UNA VITA PER LA SARDEGNA: NELL’ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE, RITRATTO DI GIOVANNI MARIA ANGIOY

Giovanni Maria Angioy

di ADRIANA VALENTI SABOURET

Nato a Bono il 21 Ottobre 1751, Giovanni Maria Angioy è il quarto di sei figli rimasti presto orfani. La madre muore nel 1756, quaranta giorni dopo la nascita di Antonia Angela Edoarda e il padre, ordinato sacerdote, le sopravvive di un solo anno. Studia a Sassari nel collegio Canopoleno dove si distingue al punto da essere lodato in una poesia del gesuita Berlendis. Frequenta poi l’Università di Sassari dove consegue, nel 1767, il magistero di Filosofia ed Arti. Si trasferisce a Cagliari, forse per volere dello zio Taddeo che vuole impedirgli d’intraprendere la carriera ecclesiastica. Nel 1771 consegue la laurea in utroque jure e nel 1773 vince il concorso per la cattedra di Istituzioni civili.

Una brillante carriera accademica, quindi, che lo conduce a far parte della Real Udienza, il massimo organo giurisdizionale dell’epoca. Sposa, nel 1781, Annica Belgrano, figlia di un agiato commerciante di origine ligure il cui patrimonio consente a Gio Maria di dedicarsi ad esperienze imprenditoriali in campo immobiliare, commerciale e agricolo. Dal matrimonio nascono tre figlie.

Il vicerè sembra essere fiero dell’attività del giudice Angioy, mentre quest’ultimo soffre per la mediocrità dell’amministrazione sabauda.Dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1791, riprende con lena la sperimentazione sul cotone. Il vicerè loda l’attività imprenditoriale del giudice e la mentalità che non pretende di guadagnare immediatamente, accontentandosi di non perdere.

Nel 1793, la Francia rivoluzionaria tenta d’invadere la Sardegna, oltre la Savoia e la contea di Nizza, e Angioy ne finanzia personalmente la resistenza non scendendo in campo contro i francesi come Pitzolo ma inducendo lo zio Taddeo Arras ad arruolare uomini nel Goceano per inviarli a Cagliari. Pitzolo nutre un pericoloso odio verso Angioy, sentimento che spinge il conte Sindia e il Manno ad accusarlo di congiurare per trasformare la Sardegna in una repubblica. Angioy intanto fa proprie le rivendicazioni delle popolazioni campagnole, vessate dal feudalesimo tenuto in vita dai sabaudi. Lo seguono diversi funzionari e professionisti ma solo nella speranza di ottenere onori e lucrosi incarichi. Anche il basso clero sostiene il movimento democratico di Angioy mentre il popolo, paradossalmente, parteggia per le classi elevate sperando di ottenerne qualche vantaggio.

Molti nobili, al contrario, aderiscono al movimento angioyano in quanto contrari al feudalesimo. Fra questi, gli Obino e i Massidda di Santu Lussurgiu, i Mulas Rubatta di Bono, i Flores di Thiesi, i Delogu di Torralba ed altri. La Sardegna è scossa da torbidi e Angioy riceve la nomina di Alternos del vicerè. Durante il suo mandato, estirpa gravissimi abusi, fa scarcerare detenuti innocenti, induce alla pace famiglie divise da annose discordie. Angioy si reca a Santu Lussurgiu e poi a Sassari, accolto come un eroe dalla folla che inneggia all’Alternos, alla nazione sarda e alla libertà, auspicando la caduta dei baroni e dell’alto clero. Commosso dall’indigenza dei campagnoli, s’impegna ogni giorno di più ad estirpare gli abusi feudali, cosa che induce i feudatari a tramare la sua uccisione.

Angioy sostituisce i ministri di giustizia troppo esosi nell’esazione dei tributi. Provvede le città del Capo di Sopra di pane, ristabilisce la pace, ascolta tutti, riscuotendo applausi e sincere benedizioni da parte del popolo sardo. Viene chiamato padre e benefattore, costringendo i suoi nemici ad ammettere la sua popolarità che cercano di offuscare con gravi calunnie. «Ho perso la salute, il mio patrimonio, le mie figliuole, ed anche il proprio onore, ma non lascierò se questi m’agiutano di difendere tutto questo Capo di Logudoro dalla schiavitù dei feudatari insino all’ultima goccia del mio sangue». Si dirige a Santu Lussurgiu, dopo aver fatto gridare : «Viva il re, fuori i feudatari». Ancora spera che la causa per la quale combatte possa trionfare, ma il pregone viceregio contro di lui è già stato firmato.

Giunto a Sassari, viene acclamato dalla folla ma è già un ricercato costretto ad una fuga precipitosa insieme ad altri esuli. Porto Torres, Capraia, Genova, Livorno, Bologna, Ferrara, Castiglione… Angioy tenta di convincere Napoleone d’intervenire in Sardegna ma la pace conclusa con i Savoia dissuade Bonaparte dal tentare l’impresa. Angioy paga generosamente per tutti gli esuli le spese di vitto, alloggio e il ritorno in Sardegna di certuni.

Va a Genova, Marsiglia, Parigi, mentre in Sardegna si compiono atroci esecuzioni. L’ex Alternos con il Memoriale sulla Sardegna del 1799, tenta fino alla fine dei suoi giorni, di convincere la Francia a liberare la Sardegna dai Savoia creando una Repubblica protetta dalla Francia.

Muore a Parigi, assistito da Catherine Dupont, il 22 Febbraio 1808, dopo aver redatto un testamento in cui raccomanda la sua anima a Dio e riconosce di essere debitore di Madame Dupont della somma di 3500 franchi, grato delle cure e dell’affetto filiale che gli ha dimostrato negli anni.

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