LA DEFINITIVA “EMIGRAZIONE” DEL BANCO DI SARDEGNA: I RISPARMI DEI SARDI VANNO IN EMILIA

di MAURO PILI

Non chiamatelo più Banco di Sardegna. Lasciate perdere la storia, le tradizioni, il radicamento. Il Banco di Sardegna non esiste più. Finito!

Con un mesto comunicato serale, a borse chiuse, i nuovi padroni hanno messo la bandiera sui risparmi dei sardi. Da oggi l’89,8% di quella che fu la banca dei della Sardegna passa definitivamente nelle mani dei tortellini di Modena e dintorni.

Senza colpo ferire, nel silenzio strisciante della politica e delle istituzioni. In realtà gli emiliani detenevano già il 48% ma non avevano il 51%. Oggi hanno conquistato con quelle alchimie della finanza il 90%.

Non un’Opa (offerta pubblica d’acquisto) ostile, ma come se lo fosse.

L’offerta a guardarla a occhio profano sembra allettante: ti do 7 azioni della banca popolare dell’Emilia Romagna in cambio di 3 titoli del banco di Sardegna.

Tecnicamente si chiama offerta pubblica di scambio. A promuoverla, ovviamente, gli uomini del tortellino che sulle azioni di risparmio del Banco di Sardegna avevano puntato gli occhi da tempo.

L’operazione è partita lo scorso 25 novembre e si è chiusa ieri con adesioni provvisorie pari all’80,2% dei titoli coinvolti. Ovvero la fine!

L’Istituto emiliano si divora i risparmi dei sardi in un sol boccone.

La Bper al momento del lancio dell’Offerta pubblica di scambio deteneva già il 48,8% del capitale del Bds e, a seguito dei risultati provvisori dell’operazione, sale all’89,8% del capitale di quella che fu la Banca sarda.

Il prossimo 20 dicembre i venditori delle azioni sarde riceveranno 7 azioni Bper ogni 3 azioni di risparmio conferite.

E’, dunque, finita nel modo meno nobile la svendita dell’ultimo baluardo di possibile indipendenza economica della Sardegna. Certo, l’argomento non è facile ma può essere sintetizzato: i sardi mettono i propri risparmi nella loro ex banca e gli emiliani con i soldi dei sardi finanziano la loro economia.

E tutti se ne fregano. Nessuno che dice mezza parola. Anzi, il silenzio è complice.

Lo avevo detto da tempo che occorreva ricomprare il 100% di quella banca, visto che le sue azioni valevano più del doppio dell’acquirente.

E invece niente. I pseudo manager della banca sarda fanno carriera nei consigli di amministrazione e la Sardegna perde tutto.

Un’economia senza credito, senza capacità di orientare e favorire lo sviluppo, è morta, senza ossigeno.

E per i sardi ottenere un prestito sarà impossibile. I tassi d’interesse in Sardegna saranno molto più alti di quelli del nord Italia con la semplice giustificazione che lì l’economia tira e in Sardegna langue!

I soldi dei sardi utilizzati per finanziare i ricchi e impoverire i poveri sardi!

Tutto questo cancellando la storia del Banco di Sardegna nato come istituto di credito di diritto pubblico che risale agli antichi “Monti frumentari” del Settecento sabaudo.

La storia, sempre legata al rapporto creditizio con l’agricoltura, porto nel 1955 alla nascita del “Banco di Sardegna”, con sede a Cagliari e amministrazione a Sassari.

Nel 1986 il “Banco di Sardegna” adottò come marchio un antico strumento di terracotta utilizzato in epoca nuragica per decorare e “marchiare” il pane: la pintadera.

I nuragici decoravano come arcaici timbri il pane e le focacce, all’epoca merce di scambio.

La pintadera usata per ridisegnare il marchio della banca era la più celebre della Sardegna nuragica, rinvenuta nello strato profondo del Nuraghe Santu Antine di Torralba.

Ora che l’esproprio è compiuto, abbiate almeno un minino rispetto per la storia, restituite ai sardi la pintadera e nel marchio metteteci un tortellino.

Almeno non sarà usurpazione di identità e i sardi sapranno che i loro soldi serviranno a foraggiare i ricchi del nord e ad impoverire ancor di più la povera economia della Sardegna.

4 risposte a “LA DEFINITIVA “EMIGRAZIONE” DEL BANCO DI SARDEGNA: I RISPARMI DEI SARDI VANNO IN EMILIA”

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