LA CHIESA DI SANT’ANTONIO ABATE, UN PICCOLO GIOIELLO D’ARTE SACRA NEL CUORE DELLO SHOPPING CAGLIARITANO

di ROBERTA CARBONI

Quasi al centro della via Giuseppe Manno, oggi cuore pulsante della movida e dello shopping cittadino, incastonata tra i bei palazzi ottocenteschi e le vetrine modaiole dei negozi di scarpe, intimo e abbigliamento, spicca la chiesa di Sant’Antonio Abate.

L’importanza di questa chiesa è documentata già dal XIV secolo quando l’attuale via Manno era chiamata Carrer de San Anton.

L’attuale edificio è del XVIII secolo e sorge sulle vestigia della cappella dell’antico ospedale di Sant’Antonio, che comprendeva anche gli edifici conventuali, risalente al XIII e XIV secolo, gestito originariamente dai padri agostiniani e poi dai Cavalieri di Sant’Antonio di Vienne.

Nel 1638 l’amministrazione del convento, dell’ospedale e della chiesa passarono all’ ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, i quali cominciarono a ristrutturare l’intero complesso. Proprio agli Ospedalieri si deve l’edificazione della nuova chiesa, consacrata nel 1723, come testimonia una lapide posta nell’atrio.

Nel 1850 gli Ospedalieri si trasferirono nella nuova sede dell’ospedale San Giovanni di Dio, progettata dall’architetto Gaetano Cima. In seguito a questo evento, l’antico ospedale e l’adiacente convento divennero proprietà di privati, mentre la chiesa di Sant’Antonio fu ceduta all’Arciconfraternia della Madonna d’Itria.

La facciata presenta delle linee molto semplici, impreziosite dalla presenza del grande portale ad andamento mistilineo con ricca cornice modanata, che reca lo stemma degli Spedalieri di san Giovanni di Dio o Fatebenefratelli. In asse col portale, più in alto, una nicchia di gusto baroccheggiante ospita la statua del santo titolare, immancabilmente affiancato, come da tradizione, dal porcellino accovacciato ai suoi piedi.

Una leggenda vuole che Sant’Antonio Abate si fosse recato addirittura negli Inferi per impadronirsi del fuoco e donarlo così agli uomini. Nella discesa portò con sé l’inseparabile maialino, il quale, una volta raggiunte le viscere della terra, cominciò a correre da una parte all’altra seminando scompiglio ed offrendo così al santo un diversivo per bruciare l’estremità del suo bastone di ferula ed estrarre dai tizzoni le preziose scintille.

Nell’iconografia cristiana il porcellino è invece simbolo di umiltà e povertà, dimostrando l’attenzione che il santo mostrava per i poveri e i bisognosi.

Si ritiene, inoltre, che il porcellino sia da associare al cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio” – l’herpes zoster che si manifesta con eruzioni cutanee prurigginose e simili a bruciature – che un tempo veniva lenito con l’uso del grasso del maiale.

Antonio, infatti, fu venerato quale protettore da questa malattia da quando, durante la traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli in Europa, si verificarono in Francia numerose guarigioni.

Da ulteriori ricerche, tuttavia, risulta che la protezione esercitata dal nostro monaco non sarebbe stata relativa al semplice herpes zoster, bensì all’ergotismo canceroso, affezione assai più pericolosa, causata dall’avvelenamento da parte di un fungo della segale mal conservata o deteriorata. Il morbo provocava piaghe e cancrene repellenti con crisi di convulsioni e demenza, e se si pensa che la segale era alla base dell’alimentazione della gente comune del passato, va da sé dedurre che tale malattia dovesse essere diffusa e di terribile impatto fisico e psicologico. Fu curata per tutto il Medioevo proprio e specialmente dall’ordine ospedaliero degli Antoniani, riconosciuto da Bonifacio VIII nel 1297, ma attivo nel Delfinato già dall’XI secolo.

All’iconografia antoniana si riferisce pure il campanello, il quale, molto spesso, è attaccato al bastone del santo, forse a ricordo del tinnio dei sonagli che da lontano annunciavano l’arrivo dei questuanti dell’Ordine.

Ad ogni modo la presenza del maialino rese il santo protettore degli animali, al punto che a Cagliari, fino a non tanto tempo fa, era consuetudine portare gli animali al cospetto della chiesa il 17 Gennaio, data in cui ricorre la venerazione del santo, per far impartire loro la benedizione.

Già dalla parte alta di via Manno è possibile scorgere il grande cupolone, che intervalla il profilo squadrato degli altri edifici. L’interno ha pianta ottagonale coperta a cupola e sei cappelle laterali, inquadrate da paraste e voltate a botte. La decorazione è in stile tardo barocco, con intonaci di colore verde sui quali spiccano stucchi dorati. Nel presbiterio si erge un altare in marmi policromi. Sia quello del presbiterio sia gli altari delle cappelle sono opera dello scultore Giovanbattista Troiani, mentre i pregevoli dipinti sono da attribuire a Giovanni Altomonte e Ursino Buoncora.

Lungo il portico di sant’Antonio, che raccorda la chiesa all’antico ospedale – oggi in parte occupato dall’ostello della gioventù – è possibile scorgere resti di aperture tamponate, oltre a una serie di stemmi medioevali incastonati nella parete.

Il portico era parte integrante dell’ospedale stesso e risale anch’esso al XIV secolo, come dimostrano alcuni stemmi aragonesi visibili all’altezza dell’arco di accesso.

Se vi capita di passare lungo la via Manno, entrate e dedicate qualche minuto alla contemplazione di questi ambienti così sontuosi ed eleganti che trasudano arte, storia e spiritualità. Non resterete delusi!

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Un commento

  1. Ma quando si può visitare? È sempre chiusa ☹️

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