“SA ’IDDHA MIA”: OMAGGIO DI ANTONIO CARTA AL SUO PAESE NATALE, MORES

testo e musica di ANTONIO CARTA

Sono nato a Mores (SS) il 28 novembre 1962. A  15 anni ho cominciato a suonare la chitarra frequentando un corso di musica presso l’oratorio di Santa Giuletta (PV). Mi sono perfezionato nella scuola di musica “Giuseppe Verdi” di Stradella (PV).  Ho frequentato per due anni, presso l’accademia musicale di Voghera (PV), un corso di canto moderno con Betty Villani. Ho seguito per un anno un corso del soprano statunitense Mary Grai. Mi sono proposto al pubblico, alla fine degli anni Ottanta, quale folk singer della canzone d’autore italiana: non mi sono limitato, però, a presentare i pezzi più belli dei cantautori più amati (Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè, Edoardo Bennato), ma  ho lavorato progressivamente sull’interpretazione, cercando di definire una mia identità musicale.

In questi ultimi anni, seguendo il richiamo dell’isola natìa, mi sono applicato nel musicare testi in lingua sarda scritti dal giornalista sardo-pavese Paolo Pulina.

“Sa ’iddha mia” 

La chitarra in mano, un foglio bianco e il desiderio di comporre una canzone in omaggio al paese che mi ha dato i natali. Come iniziare? Avevo appena finito di registrare il disco con i “Fiocchi d’Oliva” (gruppo che si è formato in occasione del concerto in ricordo di un amico musicista prematuramente scomparso che ha favorito l’incontro con Giuseppe Brandolini, autore di numerose canzoni portate al successo da Pierangelo Bertoli) nel quale era contenuto un brano in dialetto pavese dal titolo “Te da Damm…” che, non so per quale motivo, gli altri componenti del gruppo, compreso l’autore, hanno deciso che la cantassi io, nonostante avessi fatto notare di essere l’unico componente non pavese.

Il pezzo “Te da Damm…” è costruito sul giro armonico di Do maggiore con un tempo di tre quarti; ho iniziato ad arpeggiare, ovviamente cercando di non copiare il brano in questione, e a canticchiare la prima strofa in lingua sarda “Dae punta ’e Monte Santu a s’ala ’e Cunventu in tzertas dies canta su ’entu” prendendo spunto dai canti a stornello che ho avuto occasione di ascoltare, intonati dagli autoctoni, negli incontri conviviali quando mi trovavo a Mores per le ferie estive.  È nato  un brano con pennellate di ricordi dei miei primi cinque  anni di vita vissuti lì e con la descrizione di alcune zone del paese.

Dae punta ’e Monte Santu

a s’ala ’e Cunventu

in tzertas dies canta su ’entu;

dae Funtana ’Etza a Santa Lughìa

intendo sa ’oghe de sa zente mia.

In tempos antigos naran chi puru

in su monte sas fadas ana vissudu

e in sas campagnas tuas Sa Coveccada

in su Mediterraneu est meda fentomada.

Pro su campanile, altu e gloriosu,  

sos ateros ti naran Mores pazosu,

’antu de sa zente tua pro su prestigiu chi dada a tie.

Cando ogni tantu ’enzo a ti agatare,

e pro s’occasione fintzas a cantare,

ido sas carrelas cando minoreddu

currìa in Carrela ’e chejia pro ider sas lughes de Ittireddu.

Oro ammie cussas lughes in fundu parian lontanas un’ateru mundu,  

totu s’orizonte pro una criadura si frimmat incue.

TRADUZIONE

Dalla punta di Monte Santo

a fianco del Convento

in certe giornate canta il vento;

da “Funtana ’Etza” a “Santa Lughìa”

sento la voce della gente mia.

In tempi antichi dicono che pure

nel monte le fate hanno vissuto

e nelle campagne tue “Sa Coveccada”

nel Mediterraneo è molto famosa.

Per il campanile, alto e glorioso,  

gli altri ti dicono  Mores vanitoso,

vanto della gente tua per il prestigio che dà a te.

Quando ogni tanto vengo a trovarti,

e per  l’occasione anche a cantare,

vedo le vie  in cui da ragazzino

correvo in “Carrela ’e chejia” per vedere le luci di Ittireddu.

Oro a me quelle luci in fondo parevano lontane

un altro  mondo,  

tutto l’orizzonte per una bambino si ferma lì.

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