L’ALFABETO ARBOREO DELL’ERBORISTA LIDIA COSTA NEL LIBRO “MAMMOY” DI PATRIZIA BOI

Niccolò Pizzorno, Kalika e il Lentischio, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)
di LIDIA COSTA

Se volete un libro avvincente per la storia narrata ma anche straordinariamente istruttivo sul mondo vegetale, suggerisco di leggere “Mammoy, di Catorchio, Cletus e altre avventure” di Patrizia Boi pubblicato a luglio dalla “dei Merangoli Editrice”. La scrittrice è un’appassionata di Fiabe e di alfabeti arborei e incentra le sue storie sulla magia delle Piante conducendo il lettore verso i segreti più invisibili della Natura prodigiosa, ci esorta a stupirci ancora e poi ancora per ogni germoglio e ogni fioritura, per i profumi delle erbe e per i misteri del bosco. Per Patrizia Boi gli Alberi sono esseri vivi come per gli antichi Druidi, sono personaggi che abitano il bosco e ne conoscono ogni mistero. Allora la scrittrice si fa sacerdotessa e intuisce il linguaggio misterioso delle foglie, delle pietre, delle acque, come un’indovina che apprende la sua conoscenza nel cuore della foresta, accanto alle Querce Sacre della conoscenza. E proprio queste piante incontra il protagonista della vicenda Catorchio al quale la Jana Gina spiega: «Le Querce sono le Signore del bosco, proteggono le anime antiche nascoste in queste pietre. Esse stesse sono anime antiche e se tu le osservi bene vedrai lo spiritello invisibile celato in ogni pianta. È una Fatina come me, ma è talmente piccola che è difficile distinguerla».

L’autrice traccia in questo libro un vero e proprio alfabeto arboreo, come del resto aveva già fatto nel suo LegenΔe di Piante – Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno: L’Abete Bianco di Neve, L’Acero Burlone, La Palude delle Betulle, Il Lamento nella Faggeta, La Sequoia Illuminata, All’Ombra del Grande Tiglio, Il Fico Selvatico, La Quercia della Conoscenza, La Casetta sull’Olivastro, Le Gemelle del Noce, Il Castagno rubato, L’Olmo Solitario), scritto in collaborazione con la sottoscritta e la costellatrice Lucia Berrettari.

Mammoy è una lunga Fiaba, un vero e proprio romanzo, dove ogni capitolo ha come protagonista una Pianta. Si tratta stavolta di una Pianta Aromatica, quindi ci sono come protagoniste dodici Piante Aromatiche ad ognuna delle quali è dedicata una Fiaba che viene narrata nella vicenda principale come accade nel Decameron di Boccaccio.  

Si tratta, in realtà, delle piante della Flora Mediterranea diffuse in tutte le regioni più calde che si affacciano sul Mare Nostrum; Rosmarino, Lentischio, GineproMirto, etc. Esse contengono essenze molto odorose e profumate e sono ricche di oli essenziali che conferiscono loro proprietà curative, sfruttate fin dall’antichità dai nostri antenati, che si curavano utilizzando l’abbondanza che la natura elargiva. E in Sardegna la natura è stata benevola in quanto il clima è molto caldo, poco piovoso e la natura è ancora in ampie zone davvero incontaminata.

Patrizia ha creato un suo Giardino dei Semplici descrivendo le caratteristiche fondamentali della Pianta via via protagonista. E così  suscita la curiosità del lettore e degli amanti della natura e delle piante. Nella prima delle dodici Fiabe intitolata “La Principessa Diletta del Paese di Zafferano” ci insegna a conoscere lo Zafferano:
«Erano i fiori del bulbo dello Zafferano, il Crocus Sativus… Bisogna sapere che quei fiori violetti nascevano da un tubero che fioriva in autunno. Era fatto di un lungo tubulo sulla cui sommità si schiudevano sei petali ovali violacei, tre esterni più grandi e tre interni più minuti. I petali si aprivano alla prima luce dell’alba…».

