DALLA PARTE DI FANNÌA SATTA, MOGLIE PLOAGHESE DI SALVATORE MANNIRONI

di PAOLO PULINA

In uno dei volumi che ho dedicato al mio paese natale, “Su Ploaghe” (2010), tra gli altri personaggi mi sono occupato di Fannìa (Stefania) Satta, moglie ploaghese del ben noto avvocato e   uomo politico nuorese Salvatore Mannironi (Nuoro, 1901-1971). Lo scritto su Fannìa era già stato pubblicato dal compianto Tito Orrù nella meritoria rivista da lui diretta “Bollettino bibliografico e Rassegna archivistica e di studi storici della Sardegna”, precisamente nei Quaderni I semestre 1992, anno IX, nuova serie, fascicolo n. 15.

Come si può immaginare, è con vivo interesse che ho letto quindi l’intervista di Lucia  Becchere a Maria Mannironi, apparsa su questo sito web:

Dispiace che non vi sia in questa testimonianza nessun riferimento a Ploaghe (dove Fannìa era nata e dove l’innamorato avvocato nuorese andava a trovarla appena poteva) e che il più illustre dei ploaghesi, il linguista e archeologo Canonico Giovanni Spano (Ploaghe, 1803 – Cagliari, 1878), per un refuso, sia diventato il Canonico Scano!

Diamo quindi a Ploaghe ciò che è di Ploaghe. E un grazie alla mia puntuale “informatrice” ploaghese Caterina Satta.

***

A conclusione provvisoria del suo studio Salvatore Mannironi pubblicista e parlamentare. Contributo ad una bio-bibliografìa che sul  “Bollettino bibliografico della Sardegna” nn. 1-2, 3, 4 e 5-6 ha schedato e analizzato la collaborazione dell’avvocato nuorese alla stampa periodica dal primo dopoguerra al 1942, Tito Orrù nel 1986 scrive: «Da questa rapida rassegna della produzione giornalistica e dagli elenchi che la corredano si ha la riprova dell’essenzialità di questa fonte ai fini della ricostruzione della vicenda umana di Mannironi e della sua importanza anche ai fini della storia nuorese e della Sardegna del tempo. Ma il quadro che abbiamo proposto in questa rassegna trova ulteriore supporto e corredo nella letteratura riguardante il nostro personaggio (a partire dalle polemiche degli anni Venti) e nelle fonti complementari della corrispondenza epistolare (in primo luogo quella diretta alla fidanzata e poi moglie Stefania Satta di Ploaghe, di cui si curerà la stampa, come è stato annunciato)».

Le Lettere a Fannia (nome familiare di Stefania) scritte da Salvatore Mannironi alla fidanzata nel periodo 1924-1929 (le nozze furono celebrate a Ploaghe il 10 aprile 1929 in forma strettamente privata per rispetto delle gravi condizioni di salute del padre di Mannironi) sono state pubblicate nel novembre 1990 dalle Edizioni Studium di Roma (pp. 282), con una presentazione di Giulio Andreotti, a cura di Mario Scotti e Grazia Mannironi Lubrano, l’ultima figlia dell’avvocato, pubblicista e politico nuorese e della maestra ploaghese. Vi sono anche riportate le lettere che Mannironi scrisse dal carcere nel 1943 quando era recluso come oppositore antifascista (la scelta è stata fatta su un totale di oltre duemila missive).

La curiosità del lettore ploaghese è naturalmente indirizzata verso i brani delle lettere dove è registrata una qualsiasi eco del côté ploaghese di Fannia (era figlia di Raffaele Satta Spano e di Francesca “Ciccia” Falchi; era sorella di Salvatore –  meglio noto come Farico o, meglio, Faricheddu, per molti anni del secondo dopoguerra sindaco di Ploaghe –  Giommaria, Margherita e Maddalena), nata il 15 settembre del 1903 (scrive Mannironi il 14 settembre 1924: «[…] Non so se la memoria m’inganni: tra i miei appunti, al giorno quindici, trovo segnato che tu, quello stesso giorno, compirai i 21 anni. […]»).

Il nome del paese natale dell’amata comincia a dominare i pensieri del giovane avvocato innamorato al punto che, il 6 dicembre 1924, le scrive: «Fanny mia, tu non riuscirai mai a indovinare dove io abbia incominciato a scrivere questa lettera. Forse non mi crederai neppure: questa lettera è stata incominciata in “Ploaghe” (hai visto quanto son distratto? avevo scritto Ploaghe!) carcere! Horresco referens! Proprio in carcere, Fanny. Tu sei così invadente, che riesci a varcare tutte le vietate frontiere e a violare anche i segreti e i divieti del carcere. Non vi sono mura, sia pure solide e raddoppiate, né inferriate robuste che riescano a… limitare la libertà d’azione di Fanny nei… miei riguardi. Oggi son dovuto entrare in carcere per parlare con un disgraziato che mi ha nominato suo difensore […] ».

