LIMBA SARDA FUORI DALLA SCUOLA: QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIALE TRIESTE A CAGLIARI

di GIUSEPPE CORONGIU

La vita della lingua sarda a scuola è sempre stata grama, esangue e episodica. Ma negli ultimi due anni, a parte alcune piccole esperienze statisticamente fisiologiche, è scomparsa del tutto.

Perché? Colonialismo italiano? Colpa della cattivissima Repubblica di Roma? Imperialismo della lingua di Dante? No purtroppo, solo insipienza della nostra classe dominante politico culturale per effetto della legge 22/2018, approvata in Consiglio Regionale nella scorsa legislatura con i voti determinanti del centrosinistra.

Il progetto era veramente ambizioso (testimoniato dal solito effetto annuncio sui media), ma si è dovuto scontrare con la realtà giuridica della competenza statale in materia di programmazione scolastica che vieta alle regioni di operare sui curricola. Tale pericolo di fallimento normativo era stato ripetutamente segnalato alla Commissione consiliare competente, a molti consiglieri regionali, alla Giunta, con convegni e pubbliche prese di posizione, ma non c’era stato niente da fare.

I nostri legislatori si sentivano sulle orme di Dracone e Solone e volevano pomposamente passare alla storia. Tanto si sentivano sicuri, approvando un testo macchinoso e ampolloso, da cancellare con un comma improvvido l’unica esperienza che aveva veramente funzionato negli ultimi anni nonostante i paletti costituzionali: la famosa leggina del 2008 sul sardo curricolare e veicolare approvata ai tempi dell’assessora Maria Antonietta Mongiu.

Invece la pletora di norme, commissioni, convenzioni, protocolli, task force e strumentazione barocca varia contenuta nel capo apposito della legge approvata nel luglio 2018, come previsto non ha portato a nulla. Perché? Il motivo è semplice anche se giuridicamente contorto: nei lunghi decenni di lotta democratica per la salvaguardia delle minoranze linguistiche, la Corte Costituzionale ha sempre bloccato le Regioni che non avevano nello Statuto Speciale la competenza sulle minoranze linguistiche. E’ il caso della Sardegna.

Solo Trentino-Sud Tirolo, Valle d’Aosta e in parte Friuli Venezia Giulia hanno potestà legislativa primaria. Anche le lingue riconosciute dalla legge 482/99, tra cui il sardo, si devono comunque assoggettare al regime restrittivo. Anzi, l’articolo 4 della 482 regolamenta il possibile, non obbligatorio, ingresso a scuola. In sostanza l’insegnamento non può essere imposto, deve essere accettato dai genitori e deliberato liberamente dalla scuola “al di là di alcuna programmazione o imposizione di un’autorità locale”.

Senza entrare ora nel merito di queste inique e discriminatorie clausole, la ragione pratica del legislatore, al fine di salvaguardare l’efficacia della legge regionale, avrebbe dovuto tenere in conto le limitazioni dell’articolo 4, per due ragioni. La prima perché in uno stesso decreto di attuazione dello Statuto, approvato nel 2016 grazie alla Giunta Pigliaru, le limitazioni erano state solennemente ribadite. La seconda perché la Consulta lo aveva già costituzionalizzato come prassi in una famosa sentenza del 2007 contro il Friuli Venezia Giulia.

La stessa pronuncia che aveva ispirato creativamente il legislatore molto più illuminato del 2008 che, con la norma del sardo curricolare, aggirava la necessità della programmazione mettendo a disposizione una somma annuale per le scuole che ‘liberamente’ avessero voluto insegnare il sardo ai propri allievi. Un modo rapido per garantire, attraverso la semplificazione, la presenza del sardo come presidio. Una norma mai contestata nè impugnata che doveva restare a garanzia in attesa del nuovo sistema.

Ma i ‘salvatori della lingua’ pensavano all’epoca solo alla gloria dei titoli dei giornali.  Invece a quasi 2 anni dall’approvazione della legge, il baraccone di illusionismi non è riuscito a partire, mentre il vecchio sardo curricolare non esiste più a garantire almeno un esangue fortino di resistenza, immagine che forse sarebbe piaciuta a Giovanni Lilliu.