Niccolò Pizzorno, Diletta Fior di Zafferano, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

Lo sguardo dell’autrice è pieno di poesia nei confronti di queste erbe anche in ricordo forse dei cibi che venivano usati dalle nonne della sua terra:

«Con lo Zafferano si cucinavano cibi squisiti come le cozze e il pesce,
il risotto alla vernaccia, il tonno con patate, il coniglio e l’agnello.
Il popolo, invece, condiva con questa Spezia il pane raffermo, i piselli, la frittata di fave, la ricotta dolce con miele e beveva anche un ottimo liquore al miele e Zafferano».

La Sardegna è infatti ricca di una specie di Zafferano che è considerato quasi oro:

«Insomma, questa pianta era una vera ricchezza e si poteva utilizzare come aroma in cucina, per ricavare profumi, creme e oli, unguenti curativi e tinte per colorare qualunque cosa. Per produrre un chilo di polverina bisognava raccogliere i filamenti di circa centocinquantamila fiori …».

Ma l’isola abbonda anche di altre erbe, alcune fondamentali nella cucina dei sardi, ma così profumate e odorose che vengono anche usate a scopo ornamentale e che spesso crescono nelle zone marine selvagge come nella seconda Fiaba intitolata “Cletus e la Principessa Rosa Marina”:

«… Cletus vide un cespuglio enorme, pieno di fogliette
verdi e di fiorellini azzurri che ricordavano le tonalità dell’acqua
marina…. Era una pianta di Rosmarino… Il colore dei fiorellini
era di un’intensità straordinaria e le foglie, ricoperte di brina,  luccicavano alle prime luci dell’alba. La pianta cresceva sulla parte
più alta della scogliera che si affacciava sul mare e … ».

Il Protagonista della vicenda entra in contatto con la magia della pianta, la guarda con amore e ne scorge ogni sua qualità:

«Il Rosmarino, infatti, nell’antichità era usato come strumento di purificazione personale e degli ambienti e veniva utilizzato al posto dell’incenso essendo una Pianta spontanea che non necessitava di cure particolari. Inoltre, era anche un ornamento rituale e si poneva nella culla dei neonati come amuleto».

Niccolò Pizzorno, Diletta Fior di Rosmarino, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

Non dimentichiamo però che i saggi conoscitori delle

piante erano anche pericolosi guaritori che venivano additati come Maghi o Streghe malefiche solo perché ne padroneggiavano ogni magia come capita ad Alice, la protagonista della terza Fiaba intitolata “Il Finocchietto Selvatico e Alice Cuor di Fico d’India”:

Niccolò Pizzorno, Alice e il Finocchietto Selvatico, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

«Aveva imparato a distinguere il Finocchietto dalla Ferula, piante
spontanee e perenni che crescono nelle campagne, sulle colline e nei
prati soleggiati. Entrambe hanno gruppi di fiorellini gialli che formano una specie di ombrellino. Però la Ferula è tossica, mentre il Finocchietto emana una fragranza dolce e gradevole».

Ancora la protagonista Alice che si confonde con la pianta stessa esamina le virtù magiche del Finocchietto:

«E aveva la sensazione che il Finocchietto la aiutasse poiché riusciva a percepirne la memoria eroica legata alla madre di tutte le battaglie, quella di Maratona – che in greco significa appunto “Piana dei Finocchi”– e la riconduceva alle sue radici, alla sua forza di donna, alla fertilità della terra, ma anche ad una sorta di sensuale sregolatezza».

