NEL MONDO DI SHAKESPEARE: LA TRASPOSIZIONE DI ALESSANDRO SERRA CON LO SPETTACOLO TEATRALE “MACBETTU”

ph: Alessandro Serra

di SERGIO PORTAS

Macbettuuu! Macbettuu!  Bisogna sentirle urlare queste tre streghe vestite di nero, grandi le gonne svolazzanti, “su muccadori nieddu” che copre quasi il viso degli attori maschi a meglio travestirli (ma neanche nel teatro di Shakespeare  c’erano donne) perché ti si rizzino i peli del corpo uno per uno. “Itta s’è fadendu”, cosa stai combinando con tutti questi ammazzamenti, questo sangue che non riesce a lavarsi dalle mani: prima Duncan il tuo re che pure ti aveva fatto “Barone di Glamis”, poi Banco il tuo amico di cento battaglie, e ancora tutta la famiglia di MacDuff, moglie e piccoli figli compresi, solo perché lui si è rifugiato in Inghilterra perché spaventato della tua furia omicida, che non vuole ostacoli ad accedere al trono di Scozia. Il trono nella trasposizione che ne ha fatto Alessandro Serra in questo spettacolo teatrale che porta Il “Macbeth” di William Shakespeare nella Barbagia sarda, non è altro che uno scanno sfondato, buono giusto per accostarsi al fuoco del camino nelle notti d’inverno. E allora perché di questa furia omicida? Perché anche di questa sostanza è da sempre composto l’animo degli umani, nel medioevo scozzese dell’anno mille, dalle cui leggende il grande Bardo ha tratto spunto per la sua tragedia, nel primo seicento quando l’ha messa in scena a Londra, regnante Giacomo 1° Stuard, il padre ucciso quando lui aveva otto mesi da una “congiura di palazzo”,  ai nostri giorni dove i “Re degli Stati” mandano i loro droni ( roba che ha a che fare coi robot) ad uccidere i generali nemici che si illudevano di avere il dono dell’ incolumità solo perché lontani mille e mille chilometri. Alessandro Serra che firma la regia, le scene, le luci e i costumi, giusto le musiche ha lasciato alle pietre sonore di Pinuccio Sciola, ha babbo e nonni di Lula e per qualche anno della sua vita si è illuso di essere romano, per il solo fatto che nella capitale gli è capitato di nascere. La Sardegna barbaricina durante le vacanze della scuola, da grande per un servizio fotografico sul carnevale che si svolge da quelle parti: Mamoiada, Orotelli, Lula. Quelle sonorità fatte di campanacci, il gesticolare delle maschere, il “pathos” che si spande tra i partecipanti al rito, lo hanno riportato a riconoscersi e poi scegliersi anche lui figlio della Sardegna, come suo padre. E una volta immersosi in quelle situazioni archetipiche che il carnevale barbaricino richiama, ha avuto la folgorazione di accostarle al tipo di tragedie che Shakespeare ha saputo tramandare ai posteri, rendendole immortali. Gli interpreti escono nel proscenio in una atmosfera crepuscolare, alle spalle grandi pannelli metallici che si trasformano ora in torri d’avvistamento ora in grandi tavole di banchetti, cadendo al suolo con fragore di ferro che alza contemporaneamente una polvere biancastra che tutto sporca. E su quella tavola quante gozzoviglie di commensali conniventi col nuovo re: Macbettu, che suoni di bicchieri sbattuti; poi a coprirla completamente tante forme di pane carasau e, quando il fantasma di Banco appare, ospite non invitato e con il petto nudo a certificarlo proveniente dal regno dei morti, e si mette a camminarvi sopra, lento e ieratico insieme, sembra di udire un sinistro crocchiare di ossa provenire da sotto i suoi neri “cosinzos”. Che tutti sono vestiti “alla barbaricina”, rigorosamente in nero, salvo il biancore di qualche sparato di camicia che  spunta dal corpetto. Lady Macbeth lei è l’unica (o dovremo dire l’unico) elegantemente vestita, tra gli otto interpreti è di gran lunga la più alta, in più gira coi tacchi, l’unica anche coi capelli lunghi sulle spalle, stranamente non occorre fare un grande sforzo nel percepirla come donna, nonostante ostenti barba e baffi.