Il risultato è che la nostra lingua è assente dalla scuola in attesa dell’applicazione di una legge doppione in molte parti della 482 e inapplicabile in altre, sbandierata peraltro ai tempi come Nuovo Eden Linguistico. Riusciranno i nostri eroi a risolvere il pasticcio?

Prima o poi qualcosa si muoverà. Almeno in superficie. Il Presidente della Giunta è anche il segretario nazionale di un partito che non può permettersi di essere accusato di non fare nulla sulla lingua sarda. Christian Solinas conosce benissimo il problema tanto da aver presentato negli anni ben due iniziative di legge costituzionale per inserire la competenza specifica nello Statuto Speciale.

Si è impegnato in campagna elettorale sui temi dell’insegnamento e della standardizzazione della lingua. Il suo stesso alleato di ultradestra Salvini, in qualità di ministro dell’Interno, aveva garantito sostegno romano al progetto. Solinas aveva preso anche l’impegno di avocare a sé in Presidenza tutte le competenze linguistiche. Non è possibile quindi, pena un gravissimo danno di immagine, appena passata la crisi Covid 19, che resti inerte davanti al problema.

La situazione però allo stato attuale resta incerta. L’assessorato che se ne dovrebbe occupare, quello dell’istruzione, finora non ha operato svolte nè ha dato segnali di vita rilevanti sul tema. L’Udc che lo gestisce è da sempre un partito ‘tiepido’ sui problemi linguistici, più incline al mondo folkloristico e a quello sportivo. La linea sembra quella di un continuismo (prudente e coperto) con le vecchie gestioni Firino e Dessena, come testimonierebbe l’affidamento di alcuni incarichi dirigenziali.

Si lascia fare agli uffici, l’importante è che non se ne parli troppo e non montino le solite polemiche. Senza però tralasciare il tentativo di qualche colpo di mano silenzioso: nel testo del decreto semplificazione di prossima approvazione, depositato in Consiglio Regionale il 30 aprile scorso, si cercano di sottrarre le delibere dell’assessore al parere politicamente  qualificato della Commissione Consiliare competente e si cerca di mettere mano al numero e alla qualità degli ‘esperti’ chiamati a dirimere il problema dello standard. Sulla scuola però nulla, nessuna riscrittura. Si attendono notizie ufficiali sulla programmazione del PRS.

E’ chiaro che prima o poi il complicato pasticciaccio brutto della scomparsa del sardo, per quanto esangue, dalle scuole verrà almeno affrontato. Si spera entro l’autunno, Direzione Scolastica Regionale permettendo. Ci sono comprensibili resistenze.

A Roma qualcuno dice che la legge andrebbe riscritta, ma non importa granché perché comunque è la Sardegna che la deve finanziare.  Si arrangino i sardi, gente notoriamente cocciuta per luogo comune. Si tratta di una bella polpetta avvelenata lasciata in eredità dalla vecchia gestione alla nuova.

Ma gestita curiosamente da personale in continuità con la vecchia.  Da scommettere che però il rimedio non sarà molto dissimile, negli effetti pratici, alla vecchia legge sul sardo curricolare tanto disprezzata e accantonata. È nelle cose, anche se in nome del continuismo con Pigliaru gli si darà un altro nome e un’altra veste. Dopo anni di vuoto si potrebbe tornare al punto di partenza.

Neppure il grande Carlo Emilio Gadda, con la sua lingua ibridata, riuscirebbe a rendere l’idea di questo guazzabuglio tutto sardo e masochistico, giocato dentro gli schemi quasi farseschi di un ceto dominante senza memoria e senza rispetto per il bene e il lavoro comune.

Una risposta a “LIMBA SARDA FUORI DALLA SCUOLA: QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIALE TRIESTE A CAGLIARI”

  1. Il sardo si impara in famiglia non a scuola.
    anni fa fui ospite del comprensivo C.Colombo a Cagliari dove veniva insegnato il Sardo.
    A Cagliari veniva insegnato il Nuorese .. ma vi rendete conto?
    Mezza sarsegna parla campidanese e gli vogliono imporre la lingua minoritaria se pur storicamente più antica.
    Prima ci hanno imposto l’italiano ed abbiamo italianizzato la lingua nostrana (compreso il nuorese) ora vogliono imporre il nuorese (magari inglesizandolo).

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