La pianta entra talmente tanto nella sua vita che comincia a farne largo uso:

«Per questo lo usava, insieme a tante altre erbe, per aromatizzare cibi, sughetti e minestre, per condire carne e pesce, per fare frittate e liquori. La inebriava quell’inconfondibile odore di anice che sprigionavano i suoi semi. Inoltre, raccoglieva le foglie fresche a primavera e i fiori verso la fine dell’estate che, a volte, essiccava all’aperto e alla luce ma senza esporli direttamente al sole. Voleva cogliere della pianta ogni beneficio, non solo il buon sapore dei suoi frutti – impropriamente chiamati semi – ma anche le sue proprietà diuretiche, depurative, digestive e antinfiammatorie».

Ne ama il potere curativo ma soprattutto le sue virtù invisibili:

«Però, ciò che più le interessava di quest’erba era la sua proprietà
magica. Sua nonna le aveva insegnato che il Finocchio Selvatico
aiuta ad avere una visione chiara di sé e delle proprie necessità, riuscendo a stimolare la crescita spirituale …».

L’Alloro è protagonista della quarta Fiaba “La Principessa dal profumo di Alloro” e ha un interessante uso magico:

«Nella parte superiore della facciata della casa vi era una finestrella
circolare… erano stati collocati tre ramoscelli di Alloro legati insieme
da un filo rosso. In quel paese di contadini, questa composizione si
usava come talismano poiché i tre rametti simboleggiavano la ricchezza, l’abbondanza e la generosità della Terra».

Niccolò Pizzorno, Catorchio, Cletus, l’Architetto, la Chiesa di Sorres  e l’Alloro, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

E anche di questo la Boi sottolinea il potere curativo:

«Nell’orto di ogni abitazione, infatti, era coltivato il Lauro, a volte
tagliato in forma di cespuglio altre volte di albero, che veniva usato
sia come pianta ornamentale sia come pianta aromatica. Foglie e
bacche erano utilizzate per aromatizzare carni, selvaggina, pesce,
patate, sughi a base di pomodoro, verdure sott’olio e sott’aceto.
Ma le donne anziane conservavano anche le foglie secche per favorire la digestione, combattere i dolori allo stomaco e l’inappetenza
e per ottenere infusi benefici in caso di tosse secca. Inoltre, le guaritrici del paese dalle foglie ricavavano sia un olio essenziale con
cui curavano reumatismi, slogature e distorsioni sia un particolare
infuso che stimolava anche il loro potere di chiaroveggenza».

E se parliamo di credenze popolari, riti magici e scongiuri nella quinta Fiaba “Il Ginepro e la Napoletana tutta suonata” troviamo delle descrizioni riferite a Calliope che dalla pianta trae nutrimento per il corpo e per l’anima:

«usava le bacche del Ginepro sia in sostituzione del pepe per insaporire i piatti rustici tradizionali, come legumi, patate e bietole, sia per ottenere liquori digestivi. Poi, intagliando i tronchi più piccoli aveva ottenuto mestoli e cucchiai che insaporivano i cibi mentre li mescolava.
Inoltre, il Ginepro era diventato per lei anche una pianta magica:
bruciava le fronde per purificare l’aria e prevenire le malattie contagiose e con i suoi rametti realizzava piccoli talismani che poneva
fuori dalla porta d’ingresso e sul davanzale delle finestre per impedire che entrassero streghe e spiriti maligni».

Si sa che la napoletanità è piena di riti, ma anche la sardità:
«In lei, tradizioni e credenze partenopee si erano fuse con quelle apprese dalla gente del luogo che usava le fumigazioni ottenute dal
legno di Ginepro bruciato per allontanare fiere, fantasmi, streghe
maligne, demoni e serpenti, per avversare la magia nera e conseguentemente propiziare la sorte. Quindi, da buona napoletana superstiziosa, Calliope lo bruciava per allontanare ‘O Munaciello e
richiamare ‘A bella ‘Mbriana, ma anche per aprire la mente, accrescere la sensibilità e ritrovare lucidità».

