A MILANO, CON 109 AZIENDE DALL’ISOLA: L’APPREZZATO PRODOTTO SARDEGNA NELLE FIERE IN GIRO PER IL MONDO

di SERGIO PORTAS

Ogni Natale che se ne viene, e in specie negli ultimi anni, sempre più dispero che scoppi la prima pace mondiale (vedi alla voce:  “Laudato sì, ultima enciclica di Papa Francesco). Sempre mi dico: se sono già scoppiate due guerre mondiali, possibile che la pace mondiale non scoppi mai? E una volta scoppiata come si presenterà allora il mondo? Spaventosamente più ricco sicuramente, pensate che solo le banche smettessero improvvisamente di finanziare i produttori di armi e destinare alla fine della fame nel mondo gli stessi soldi, si formerebbe un tesoretto di 508 miliardi di dollari (fonte: “Valori”, “Banche armate”, 10.04.2018). Per vedere materializzato il nuovo ordine mondiale ho scoperto una volta di più che non mi occorrono sforzi di fantasia, basta recarsi, alla fiera dell’artigianato di Rho-Milanofiera. Prima cosa che fanno, subito dopo averti scandagliato alla ricerca ora di quelle armi che in quel futuro che vi dicevo saranno da ogni dove bandite, ti mettono in mano la mappa del nuovo ordine mondiale che hanno allestito qui: nove padiglioni, quasi fossero i nuovi continenti in cui l’Italia la fa ovviamente da padrona, e poi l’Europa finalmente unita all’Africa e il Medio Oriente ma pure agli Usa che, pensate come vanno le cose della storia, ha uno spazio inferiore a quello del Marocco. L’Asia è con l’America Latina e  lo spazio cinese è ben rappresentato ma, paradossalmente il piccolo Nepal occupa più spazio di tutto il continente indiano. Tutti a mettere in mostra prodotti dei loro artigiani, più di cento i paesi rappresentati, 42 ristoranti etnici, il meglio della gastronomia mondiale, danze e musica tutti i giorni. Per trovare la Sardegna basta seguire il suono delle launeddas. Fanno parte della Fondazione “Maria Carta” di Siligo, ci sono anche tre coppie di ballerini con costumi sontuosi, un organetto, chitarra, tamburino e pipiolu. Giacomo Serreli, giornalista, musicologo, scrittore di libri, cagliaritano, è qui in qualità di presidente il Comitato Scientifico che sovrintende all’attività della Fondazione del piccolo paese del Logudoro (creazione museo Maria Carta, fondazione centro etno musicale, organizzazione di rassegne, convegni e seminari sulle culture materiali e musicali della Sardegna, istituzione di un premio annuale al loro sostegno, ecc.) è “regista” dell’operato di questa piccola squadra. Con loro anche un “duo: voce e chitarra”, la cantante Manuela Ragusa di Maracalagonis, il chitarrista Mario Pierno (in arte Marius) che viene da Quartu. Li sento eseguire una “Mamoiada”dei Tazenda da brivido. Come suonano in gruppo con gli altri si forma una folla di gente che pare di essere alle sardine di piazza Duomo l’altra sera. E quando i ballerini attaccano un “passu torrau” mettono ali ai piedi anche dei bimbi più piccoli, che dapprima li guardavano  a bocca aperta neanche fossero stati parenti dei Re Magi. Se  dovevano funzionare come biglietto da visita della Sardegna direi che il risultato è ottimo e abbondante, come il rancio delle reclute di una volta. Le aziende sarde in fiera sono 109, delle quali 43 di artigianato artistico e 66 di agro-alimentare, 25 della provincia di Sassari, 35 di Nuoro, 9 della provincia di Oristano, 30 di Cagliari e dintorni. 