LA RAFFINATEZZA DI UN SUONO CHE SI FA IMMAGINE: L’ARTE CARATTERIZZATA DAL GENIO MUSICALE DI LUIGI FRASSETTO NATA NEL REGNO UNITO

ph: Luigi Frassetto

di FRANCESCA ARCA

Compositore e musicista di grande gusto ed esperienza, dopo una fruttuosa permanenza nel panorama underground italiano e britannico e dopo gli studi presso la prestigiosa accademia di produzione per musica e cinema di Londra, il SAE Institute, Frassetto registra il suo EP d’esordio.

“The R.J. Session”, questo il nome del suo primo lavoro prodotto da Rob Jones, è caratterizzato da atmosfere indie che valorizzano il lato più autoriale dell’artista nel campo della musica per il cinema. E proprio l’esperienza londinese ne ha influenzato in modo netto l’intuizione creativa: «Il mio primo EP è da considerarsi un po’ come il sunto di quegli anni londinesi – racconta Frassetto – anni nei quali ho iniziato a dedicarmi professionalmente alla musica applicata al cinema. A Londra frequentavo i circoli del cinema e cercavo di stringere amicizie con alcuni aspiranti registi sui cui cortometraggi mi sono fatto le ossa come autore di musiche. Per chi fa il mio mestiere vivere a Londra significa stare al centro del mondo. Si è sempre al corrente delle ultime tendenze e soprattutto si lavora con una grandissima etica professionale sia in campo mainstream che underground.»

Come in ogni metropoli però il rischio è quello di perdere una parte importante della propria intima capacità di approfondire il rapporto con l’altro. «Tutto ciò che vivere in una metropoli può significare a discapito dei rapporti umani, oltre che l’alto costo della vita – continua Luigi Frassetto – sono alcuni dei lati negativi che mi hanno spinto a ritornare in Sardegna dopo sette anni di vita a Londra. È stata una decisione difficile perché qui siamo isolati davvero. In Sardegna come nel resto dell’Italia non esiste una vera industria della musica e dello spettacolo. Ci sono comunque dei vantaggi importanti: una qualità della vita altissima, la vicinanza del mare e soprattutto la possibilità di intrattenere rapporti umani molto più frequenti e più consolidati.»

Questo delicato momento di passaggio diventa l’occasione per lavorare ad un progetto a cui Frassetto pensava già da tempo e che si concretizza in “33 e ⅓”, il primo album del compositore, pensato in una speciale edizione in vinile a tiratura limitata con la copertina realizzata dall’artista visivo Adam Juresko e distribuito anche in digitale. «Ho amato molto i vecchi dischi in vinile e nel mio piccolo sono stato un collezionista. Ritrovarsi tra le mani il proprio disco è una sensazione strana e difficile da descrivere, specie perché si tratta dell’album del mio ritorno in patria.»

E ritornare significa ritrovare i vecchi sodalizi artistici, iniziando una nuova strada che tenga conto di una rinnovata ricettività e di un differente rapporto col palco. «Quando ho iniziato il percorso di compositore di musica applicata avevo smesso completamente di fare concerti. Non mi interessava la musica dal vivo perché non ci ritrovavo la mia identità di musicista e produttore di studio. Se ho iniziato ad esibirmi è perché ho maturato la necessità di far conoscere il mio nome e la mia musica al pubblico, anche se non avevo idea di come si potesse rendere dal vivo una musica nata per essere applicata ad immagini.»

Ma le collaborazioni professionali e umane servono anche a rendere plausibile ciò che non era stato previsto. Nasce così un quartetto che vede insieme allo stesso Frassetto anche Marco Testoni, Gianni Lubinu e Lorenzo Falzoi. «Lo spettacolo dal vivo è un’entità anomala in continua evoluzione che io stesso faccio fatica a descrivere. È certo che con il passare del tempo ci abbiamo preso così gusto, tanto che alcuni brani sono nati proprio per essere eseguiti in concerto. Oltre agli amici ritrovati ho avuto modo di conoscere tanti altri musicisti straordinari che, tutte le volte che è stato possibile, si sono uniti al quartetto base creando così una sorta di formazione a geometria variabile, variegata e continuamente fluttuante che ha assunto le sembianze di un doppio quartetto: un quartetto elettrico base, con un sound più abrasivo, al quale si è aggiunto un eccezionale quartetto d’archi – composto da Alessio Manca, Francesca Fadda, Gioele Lumbau e Francesco Abis – che ha fatto emergere fuori la mia vena romantica a sottolineare tutti quegli elementi che prima inevitabilmente risultavano sommersi.»

Una fusione alchemica nella quale sono andate a convergere tutte le influenze di Luigi Frassetto, dal cinema alla psichedelia, dall’avanguardia fino al pop. «Sono tutti tratti che si riscontrano nella mia musica e che credo di rileggere in una maniera prettamente italiana. Forse la mia più grande scoperta negli anni londinesi è stata proprio questa. Sono andato a Londra armato di un’esterofilia sicuramente ingenua perché poi mi sono reso conto, frequentando altri musicisti del posto, che il mio retaggio italiano era ciò che veramente mi distingueva dagli altri. Mai ad esempio avrei immaginato di scrivere canzoni in italiano.»

La conseguenza logica di tutto questo lavoro è stata quella di entrare in studio e dare alle stampe “33 e ⅓” che, proprio perché pensato per il vinile, prende il nome dai giri al minuto compiuti da un LP. I progetti però non si fermano a questo e si susseguono in modo rapido e fruttuoso. «Al momento dell’uscita di un disco, l’autore si trova inevitabilmente ad essere già andato avanti. Nel mio caso ho già prodotto altre due colonne sonore e credo che anche queste produzioni si trasformeranno in uscite discografiche. In questa continua ricerca della musica è però giusto soffermarsi ogni tanto anche su ciò che si è fatto. Sono felice di questo disco che ferma nel tempo un periodo molto particolare e importante della mia vita nel quale ho prodotto della musica che credo meritasse di essere immortalata

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