E il 28 gennaio 1925: «[…] Penso anch’io che se fossi un… bandito, non ci sarebbero carabinieri sufficienti per impedirmi di andare a Ploaghe, per vedere la mia Fannia […]».

E il 19 maggio dello stesso anno da Cagliari: «In albergo sto con persone del… settentrione; quando esco, lo stesso; quando non ho compagnia sto a Ploaghe e a Nuoro. C’è anche in questo caso lo sdoppiamento della personalità: il corpo, per forza, sta qui; il resto, che non può essere forzato da nessuna barriera, vola, scappa, è assente […]. A quanto pare, hanno intenzione di sbrigarsi entro domenica mattina, così io potrei partire domenica sera ed essere a Ploaghe verso le otto».

Dopo una sua visita a Ploaghe Mannironi fa queste considerazioni in una lettera del 12 agosto 1925: «Te l’ho detto, questi nostri incontri, anche se brevi, anche se fugaci, mi fanno un gran bene. Tutte le volte che torno da Ploaghe mi sembra di aver fatto dei passi giganteschi di avvicinamento verso la meta: e soprattutto sento che mi fan bene all’anima i momenti trascorsi con te, in quell’intimità di linguaggio e atteggiamenti che hanno consentito alle nostre anime di comunicarsi reciprocamente le cose più segrete che non è possibile neppure tradurre per iscritto e tanto meno dire nelle comuni conversazioni fatte alla presenza di terzi».

Sulla stessa linea un passo di una lettera da Bitti del 15 settembre 1925: «[…] L’ora della sera, il silenzio della campagna, la vita del paese, il ricordo tuo, e soprattutto il ricordo di altre ore simili trascorse insieme con te a Ploaghe: erano tutti elementi combustibili che accrescevano fantasticamente l’ardore della mia… fiammata interna. […] Stasera, fra le tante cose, ne ho pensata una curiosa: se Fannia diventasse la maestrina di Bitti!».

E, in effetti, non subito, ma dopo aver insegnato a Busachi e a Villagrande, Fannia farà la maestrina a Bitti, paese che lascerà quando i due fidanzati prenderanno la decisione delle nozze.

Il clima politico va appesantendosi ma Mannironi tranquillizza la sua fidanzata. Scrive il 22 novembre 1925: «Intanto di me non ti devi preoccupare neppure per quell’altra ragione lì… Tempi brutti. A Nuoro, per fortuna, continuiamo a fare quel che ci piace. Continuiamo a dire corna dei fascisti e del fascismo e nessuno ci dà fastidio. […] Se mi perseguiteranno… del resto sarà meglio: me ne verrò in domicilio coatto a Ploaghe».

Il 10 gennaio 1926 così si esprime: «… Spero che tu a quest’ora sia già in possesso della lettera che ti ho mandato a mezzo di mio cugino. Gliene farei addirittura un irrimediabile casus belli se, con la scusa della fretta, si fosse sottratto all’obbligo assunto di fare una capatina a Piaghe. … [Come delegato regionale dell’Azione cattolica sarda] sarò una specie di ispettore generale di tutti i circoli esistenti in Sardegna: dovrò perciò visitarli e sorvegliarli e andare almeno due volte all’anno a Roma per le adunanze del Consiglio Superiore. Nell’un caso e nell’altro una capatina a Piaghe è evidentemente provocata (senza contare poi che dovrò venire direttamente per il circolo vostro!) ».

Il 10 febbraio 1926 riflette: «[…] È l’ultima lettera che ti indirizzo a Ploaghe. Non esito a dirti che Ploaghe era ed è assai più simpatico di Busachi e di altri paesi. Ormai mi ero abituato a saperti là, a pensarti nella cornice luminosa di quei posti e adesso quasi quasi me ne duole che tu te ne debba allontanare. […] ».

Il 16 marzo 1926 informa su un suo progetto: «[…] la mia partecipazione all’acquisto di una fiammante motocicletta 509. Ne sento già rombare il motore nei dintorni di Busachi o di Ploaghe! […]».

Da Busachi Fannia è trasferita a Villagrande. La raggiunge lì una lettera datata 22 novembre 1926 dove è scritto: «È stata pubblicata, in questi giorni, una circolare ministeriale con cui s’impone definitivamente il congedo per gli insegnanti anti-fascisti. Non sarà male che anche tu ti tenga pronta a far le valigie. Non si sa mai! Non escludo… che qualcuno o qualcuna abbia pensato a denunziarti! Io naturalmente accenderei subito un lumicino… a Sant’Antonio, se dovessi vantarmi, in un domani lontano, di avere una moglie che, oltre tutto il resto, ha anche l’onorifico titolo di martire delle idee ».

Da una lettera del 27 agosto 1928 i lettori vengono illuminati su quella che era la qualità della vita Sessanta e passa anni fa in Sardegna e i lettori ploaghesi trovano un simpatico riferimento a una caratteristica via e a una tipica abitudine del loro paese: «Ti premetto che questa puntata dovrà essere breve breve, perché mi dà gran fastidio scriverti alla mesta luce di una stearica che stanotte ha dovuto sostituire, non so perché, la luce elettrica. Capirai: fin che la stearica dava luce a… Villagrande, a Bitti, o a Ploaghe per illuminare, per poche ore, la vita che facevo con Fanniedda mia, la cosa era tollerata, e direi appariva simpatica, perché incorniciava meglio certi quadretti di vita intima familiare nostra. […] La tua d’oggi mi è piaciuta tanto tanto e mi ha fatto bene. Ieri proprio a quell’ora, alle 19, non mi riusciva di pensare che cosa mai tu stessi a fare. Ciò che mi hai detto oggi mi è bastato. Le sedute di carrela longa sono sufficienti per tacitare le mie esigenze! Come vedi, sono di molto facile contentatura. Ci stavo pensando anche ieri… alle mie tendenze e abitudini spiccatamente paesane. Mi sento cittadino, o addirittura metropolitano per certi lati di vita spirituale e anche materiale: ma fondamentalmente mi sento villico, paesano. Ne ho avuto la riprova in venti giorni di vita ploaghese che è stata per me la parentesi più bella che mi si sia aperta in ventisette lunghe primavere. Ridi?  Eppure  è  così.  Sarà,  forse,  la  compagnia  tua  che  opera   certi miracoli. […]».

Carrela longa è a Ploaghe la denominazione corrente della Via Roma, cioè la strada lunga che, parallela al corso (naturalmente intitolato a Giovanni Spano, il famoso archeologo e filologo, genius loci), raccoglie le case (e racchiude le storie) di molte famiglie ploaghesi (una curiosità: la casa di Fannia Satta era sopra la « Bòvida », cioè sopra la volta di un passaggio che collega Carrela longa con Via Arrio, che immette nel centro storico).

L’ultimo cenno a Ploaghe contenuto nel volume è in una lettera del 12 marzo 1929, cominciata a Ozieri, ore 9: «Questa fermata di pochi minuti alla stazione di Ozieri mi invita senz’altro a continuare il colloquio che circa un’ora fa abbiamo interrotto alla stazione di Ploaghe. Se non ci fosse di mezzo… il treno, l’impressione che quel colloquio continua anche nella realtà, sarebbe ancora più viva. […] ».

Nelle lettere dal carcere del 1943 (Mannironi, tenace oppositore del fascismo, venne arrestato il 13 gennaio del 1943 ed internato nelle carceri di Cagliari, Oristano, Roma, ed infine nel campo di concentramento di Isernia, dal quale fuggì durante il terribile bombardamento del 17 settembre 1943) Mannironi non tralascia di salutare i fratelli della moglie, Farico e Giommaria, «e tutti quelli di casa sua».

Viene riportata per ultima, perché spiega il titolo e il senso di questa raccolta di frammenti ploaghesi dell’epistolario di Salvatore Mannironi, una lettera del 15 giugno 1926: «[…] Ieri, dopo che ho imbucato, prima di addormentarmi, mi son trattenuto a leggere un manoscritto di un libro di prossima pubblicazione e che è un interessante studio proprio di vita e di psicologia infantile. Me lo ha voluto passare l’autore che è un mio buon amico nonostante sia commissario a Bitti, di apparente marca fascista! Si chiama [Salvatore] Cambosu ed è cugino di Grazia Deledda. Mi è piaciuto tanto il tema, e poi anche l’intelaiatura. Gli ho consigliato di pubblicarlo senz’altro. Siccome lo sta facendo esaminare dagli amici che lui classifica come persone intelligenti, gli dirò che lo mandi anche a te, per averne anche il tuo giudizio… ».

Ecco, proprio perché Fannia Satta era sicuramente una persona intelligente, sarebbe stato bene pubblicare non solo le lettere di Mannironi a Fannia ma anche quelle di Fannia a Mannironi, insomma quello che si definisce il «carteggio». È questa ovviamente una considerazione pro domo mea, in quanto si può intuire che nelle lettere di Fannia siano rintracciabili molti riferimenti alla vita della comunità ploaghese negli anni Venti (e questo non può non interessare un ploaghese come me); ma si può anche qualificare pro domo sua: le lettere di Fannia avrebbero dato in questo volume (o potrebbero dare in un altro) la misura della sua intelligenza e la precisazione non mediata dei suoi punti di vista.

Una risposta a “DALLA PARTE DI FANNÌA SATTA, MOGLIE PLOAGHESE DI SALVATORE MANNIRONI”

  1. Per informazione del dott.Pulina: ieri a Lissone, 21 febbraio 2020 nell’ambito della bellissima e partecipata manifestazione del ricordo della partita di calcio tre CAGLIARI e PRO LISSONE, in occasione del Centenario del Cagliari, il sottoscritto, nel ricordare la situazione economica della Sardegna degli anni Venti, ha menzionato un ploaghese particolare il magistrato e storico economico GIOVANNI MARIA LEI SPANO e la sua sempre attuale QUESTIONE SARDA. 😊

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