“MIA MAMMA LA PRIMA SEQUESTRATA”: IL RICORDO DELLA FIGLIA A 50 ANNI DAL RAPIMENTO DI ASSUNTA CALAMIDA GARDU

immagini di Assunta Calamida Gardu: sopra al momento della liberazione, in basso a destra con il marito Antonio A sinistra qualche anno prima della sua morte

di LUCIA BECCHERE

Era il 29 settembre 1970 quando a Nuoro veniva sequestrata Assunta Calamida Gardu. Un’onta che scrisse una pagina dolorosa della storia barbaricina, perfino detenuti che si erano macchiati dello stesso delitto insorsero per essere stato infranto l’antico codice barbaricino che non contemplava il sequestro delle donne. Nata a Orgosolo nel 1914, figlia di Maria Castangia e Raffaele Calamida, il medico dei poveri, aveva sposato l’avvocato Antonio Gardu di Oliena da cui aveva avuto tre figlie. Assunta Calamida è scomparsa nel 2012 a 98 anni. Abbiamo incontrato la figlia Anna, ventiduenne all’epoca dei fatti.

Come ricorda quel giorno?  «È stata una decisione presa sul momento quella di trascorrere tutti insieme una giornata nella nostra campagna a pochi chilometri da Oliena e tutto era stato molto bello. Stavamo per andare via, quando la nebbia avvolse ogni cosa. Ricordo mio cognato correre dentro casa e urlare: “Chiudi, chiudi, i banditi!”. Io pensavo fossero in transito per compiere qualche misfatto e sul momento non mi sono preoccupata più di tanto fino a che nella stanza accanto non ho visto i miei familiari che spingevano il portone per tenerlo ben chiuso. Vagavo smarrita da una stanza all’altra quando ho visto mamma e nonna che con un canapè tentavano di ostacolare ai malviventi l’accesso da un altro portone quando sulla soglia apparve una nera. Sentii sparare un colpo di mitra contro il portone e uno verso di me, mentre nonna veniva spintonata dai banditi. Vidi mia madre ormai fuori nel cortile e gli altri familiari che trattenevano mio padre per non farlo uscire in considerazione che mamma in quanto donna, sarebbe stata rilasciata subito».

A che ora è successo?  «Erano le sei del pomeriggio. A mia sorella Mariella che stava per salire in macchina con la bambina in braccio le fu ordinato in maniera perentoria “Signora vada dentro, corra”! Dopo aver comunicato qualcosa tramite una feritoia, di tutta fretta si allontanarono con la 500 di mia zia portandosi dietro mia madre. I momenti erano concitatissimi. Tutto era surreale».

Come avete reagito?  «Non c’era altro da fare se non presentarsi in caserma. La notizia si era diffusa in un baleno e una folla immensa si era radunata ad Oliena. Così ebbe inizio il nostro calvario durato 15 giorni e 16 notti».

Sua madre, come ha vissuto quella esperienza? «Era serena perché fra le mani dei sequestratori c’era lei. Non avrebbe retto se al suo posto ci fosse stato mio padre o qualcuno di noi. Non si sottraeva a nessuna domanda, qualche volta parlava con ironia dei suoi angeli custodi, dell’asinello – “la vetturetta” – a dorso del quale aveva effettuato uno spostamento e delle estenuanti marce. Soffriva di forti dolori reumatici, ma durante il sequestro era stata bene e per questo parlava della cura delle grotte. Raccontava come lungo il percorso avesse lasciato cadere la cintura dell’abito, un segno del suo passare che nessuno trovò mai».

E la famiglia? «Al momento non vivi, tuttavia si regge».

Come ricorda il momento del rilascio?  «Abbiamo appreso la notizia dalle forze dell’ordine alle sette del mattino. Ho sentito mio padre che urlava “È libera! È libera!”. Era partito immediatamente e si erano incontrati alla casermetta del Tirso».

Com’è stato l’incontro con la famiglia?  «Molto commovente. In quel momento più che mai appariva indifesa, indossava lo stesso vestito del giorno del sequestro e un cappottone, “omaggio” dei carcerieri nel volerla proteggere dai primi freddi».

Cosa ricordava dell’ultimo giorno di prigionia?  «Si era rifiutata di scrivere l’ennesima lettera, poi i carcerieri le comunicarono la notizia del rilascio».

La gente vi è stata vicina?  «Ci sono arrivate lettere di affetto da qualunque parte della Sardegna».

Cosa provava per le altre donne vittime di sequestri? «Aveva la tristezza di saperle nelle sue stesse condizioni».

Ha fatto mai riferimento al padre a cui la morte aveva risparmiato quel dolore? «No. Credo lo abbia pensato, perché vorresti che nessun familiare patisca le vicende che ti hanno colpito».

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *