quella di dare fiducia ai piccoli creativi perché il blocco da superare è quello del giudizio degli altri, una volta superata la paura del giudizio si inizia a volare veramente.

Il materiale che hai utilizzato, e che utilizzi, proviene da altre storie. Si lavora soprattutto legno riciclato, la gran parte delle tavole le ricaviamo da vecchi imballaggi di vetri di grandi dimensioni. Spesso alcuni pezzi che usiamo hanno fatto parte di altre realizzazioni che sono state smantellate e che quindi trovano nuova vita. La fortuna di Coccodè sta anche nel fatto che tanti amici ci propongono materiali vari che si ritrovano per case o cantine e che hanno piacere di vedere valorizzati. Mi da grande felicità far risplendere oggetti che erano stati dimenticati.

Coccodè è ancora in costruzione come ogni sogno che si rispetti? Assolutamente, è sarà sempre in costruzione perché c’è sempre un angolo che non avevi notato che potrà essere rivalutato o un’idea che non sapevi di avere. Insisto nel dire che sognare e osare hanno lo stesso significato, e nel sognare e osare c’è tanta serenità.

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