MURI DI SARDEGNA: IL LIBRO CHE RACCONTA LA TRADIZIONE DEI MURALES DAGLI ANNI 60 AD OGGI

di RICCARDO LO RE

«Ah, se i muri potessero parlare». Un’espressione di uso comune nella lingua italiana, tranne in Sardegna. Lì non solo parlano; raccontano storie. Ivana Salis, Elisabetta Borghi, Gianfranca Loi, Barbara Catte e Massimiliano Frau hanno deciso di raccogliere il meglio dei murales presenti sull’isola. Un lavoro certosino che è riassumibile in tre parole: Muri di Sardegna. Il libro, edito da Dario Flaccovio Editore, comprime in 424 pagine il meglio delle illustrazioni sparse per tutta la regione. Perché l’arte dei murales non si è formata solo in una zona specifica della Sardegna, ma si è estesa a macchia d’olio per diversi borghi.

Ma come tutti i grandi eventi, c’è sempre un momento in cui tutto ha inizio. È il 1968, l’anno della rivoluzione culturale, quando i cittadini del paese di San Sperate si trovano davanti a qualcosa di eccezionale. I muri cominciano a cambiare volto. L’argilla dei ladiri, il materiale fino a quel tempo usato per le case, viene gradualmente coperta con della calce candida e appariscente. Come se si preparasse in tempo per le festività in arrivo (in effetti, lo era, vista la festa del Corpus Domini). L’autore è nientemeno che Pinuccio Sciola, tornato da un viaggio che ha toccato diversi paesi del mondo.

La Sardegna ha sempre avuto la forza di assorbire il meglio delle culture globali. E l’arte non fa eccezione. Il muralismo messicano, una volta esportato in terra sarda, non ha più smesso di svilupparsi tra le strade di San Sperate, abbracciando il talento e le storie di artisti locali. È il bello del murales, la condivisione di uno spazio, di un’emozione, di un frammento del proprio vissuto. E che continua a evolversi con il passare degli anni, raggiungendo le aree limitrofe.

«L’obiettivo – affermano gli autori del libro Muri di Sardegna – è di mettere in luce la portata di questa peculiarità del paesaggio urbano ed extraurbano della Sardegna: si tratta di un immenso patrimonio visuale costantemente mutevole che rappresenta un vero unicum».

Un patrimonio che mette le sue radici a Orgosolo, un paese che un anno più tardi, nel 1969, conosce il suo primo murales, realizzato dal collettivo anarchico milanese Dioniso. Situato in una delle zone più suggestive della Barbagia, in pochi anni Orgosolo arricchisce il suo capitale artistico. Il primo gliel’ha offerto direttamente la natura, con la vetta del Supramonte.

Il secondo ha invece la firma dell’autore toscano Francesco Del Casino. L’artista dal 1975 crea più di 100 murales con il supporto di Diego Asproni, Vincenzo Floris e Pasquale Buesca e l’aiuto di alcuni studenti delle scuole medie del paese. Cambiando veste, è come se il borgo si fosse di nuovo avvicinato ai suoi abitanti, parlando la loro lingua, diffondendo il loro messaggio sotto forma di immagini.

E così, in altre città della Sardegna, come Villamar e Serramanna, dove la tradizione dei murales si sviluppa a partire dagli anni Settanta. Ancora oggi a Serramanna è presenta un’opera di grande significato artistico, dal titolo “Emigrazione è deportazione”, un tema che non ha smesso di essere attuale. Nel libro ci sarà ampio spazio anche alle nuove generazioni, con murales che hanno l’onere e l’onore di portare avanti una cultura che va continuamente restaurata, con colori intensi, e, perché no, nuovi racconti.    

«Muri di Sardegna – concludono gli autori – è una guida pratica da portare in viaggio, oltre che un piccolo atlante iconografico dei sentimenti, delle visioni e delle speranze di un popolo». 

https://www.costasmeralda.it/

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