La sua la scena di nudo che racconta al pubblico del suo suicidio. E comunque un ruolo sotto tono rispetto a quello che le riserba Shakespeare nella tragedia originale , dove è una vera “dark lady” e sopratutto è lei che riesce a sopire tutti i dubbi del marito quando si tratta di agire, di assassinare il re che dorme nella loro casa , nel castello di Inverness. Quando si tratta di ubriacare le guardie che vegliano sul suo sonno, indimenticabile la scena di questi uomini che si buttano su di un trogolo al centro del palcoscenico, e si spintonano come fossero dei maiali che si contendono il pastone. Lanciando urla che paiono grufoli. Anche loro a torso nudo, non più del tutto umani. I dialoghi sono in dialetto barbaricino, in alto è proiettata la traduzione in italiano e in inglese, ma tutto il teatro è fatto di corporeità, è molto visivo, certo la parlata sarda gli conferisce un di più d’alterità, con sonorità metalliche e aspre, figlie anche della trama che si svolge: battaglie, uccisioni, funerali, grandi bevute di vino. Nelle scene in cui la tensione è più viva il suono delle pietre che ha composto Marcellino Garau risulta provenire da un sovrannaturale in cui regnano i nuraghi, e le pietre che Macbettu va impilando ad ogni nuovo omicidio li ricordano anche al pubblico. Qui, alla Triennale di Milano, è fatto sopratutto di giovani che seguono attoniti, col fiato sospeso, lo spettacolo è “sold out”, tutto esaurito da tempo, credo sia alla duecentesima replica in Italia, ma ha girato in tutto il mondo con le medesime modalità: in sardo coi titoli sovrapposti, negli Stati Uniti come in Giappone, in Russia come in America latina. Dappertutto un successo clamoroso, tra i numerosi premi da sottolineare l’”Ubu”, miglior spettacolo teatrale del 2017, e l’”Hystrio” alla regia del 2019 per Alessandro Serra.

Aveva detto alla “Nuova”: “…Certo mi sento sardo, sardissimo nonostante il mio accento romano. Da ragazzino mi chiamavano Sardegnolo e mi arrabbiavo ma non mi interessa il nazionalismo o la politica, io mi occupo di archetipi, sono quelli il centro sul mio lavoro su Macbeth. Sono contrario alla chiusura come sfuggo all’immagine olografica della Sardegna o alla sua pantomima da svendere ad uso e consumo dei turisti. L’archetipo è universale, qualcosa di molto più grande delle beghe alla Salvini, che vede il mondo come un condominio. La lingua giusta per il mio Macbeth era il sardo alla Nuorese, la bellezza di ogni linguaggio è la sua musicalità, Shakespeare in italiano lo trovo verboso (si parva licet, anche io), incantabile, proprio perché l’italiano è una lingua artificiale e letteraria. Il sardo è una lingua molto più antica dell’italiano, ha un suono che rappresenta la forza della natura. A Tiblisi ci hanno accompagnato i tenores Murales di Orgosolo, come si fa a non essere incantati da un canto simile?… Altro che regionalismo, non credo che in Finlandia, a Sarajevo o Bueno Aires cogliessero o sapessero delle differenze regionali, anche se a Bogotà è comparsa tra il pubblico la bandiera dei quattro mori. Questa universalità di Macbettu era il mio obiettivo e lo abbiamo raggiunto dopo una strada certamente complicata”. Quando alla fine, come gli avevano predetto le tre streghe , il bosco di Birnan si muoverà verso di lui e certificherà la sua morte, Macbettu si specchierà nelle maschere rituali, di sughero, che gli altri sette interpreti indossano a mò di rami degli alberi che dovevano servire a nasconderli, e sarà con una leppa che MacDuff, venuto al mondo da un parto che aveva visto la morte della madre ( nessuno nato da donna potrà farti del male, avevano vaticinato le streghe) gli spaccherà il cuore. E calerà il sipario.

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