Il rito scaramantico doveva completarsi poi seguendo le usanze e le tradizioni:

Niccolò Pizzorno, Cletus, Catorchio, Calliope e il Ginepro, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli)

«Poi, conservava la cenere del ceppo arso nel solstizio d’inverno sia come portafortuna sia per fare i suoi riti scaramantici contro la malasorte. Aveva anche sperimentato che dalla cenere si poteva ricavare un unguento contro pruriti e altre malattie della pelle e che il succo ottenuto dalla spremitura delle bacche era un medicamento efficace contro i morsi degli animali velenosi. Aveva l’abitudine di affumicare anche le carni arrostite sia per conferire loro un buon aroma sia per purificarle da germi, batteri ed energie negative».

E le conoscenze magiche sono per Calliope necessarie per determinare il suo comportamento:
«Sapeva, inoltre, che il Ginepro era simbolo di purezza, castità e inviolabilità e che era usato per fare incantesimi d’amore, per proteggere la famiglia e le spose. Del resto, era considerato un “Albero
della Vita” dagli Sciamani Siberiani e molti erano convinti che annusare il suo profumo procurasse sicurezza e raccoglimento, favorisse il ritrovarsi al centro del proprio giardino interiore e la
riscoperta di una forza straordinaria».

Niccolò Pizzorno, Ziu Liberu e la Savia, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

Ma la salvezza vera e propria appartiene alla Pianta protagonista della sesta Fiaba “Ziu Liberu Cerca Tesori e la Salvia Salvifica” che ha il potere di smascherare il diavolo in persona:

«Porta con te un vaso di Salvia e brucia le sue foglie prima di entrare in grotte o caverne piene di ricchezze.. Poi gli donò un vaso di Salvia sarda, una pianta che sarebbe potuta crescere quasi fino a due metri, con le foglie ampie e arricciate ricoperte da una folta peluria che emanavano un aroma molto intenso e pungente».

E la Boi fa spiegare alla vecchia saggia le proprietà taumaturgiche della Salvia:

«Gli Antenati ci hanno insegnato che questa è la Pianta dell’Immortalità! Molte piante curano, ma solo una salva… La Salvia
ha il potere di preservare lucida la mente, dare lunga vita al corpo
e conservare viva la memoria…Questa pianta non solo potrà guarirti da molti mali, ma soprattutto terrà il diavolo lontano da te!»

Lo sapevate, invece, che il Timo ha la proprietà di far ridere? Ma forse questa è un’invenzione della scrittrice che descrive la Pianta nella settima Fiaba “I tre fratelli e il Piffero di foglie di Timo” lasciando intendere che ha un ulteriore potere nascosto che sarà utile per liberare i protagonisti:

«Il Timo sardo si chiama Armidda ed è molto più odoroso delle altre specie. È un piccolo arbusto con un fusto molto ramificato e

Niccolò Pizzorno, Ivo e il Piffero di Timo, ratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

fiorisce, dalla primavera all’autunno, mostrando delicati fiorellini bianchi. È utile per aromatizzare i cibi, cura le infiammazioni ed è un ottimo cibo per le bestie da pascolo. Il suo profumo intenso assorbe gli odori sgradevoli del latte rancido, del formaggio e delle muffe. E ha il potere di allontanare le forze maligne come streghe e maghi malefici. Questo Piffero di foglie di Timo porterà nella tua vita un buon profumo, purificherà i luoghi dove lo suoni e ti infonderà un grande coraggio…».

Nell’ottava Fiaba “Il Basilico di Carloforte e il Genovese mugugnoso” viene descritto l’uso del Basilico e le sue proprietà curative :

Niccolò Pizzorno, il Mugugnoso e il Basilico, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

«Aveva imparato a consumare il Basilico crudo aggiunto all’insalata o a fare il classico pesto per favorire la digestione e sapeva che la tradizione popolare attribuiva al Basilico il potere di donare energia alla mente e buonumore grazie a quel suo colore brillante e al suo profumo intenso. Lo usava per ridurre stanchezza e affaticamento, sapendo che aiuta a combattere la tristezza».

