MARIO SIRONI, L’ARTISTA SARDO, SCHIVO E MALINCONICO: IL GRIDO ALLUCINATO DEL GUERRIERO

ph: Mario Sironi

di LORELLA GIUDICI

«Si sa che la sua pittura è la più tumultuante di tutto il Novecento, lanciata allo strappo e al grido allucinato, violenta; e che taluni lamentano lo sbilancio del suo impeto invece di soltanto considerarne il vigore. Ebbene, questo invasato che non ha la pace dei suoi fratelli, né di Carrà, né di Casorati, né di de Chirico, questo furioso e turbinoso, ha poi una sua teoria della grande composizione». Con queste accorate parole Raffaello Giolli parla di Mario Sironi, l’artista a cui Sassari nel 1885 ha dato i natali e che nell’unico anno in cui vi ha vissuto sembra aver assorbito in sé un po’ dell’asperità e della robustezza della terra sarda.

Chi lo ha conosciuto racconta di un carattere schivo, malinconico, di un uomo di poche parole, dal viso quasi sempre accigliato e dallo sguardo pensieroso, ma anche di una personalità magnetica, volitiva e passionale. Con la tenacia di un guerriero e la caparbietà di chi sa di avere una missione da compiere, Sironi non si è mai risparmiato, ha lavorato e lottato con tutte le sue forze in difesa dell’arte, lasciandosi guidare da quella rettitudine che aveva dentro di sé e che non avrebbe mai rinnegato poiché l’arte, diceva, «esige grandezza, altezza di principi», prima di tutto morali e intellettuali.

Uomo onesto e di grande spessore, non sapeva essere accondiscendente, non era disposto al compromesso e il voltafaccia non faceva proprio parte della sua personalità. «Non ti tradirà mai», aveva detto di lui Marinetti a Mussolini. E aveva ragione. Anche quando sarebbe stato comodo tirarsi indietro, non ha mai ripudiato ciò che era stato, perché per lui, che aveva combattuto in trincea, abbracciare il fascismo aveva significato credere nell’idea di una nuova e forte nazione, ma ancor più lusinghiera e nobile era stata la prospettiva di poter lottare peril sostegno e l’affermazione dell’arte che, per sua stessa ammissione, era l’unica religione della sua vita: «Non ho sempre proclamato, contro i decadenti e i pretesi raffinati dell’arte che la pittura può e deve avere una meta morale, e tralasciando le piccole esercitazioni, esprimere un’idea e proclamarla sopra tutte le altre?».
Pittore, architetto, illustratore, scenografo, critico d’arte e poeta, Sironi ha prestato il fianco a tanti ruoli e sempre con una coerenza irreprensibile, prefissandosi di arrivare in ogni campo a «un “vero” superiore», perché è questo lo scopo dell’arte. Quindi, se da un lato, come dice Giolli, la sua pittura è «tumultuante», «strappo», «grido allucinato», «vigore» e, aggiungerei, riprendendo invece le parole di Rodari, «una lezione di tragedia», dall’altro è anche forza, visionarietà, solennità, severa armonia di forme, di volumi e di spazi. E dentro quella sua nota di amara malinconia c’è la lucida consapevolezza, forse un po’ romantica, che vivere è impegno e sacrificio: «Ogni giorno è lo sforzo immane di vivere di resistere con questo cuore schiantato dall’enorme fatica di esistere (…) sempre in solitudine atroce e resistere con l’anima devastata alla tempesta che non si ferma. In certi momenti mi illudo ancora».

Tenendo conto di questi principi, il suo percorso si compone di tanti importanti momenti, raggruppabili però in tre grandi periodi ciascuno dei quali copre un arco temporale di circa vent’anni: il primo corrisponde alla formazione, alle sperimentazioni futuriste e alla breve incursione nella metafisica di de Chirico e Carrà; il secondo comprende gli anni Venti e Trenta, ovvero la fase del “Ritorno all’ordine”, della riscoperta della classicità e della pittura murale; il terzo riguarda l’ultima stagione, quando la materia si fa più spessa e disordinata, i contorni si sfibrano, le forme si rompono in placche erratiche, le figure e il mondo che le ospita assumono caratteristiche primordiali, fisionomie arcaiche.

In ogni caso, pur dentro ai cambiamenti stilistici, tre sono i temi che restano costanti e trasversali: l’uomo, il mito e il destino, ma a volte con esiti differenti, persino opposti. Il mito per Sironi corrisponde alla cultura dell’antico, alla conoscenza della storia, all’eternità, alla volontà costruttiva. Porta ordine e armonia quando si toccano alti ideali, è invece foriero di caos e smarrimento quando non ubbidisce più alle leggi del tutto, ma a quelle del singolo. In poche parole, il mito coincide con quel vero superiore che sta oltre il reale e che per Sironi non è qualcosa di trascendente, ma ha a che fare con ciò che lui chiama “mistero”: «Il mistero continua fuori di noi. È nato prima di noi che lo inseguiamo, scavando coi picconi dell’arte e della vita quelle gallerie in cui lo vediamo luccicare in fondo. E questo mistero è irraggiungibile».

L’unica a possederlo effettivamente è la natura, la sola capace di essere vera ed eterna. L’uomo lo può solo intuire, osservando per esempio le montagne: presenze magiche e immortali della storia del mondo. Sironi ne ha dipinte tante. Non a caso, Domenico Rudatis, giornalista e alpinista, l’aveva lodato come l’interprete del «segreto dell’alta montagna». Le alture l’artista le aveva nel cuore, anzi, erano «quasi una mania» nata al «tempo di guerra trascorso sulle vette, nelle caverne alpine, sotto la neve». Un interesse che condivideva anche con il padre Enrico, lo zio Eugenio e il cugino Torquato. Ma i suoi paesaggi quando arrivano sulla tela non indugiano sul pittoresco, nascono da forme ideali, non si soffermano sui dettagli, ma suggeriscono maestosità e sapienza che nell’austerità e nell’asprezza della veduta fanno uscire quel suo temperamento drammatico e caustico. «Mi è sempre stato rimproverato di non occuparmi di campi coltivati, pittoresco da giardino, da valle, da collina, da casette sul mare e simili stupidaggini – ma di vedere soltanto rocce deserte altitudini desolate dove l’uomo si misura con la vastità dello spirito. Ebbene molti vengono a Cortina e dovrebbero aver visto una notte di luna piena e serena sull’immensa vallata dove come troni d’argento e di vetro le vette nevose ascoltano la voce di Dio nell’immenso spazio. Hanno visto e non hanno capito».
L’uomo, invece, è la variabile. Gli esseri che Sironi dipinge, nonostante la loro dirompente fisicità, non sono avvezzi all’azione e spesso sono pensierosi oppure stupefatti. Possono anche nutrirsi del grande sogno di essere dei costruttori e della convinzione di essere gli artefici della propria sorte, ma poi, quando meno se l’aspettano, saranno costretti a guardare in faccia la realtà e ad accettare l’evidente superiorità della materia (che è parte intima del mistero) e allora tutti i loro sogni irrimediabilmente s’infrangeranno.

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