ROAD 2 SARDINIA, L’ISOLA A PICCOLI PASSI: INTERVISTA AL PRODUTTORE SIMONE RIPAMONTI CHE RACCONTA IL LATO INEDITO DEL TURISMO IN SARDEGNA

di RICCARDO LO RE

Tante volte sarà capitato, al termine di una vacanza in Sardegna, di rivivere l’esperienza con un occhio diverso. Ci si chiede se si è visto tutto. E la risposta quasi sempre è la stessa. No. Ma è in molti casi normale. A volte è il tempo risicato a generare quel rimorso. Ma a volte è perché non si ha in mano una bussola capace di portare verso dei luoghi mai visti prima d’ora. Il segreto di Road 2 Sardinia, il progetto ideato da Simone Ripamonti con le riprese di Giovanni Saturno, è stato quello di rallentare il ritmo. Solo così, il viaggio a tappe attorno all’isola ha assunto tutta un’altra luce.

«Il nostro intento – afferma Ripamonti – era quello di percorrere l’isola passo dopo passo, quasi in punta di piedi. Ci siamo subito resi conto che questa non era solo una nostra esigenza ma anche quella di chi ci ha accompagnato in questo viaggio. E proprio questa frase “a piccoli passi” ci ha accompagnato come un mantra in questi 3 mesi». 

Non solo luoghi, dunque. La gente, con le loro tradizioni antiche, sono state per Road 2 Sardinia il valore aggiunto di questo viaggio. Un percorso rafforzato dal peso dell’immagine, che restituisce la bellezza di un territorio per molti inesplorato.

Cosa l’ha spinta a girare un documentario? «Il desiderio di conoscere una Sardegna diversa da quella che spesso viene descritta e vissuta dal turista abituale. Io stesso, per motivi legati al mio lavoro, non ero un esperto conoscitore della mia terra, di quei luoghi lontani dalle coste e dal turismo di massa. Volevo vivere io stesso, in prima persona, un’esperienza autentica che mi permettesse di riscoprire le mie radici e la mia terra così come non l’avevo mai vista. E ho subito pensato di voler condividere con più persone possibili questa mia scoperta, certo che ciò che mi aspettava sarebbe stata un’esperienza unica fatta di luoghi, incontri, divertimento».

L’idea del camper ha un significato particolare nel mondo del cinema. Perché questa scelta? «L’idea era quella di un viaggio “on the road” che discostasse un po’ dal concetto classico di vacanza e ci facesse uscire dalla zona di comfort. Era un modo per mettersi in gioco in prima persona: un viaggio che ti porta alla scoperta non solo del territorio ma anche di stesso. Quando qualcosa non va come hai programmato devi inventarti qualcosa di diverso, allontanarti dalle abitudini. Ogni giorno è come una sfida diversa dove ciò che assapori è la libertà. Ed è di questo che poi non puoi fare a meno: ci sei solo tu, la strada, i luoghi, le persone che incontri. Per ragioni burocratiche ed organizzative alla fine abbiamo dovuto rinunciare al camper ma mai all’idea di un viaggio “on the road”».

Poi cos’è successo? «Gli spostamenti sono avvenuti in macchina ed abbiamo alloggiato nelle strutture ricettive dell’isola, che proprio in quel periodo tra giugno e settembre stavano vivendo un momento di difficoltà. Alcuni non hanno potuto affittare delle camere; altri hanno invece avuto una riduzione significativa delle prenotazioni. Durante le tappe si è creata un’ottima opportunità di scambio, una sorta di baratto naturale dove noi davamo visibilità alla struttura attraverso le riprese e le interviste ed in cambio le strutture ci davano ospitalità. Questo è capitato in varie occasioni. Per esempio a Tempio Pausania a La Vecchia Posta; a Cabras, da Aquae Sini, un albergo diffuso. Ma tanti altri».

Come funziona l’albergo diffuso?  «Si tratta di una iniziativa interessante che stanno portando avanti gli operatori del settore turistico alberghiero e chi si occupa di turismo d’incoming come i B&B. Nei piccoli borghi le case abbandonate o ereditate vengono riqualificate e diventano dei punti di accoglienza secondo il concetto di “family experience”. È come se il borgo riprendesse vita. Un’idea geniale perché dà la possibilità al borgo di far vedere quelle che sono le eccellenze locali, permettendo al turista di vivere quelle che sono le realtà e le tradizioni del posto».

Qualche esempio? «C’è una bellissima struttura a Paulilatino che si chiama Bisos, che è stata proprio riqualificata da un architetto. È un perfetto esempio di ospitalità diffusa ecosostenibile. È dotata di una bellissima sala comune dove gli ospiti hanno non solo la possibilità di stare insieme, di cucinare, ma anche di vivere il territorio e le sue peculiarità da vicino. Può capitare, infatti, che vengano organizzate delle esperienze dove i turisti, insieme ai locali, possono imparare a fare i dolci o la pasta fatta in casa tipici della tradizione».

Dai primi episodi di Road 2 Sardinia sembra emergere una suddivisione tematica del racconto, dal mare dell’Asinara, la storia dei nuraghi fino alle tradizioni casearie. «La Sardegna è una terra che vive di varie influenze. Il nostro è stato un viaggio attraverso l’isola e le sue peculiarità: il mare, il vento, l’entroterra e tutte le sue tradizioni. Partendo da Nord, dalla punta più estrema che è rappresentata dall’Asinara l’abbiamo voluta ripercorrere tutta nella sua diversità, che è poi anche il segreto della sua bellezza ed unicità. L’isola dell’Asinara è l’isola nell’isola. Sembra essere rimasta agli anni Settanta e Ottanta, meno legata a un turismo di massa. Se ci si volesse immergere in un contesto naturale incontaminato è sicuramente uno dei luoghi di riferimento in Sardegna. Ma altrettanto accattivante ed affascinante rimane l’entroterra: la Barbagia con le sue antiche tradizioni e la sua popolazione nota per essere un po’ diffidente ma in realtà estremamente ospitale ed accogliente.

Come avete strutturato, infine, l’itinerario in Gallura? «Abbiamo deciso di toccare in maniera minima la Costa Smeralda. Una tappa “mordi e fuggi”. La Costa Smeralda vive di un turismo diverso da quello che volevamo raccontare, legato alla moda, al lusso, al turismo di massa. Noi abbiamo voluto raccontare un Sardegna che fa di necessità virtù. Un turismo un po’ più lento, “slow”. La nostra prerogativa era conoscere il territorio e le persone che lo abitavano e lavoravano per il suo sviluppo. Siamo partiti alla volta di Olbia dove abbiamo fatto visita alla Dinamo Basket Sassari, nostro partner del progetto, al Geo Village poi a Porto Rotondo da Maria Forteleoni di Kinarmonia, con la quale abbiamo potuto vivere un’esperienza di benessere al tramonto sul molo Moro a Marina di Sa Jada. Ancora nella zona di Golfo Aranci, dove siamo stati guidati in un’escursione in SUP verso l’isola di Figarolo. Da li ci siamo diretti infine nell’entroterra gallurese a Tempio Pausania per far visita a Fabio Molinas, designer espatriato a Madrid ma innamorato come noi della sua terra di Sardegna pronto a riprendersi le sue origini grazie alla lavorazione del sughero, da generazioni il lavoro di tante famiglie di questa zona della Gallura. Con lui abbiamo scoperto un processo di lavorazione innovativa della polvere di sughero prodotta dall’ultima lisciatura dei tappi, mescolata con “ingredienti segreti” che Fabio ha iniziato a commercializzare con il marchio Lebiu Design. Al termine della visita nei sughereti abbiamo potuto godere di una cena conviviale e conoscere la sua bellissima famiglia». 

costasmeralda.it

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