E sono sempre i nonni che narrano la storia e la magia di ogni pianta:

«Il nonno gli aveva anche raccontato che quella piantina così regale, nell’antichità, era considerata un’erba sacra…in India vi era una specie di Basilico Sacro chiamato Tulasi, identificato con la sposa di Vishnu, Lakshmi. Dea della bellezza, della quiete e dell’armonia, veniva invocata per favorire il concepimento, proteggere la salute e mostrare la strada verso il mondo celeste».

La conoscenza di quest’Erba è la dote fondamentale del protagonista, la sua vera ricchezza:
«Gianguido sapeva anche che Greci e Romani avevano una strana
credenza: erano convinti che, per far crescere una piantina sana,
durante la semina si dovessero pronunciare insulti e maledizioni.
Eppure, erano stati proprio i Greci a darle quel nome che significa
“re”, così come il termine latino “basilicum”, significa “reale”. Per
i Romani, comunque, il Basilico era il simbolo degli innamorati…».

Da buon genovese il nostro protagonista trasforma il suo terreno in un giardino di Basilico:
«Per Gianguido, dunque, quell’erba aromatica era vitale per la salute
e rappresentava una fonte importante di sostentamento. Per ogni
genovese, del resto, il Basilico è essenziale, fa parte della sua tradizione, della sua storia e della sua cultura. Ogni abitante è convinto di dover trasformare la sua regione in un giardino di Basilico,
di quello con foglie piccole di forma ovale e convessa, di quel verde tenue che conferisce un aroma intenso ma privo di quell’odore di
menta presente in altre specie. Ed è proprio la vicinanza del Mediterraneo che lo rende unico, è la brezza marina che dà alla pianta
aromatica quel profumo così dolce e delicato».

E dal Basilico si passa alla potente Menta nella nona Fiaba “La Donna Pesce, la Menta e il furto della voce” dove c’è sempre una Donna di potere che ne conosce le qualità:

«Così decise di rivolgersi ad una vecchia e autorevole Maga che si presentò a Palazzo portando un’erba potentissima, una specie di Menta capace di infondere il suo inconfondibile aroma agli infusi e di profumare la persona e le acque per il bagno. Aveva anche il potere di cicatrizzare qualunque ferita del cuore, di curare le influenze, i raffreddori, il mal di pancia e ogni altro disturbo dello stomaco. Ma era soprattutto il fatto che nascesse in posti umidi e nascosti, a contatto con le vene d’acqua profonde ed incontaminate, a far sì che fosse eletta a simbolo di sobrietà e temperanza».

E la Maga la usa per guarire le ferite del Principe e per favorire l’amore saldo anche nelle difficoltà:

«Inoltre, poiché rappresentava l’amore saldo anche nelle avversità, era in grado di trasmettere ai sentimenti forza e calore…Così la Maga bruciò una manciata di foglie di Menta per allontanare la malattia …
A livello di energia sottile, infatti, la Menta e, specialmente, il suo
aroma sono in grado di scacciare ogni paura, timore e malinconia,
rafforzando nel contempo la memoria, portando le vibrazioni positive dell’amore, facilitando il dialogo e la risoluzione dei conflitti
in qualunque relazione».

Niccolò Pizzorno, Il Principe, la Donna Pesce e la Menta,  tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

Nella decima Fiaba “Geltrude, il Bisso e la corona di Mirto” si parla dell’“Acqua degli Angeli”:

«Geltrude viveva con sua nonna in una casetta di pietra immersa
nel verde intenso dei cespugli di Mirto odoroso, un arbusto che
aveva proprietà disinfettanti e antinfiammatorie ma soprattutto
aromatiche, dai cui fiori si distillava una linfa dall’intenso profumo
chiamata “Acqua degli Angeli” ».

