I SITI UNESCO IN SARDEGNA UN INVESTIMENTO CON TANTE INCOGNITE. IL “BRAND” NON BASTA A GARANTIRE UN RITORNO ECONOMICO

di CLAUDIO ZOCCHEDDU

È un rapporto lungo e complicato, soprattutto negli ultimi tempi. E l’analisi dei costi e dei benefici è più incerta di una passeggiata sulle sabbie mobili. L’isola ha provato una decina di volte ad accedere agli elenchi ufficiali dell’Unesco. Per il momento il bilancio tra successi e insuccessi è in parità: cinque richieste sono state accolte, cinque sono in lista d’attesa da anni. Uno dei dossier accolti, quello del Parco Geominerario, è stato appena defenestrato dopo diversi cartellini gialli sventolati dai commissari in visita sull’isola. Motivi, in breve: mancava l’identità comune oltre a “un’organizzazione assolutamente inadeguata per quanto riguarda le risorse umane”. Risultato: cartellino rosso ed espulsione.

Il ricercatissimo brand “Unesco” adesso è riferibile solo a quattro siti, non tutti tangibili. C’è “Su Nuraxi” di Barumini, unico a fregiarsi del titolo di “Patrimonio dell’umanità”, c’è il Canto a tenore e i Candelieri di Sassari, entrambi “patrimoni immateriali” con la Faradda che dal 2013 appartiene alla Rete delle grandi macchine a spalla. L’ultimo sito riconosciuto fa parte di un’altra sotto categoria dell’universo Unesco. Il parco di Tepilora, Rio Posada e Montalbo è stato inserito nel 2017 nell’elenco delle Riserve della biosfera. Fino a qua i riconoscimenti ufficiali, poi ci sono gli aspiranti “patrimoni dell’umanità”. E la pattuglia è tanto nutrita quanto stagionata. Da tredici anni, infatti, quattro siti sono in attesa di essere ammessi e ormai fanno parte della sezione “storica” della Tentive list, l’elenco che mette in fila la pattuglia degli aspiranti, e forse ormai scoraggiati, siti in attesa di riconoscimento. C’è l’Arcipelago della Maddalena e le Bocche di Bonifacio, c’è l’isola dell’Asinara, ci sono gli stagni dell’Oristanese e l’isola di Maldiventre e per finire c’è l’intero Sulcis-Iglesiente. Sono tutti in stand-by dal 2006, tanto che per metterli in fila serve un discreto sforzo di memoria e una buona dose di fosforo. L’ultima parola spetta al ministero dei Beni culturali che selezione i candidati a cui riconosce le maggiori potenzialità e li propone al “Comitato per il Patrimonio mondiale”. Con calma, nei quattro casi isolani. Ci sono poi i riconoscimenti transnazionali che, come dice la definizione, sono un collage di territori, tra cui indirettamente anche l’isola, che condividono con i progetti sardi lo stato di attesa semi perpetua: l’Arte del muretto a secco e il Santuario dei cetacei. L’elenco dei tentativi è lungo, quello dei benefici, invece, sembra molto più corto.

Il fulcro è questo. Per le candidature Unesco si spendono bei quattrini mentre, al contrario, l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite non scuce un euro. Il rapporto lo spiega alla perfezione l’esempio del Canto a tenore. Nel 2008 la Regione ha messo sul tavolo 350mila euro per promuovere la candidatura del canto corale tradizionale. Un azzardo piuttosto pesante perché se l’Unesco non avesse accolto la candidatura, i soldi non sarebbero ritornati in Sardegna. Vale lo stesso discorso per gli ospiti storici della Tentive list che, giocoforza, hanno investito tempo e risorse per imbastire una candidatura che potrebbe risolversi con un nulla di fatto dopo un’attesa estenuante. Da qui i dubbi sui benefici di un’operazione di questo tipo. Se poi ai dubbi si aggiunge l’esperienza, il matrimonio tra l’isola e l’Unesco pare una trovata pubblicitaria con pochissimi sbocchi sul mercato. Perlomeno nel breve periodo. Il brand è ricercato, molti lo conoscono ma, senza la programmazione e lo sviluppo dei progetti correlati, rischia di diventare un involucro lussuoso in cui custodire l’ennesima occasione persa.

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