10 del Sud Sardegna. I settori manifatturieri rappresentati sono tessitura e ricamo, intreccio, coltelleria, ceramica, corallo e metalli preziosi, cuoio e pelle, legno e sughero, vetro e pietra. Alcuni di queste aziende vengono a questa fiera da più di vent’anni, la Itria zafferano di Turri è una di queste e può essere presa a simbolo di quello che possono fare anche singole famiglie in paesini di poche centinaia di abitanti. Certo la signora Maria Itria (nata Paulis in Pischedda) è un vero caterpillar, altro che “manager”: “ Manager? Io sono mamma e basta- ha detto all’”Unione sarda”-una mamma che viene da una famiglia di contadini. Che ha lo zafferano nel cuore. E con lo zafferano noi ci guadagniamo da vivere”. Azienda a condizione che più familiare non si può, marito in amministrazione, i figli alla produzione: agricoltura biologica di Sardegna: zafferano, peperoncino e spezie. Bacche di mirto fresche, ogni confezione, mi dice la signora Maria Itria, buona per due litri di liquore, costo 5 euro. Stand al salone del gusto di Torino, ma anche alle manifestazioni Cibus di Parma e Tuttofood di Milano. Ha scritto un libro di 60 ricette ( quasi introvabile) per come utilizzare in cucina l’”oro rosso”, ma dice di poter arrivare a 300. Prima o poi la nomineranno ambasciatrice del paese, a Turri, al centro della Marmilla pianeggiante, tra la Giara di Gesturi e quella di Siddi. Nella zona “Molinu” all’entrata del paese si trova la più grande concentrazione di ulivi secolari di tutta la Sardegna. Questa primavera hanno piantato 150.000 piante di tulipani d’ogni colore: “Tulipani in Sardegna”, uno spettacolo davvero indimenticabile. E internet che fa da volano per ogni iniziativa e per l’e-commerce. Anche i gioiellieri “Marrocu” di Villacidro sono antichi frequentatori di questa fiera, espongono veri capolavori d’arte orafa, nei quali la filigrana la fa da padrona, c’è ne è per tutte le tasche, dalle spille bottoni con granato centrale, oro a 18 carati, 2.400 euro la grande, 600 la piccola, agli orecchini pendenti con stellina e cavalluccio marino che vengono via a 46 euro, o quelli a corbula filo a spirale a 64 euro. La signora Monda si dice abbastanza soddisfatta del giro di affari di quest’anno, anche perché la loro clientela è consolidata da rapporti più che ventennali. Chi si dice soddisfattissimo: “abbiamo venduto quasi tutto”, è suo marito: “Di oro e gioielli non ne voglio sentire, il mio oro sono le arance e i mandarini di Villacidro ( nomen-omen) che con il mirto costituiscono le tre eccellenze del suo liquorificio artigianale “Dulcore””. Il rito dell’assaggio è d’obbligo, ne va del dovere di cronaca. E, giusto per un confronto doveroso, al “Sulky” di Sant’Antioco, altro liquorificio artigianale gestito da due giovanissimi: Laura Piras e Simone Balia, mi lascio tentare dal “miele ardente”, rigorosamente da miele e acquavite di vinacce sarde. Hanno anche un liquore di mirto e di acquavite e, menzione speciale al “Sadinia Food Award 2018”, un liquore di frutti di fico d’india.