E stavolta è il liquore di Mirto che posto in sul batuffolo di Bisso, ha delle proprietà davvero miracolose:

«Allora Geltrude si ricordò del potere del Bisso … Si affidò anche ad un ramoscello di Mirto che le dava il senso della rinascita, dell’intensità della vita, della gioia e dell’amore».

Oltretutto Geltrude, alla Corona d’oro preferisce la Corona di Mirto dimostrandosi una Donna davvero saggia:

Niccolò Pizzorno, Fiori di Mirto, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

«Il Mirto protegge il matrimonio e rigenera la femminilità, la sapienza e la saggezza della donna antica abile tessitrice della sua
esistenza e delle persone che le ruotano intorno».

Nell’undicesima Fiaba “I Pescatori di Corallo e la Bacchetta di Sambuco” si descrive una pianta dentro la quale si cela una Fata elegante:

«L’esemplare di Sambuco Nigro era alto una decina di metri, ramificato fin da terra con un’infinità di fusti legnosi dalla corteccia grigiastra che, giunti a una certa altezza, si inarcavano e si curvavano verso il basso. La zia Mara immaginò che vi fosse nascosta una Fata elegante con un enorme cappello le cui tese pendevano morbidamente tutto attorno. Tisifeo vide la chioma carica di bacche violacee e lucenti che sembravano la veste di un’oscura Strega…».

Infine nella dodicesima Fiaba “Il profumo di Lentischio e il viaggio di Kalika” è la ricerca di un odore da dare a uomini che lo avevano perduto a dar modo di parlare di Lentischio:

«E così lo straniero cominciò a spiegare a Kalika che il Lentischio è
un arbusto, però può

Niccolò Pizzorno, la bacchetta di legno di Sambuco, tratta da Mammoy di Patrizia Boi (dei Merangoli 2019)

crescere anche fino a quattro metri di altezza,
come un Albero vero e proprio. La sua chioma densa, molto ramificata, è sempre verde e i rami possono anche essere usati come elementi ornamentali. La sua corteccia ha il colore della cenere, mentre
il suo legno ha venature rosa ed è molto pregiato. La Pianta, oltre
ad emanare un forte odore di resina… Ogni parte della pianta, frutti, foglie, rametti, corteccia e radici, ha virtù astringenti. Inoltre, le sue foglie sono usate per tingere i tessuti di un colore giallo intenso».

La protagonista Kalika è felice d’ascoltare con curiosità e trasporto tutte le queste notizie sul Lentischio e sulle sue virtù magiche:
«Ha il potere di liberarci dalla sofferenza, guarisce le malattie di
uomini e animali, è un potente antidoto contro i veleni ed è in grado
di fornire forza e vitalità. Con il suo infuso puoi guarire dalle sofferenze amorose, dai sensi di colpa e dalla paura di essere giudicata.
Nel nostro paese teniamo in casa foglie e rametti per proteggerci dalle
malattie e portiamo addosso le foglie perché ci donino buona salute».

Kalika è curiosa e vuole poter creare un nuovo profumo trovando sostegno nelle parole magiche:

«… devi pronunciare delle formule magiche mentre lo crei.
In Sardegna, la mia Terra, si chiamano “is brebus”. Inoltre, usiamo
il Lentischio anche in cucina per preparare “su pane guttiau”, una
vera specialità, la minestra di cipolle, fave e porri, la carne alla
brace, i funghi arrosto, le frittelle e l’insalata».

Insomma come il nostro eroe Catorchio si interessa dei segreti delle piante, questo libro offre lo stimolo per adulti e bambini per entrare davvero in contatto con la magia delle piante e sarebbe interessante anche solo per questo motivo presentarlo alle scuole e avvicinare i più giovani alla natura e a quel senso di Ecologia profonda di cui la Boi pervade ogni suo scritto.

Lidia Costa, Erborista, Via Bronzino, 91 Firenze lidiacosta@tiscali.it

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