Con le foglie spinose del fico d’india Sara Montisci, trentenne di Sardara, intreccia in resina composizioni originali e uniche: diventa e si propone come: “La ragazza del fico d’india”, una magia la sua capace di tramutare le fibre della pianta in gioielli. Prezzi assolutamente abbordabili per un prodotto impossibile da replicare in serie,  sicuro non ne troverai un’altro uguale a quello che si farà scegliere, dentro esso: anche un pizzico di suolo, vento e sole di Sardegna. Molto di sardo ha anche il cartello, stampatello scritto a mano, che recita: “ State attenti a rubare perché la telecamera è di fronte a voi”, molto gentilmente quelli dell’”Arburesa”, coltelleria di Arbus di solide tradizioni, avvisano i “finti compratori” che saranno immortalati se, incidentalmente, dimenticheranno di pagare il coltello scelto. E loro ne hanno di quelli davvero preziosi. Più astutamente nello stand dei F.lli Piccioni, coltellinai guspinesi de “La Risuolatrice” sono sempre in coppia: quattro occhi vedono ( e vigilano) più di due. Chissà se saranno migliori i coltelli di Arbus o quelli di Guspini, la prossima volta lo chiederò a Andrea Cadoni che fa gioielli d’autore a Montevecchio. Usa per le sue creazioni le conchiglie che il mare deposita per lui sulle spiagge della Costa Verde. Ne pone accanto a quelle che ha già intagliato e poi molato fino a intrecciarle con fili d’oro e d’argento. Quando gli dico di nonno Cherchi che nelle miniere di Montevecchio ha lasciato la salute, mi fa vedere una sua statuina ricavata da una di quelle concreazioni che la miniera offre a chi osa calpestarla, pare fatta di giada. Sono degli artisti questi artigiani, dei rinnovatori, anche nei settori che non diresti mai, al consorzio San Michele di Berchidda uno si immagina di trovare solo dei vermentini che vengono dai vitigni piantati sulle pendici del Limbara, e ci sono naturalmente: vermentini di Gallura dai nomi fantasiosi: Sinfonia (si beve con Paolo Fresu durante il festival jazz), Invidia e Superbia (gallurese superiore). Ma hanno messo in produzione anche un rosso: Gola: 70% di cagnulari, 15 di cannonau, 15 di merlot. Le uve? Vengono da  Usini. E questi di la “Genuina” di Ploaghe che fanno salumi, coi maiali nati e allevati in Sardegna ovviamente, ma anche salumi di capra e di pecora. E anche di mucca: bovini nati e allevati dalla cooperativa produttori “Arborea”, un marchio che si è guadagnato un invidiabile credito, simbolo di qualità certificata. E questo “Salamino” è senza glutine e senza lattosio. Pronto ad invadere i  mercati del Medio Oriente e di tutti quei  paesi la cui religione vieta di mangiare l’impura carne di maiale. Come Israele, non a caso nei presepi che fanno rivivere la storia di quella famigliola ebrea con mamma incinta che mise al mondo il suo primo bimbo in una capanna ( o forse una grotta) a Betlemme di Galilea giusto un 2000 anni fa, ci sono sempre un mucchio di pecore e i maiali mai pervenuti. Bue e asino indispensabili per scaldare l’ambiente. Qui alla fiera è naturalmente tutto un “natalificio”: dal Trentino i classici presepi intagliati a mano nel legno delle Alpi dolomitiche ai tipici presepi napoletani ( Nicla Srl. Da Portici) con statuette in terracotta finemente lavorata e decorata a mano, con vestiti in stoffa vera. Raccontano tutti una storia antica…improbabile, eppure: sentite questa, letta su “Repubblica” dell’8 dicembre scorso: “ Confine di Trieste, un treno partito tre giorni fa dalla Serbia destinazione Ravenna, vecchi vagoni sigillati che trasportano laterizi, calce e argilla sfusa. Gli agenti della polizia ferroviaria sentono dei lamenti. Ci vogliono i vigili del fuoco per rompere il sigillo azzurro numero 013663 che blinda il vagone. Spuntano quattro bambini, semiassiderati, sporchi di calce, gli occhi impauriti. Dietro di loro una giovane mamma incinta. Sono siriani, la mamma parla solo arabo, è il più piccolo, avrà quattro-cinque anni, che parla anche un buon inglese. Il babbo non si sa dove sia ( anche il “nostro” San Giuseppe non è che sia granché presente nella storia del bimbo galileo). Se riusciranno a superare i “decreti sicurezza” di salviniana memoria (si sa che i terroristi non hanno età) e troveranno una qualche capanna della Caritas che dia loro asilo, non dubito che nel giro di qualche mese tutti i quattro bimbi parleranno anche in italiano. Come la sorellina che nascerà (basta maschi feroci!). E insieme agli angeli palestinesi di Betlemme ( non sono piccoli angeli anche loro, anche se siriani?) li sentiremo certo cantare della “Pace in terra agli uomini di buona volontà”.

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