CITTA’ DI BASTIONI E TORRI SPAGNOLE DALLE CULTURE DIVERSE: IL CAMMINO DEL MARE DI ALGHERO

ph: Alghero
di PAOLA SORIGA

Alghero è una delle poche città della Sardegna in cui se arrivi un pomeriggio qualunque di maggio, o di aprile, i tavolini dei bar sono già affollati di turisti; se arrivi dalla normalità di Sassari, di Osilo oppure Olmedo, le strade sembrano sempre un po’ in festa. Da quando i voli low cost la collegano alle città d’Italia e d’Europa ha cominciato a farsi conoscere, ammirare, anche fuori dell’isola.

Città di poco più di quarantamila abitanti, affacciata al mare, protetta all’interno di un golfo ampio e verde: a nord le rocce di Capo Caccia, a sud le luci di Bosa. Città di bastioni e torri spagnole, il porto turistico e una spiaggia lunga, di sabbia bianca, piena di alghe e paglia marina. La bellezza del centro storico, come quella delle spiagge appena fuori città, è subito evidente, la sua cultura, che contribuisce a renderla esotica anche agli occhi del resto dei sardi, va cercata e scoperta.

Alghero ad Alghero si chiama l’Alguer, nel resto della Sardegna s’Alighèra. L’Alguer si pronuncia l’Alghér, è catalano e in catalano sono i nomi delle strade e delle piazze: carrer del Bisbe, muntada del Teatre, carrer de Pepi Gallo. La bandiera con le strisce gialle e rosse sventola accanto a quella bianca con i quattro mori, a ricordare un’identità doppia, o tripla, fatta di incroci e dunque meticcia: città sarda di lingua catalana o città catalana in terra sarda, città di mare che ha imparato la pesca dell’aragosta dai maiorchini e quella del corallo dai pescatori di Torre del Greco, in cui si parla una variante del catalano intrisa di prestiti dal sardo, lingua a sua volta intrisa di prestiti dal catalano, dal castigliano, dall’italiano.

Così come la vicina Castelsardo, la Maddalena, Carloforte e Calasetta, è una città di fondazione e le unisce anche il fatto di essere tutte delle isole linguistiche. A Carloforte, la cittadina dell’isola di San Pietro, nell’estremo sudovest della Sardegna, così come nella dirimpettaia Calasetta, si parla tabarkino: una lingua nata sull’isola, da un incrocio tra quella che parlavano gli esuli tunisini, di Tabarka appunto, e il genovese degli esuli liguri, con influenze del sardo che le circonda. Alla Maddalena, similmente alla Gallura e alla città di Sassari, hanno predominato le lingue delle città di mare che lì avevano il controllo e quella della vicina Corsica.

La compresenza, ad Alghero, di culture diverse emerge anche dall’economia legata all’agricoltura, da sempre molto sviluppata nelle campagne circostanti, forte oggi di alcune aziende dell’olio e del vino di qualità, tanto da poter dire che Alghero ha anche un mare nascosto: quello delle vigne e degli uliveti, silenziosi e verdi, splendenti sotto il sole.

Alghero fu fondata dai Doria nel dodicesimo secolo, rimase sotto il controllo dei pisani fino al 1354, quando Pietro IV di Aragona, chiamato in catalano Pere el cerimoniòs, riesce a conquistarla definitivamente, dopo anni di battaglie, nonostante l’alleanza dei Doria con il giudicato di Arborea. La città è particolarmente importante, per la sua posizione strategica, per la conquista territoriale di tutta la Sardegna, ceduta da Bonifacio VIII alla corona di Aragona nel 1297 e conclusasi nel 1420, con la fine dei regni dei giudicati. I cittadini di Alghero difesero la loro città così strenuamente che Pietro IV decise di non fidarsi mai di loro e di popolarla di cittadini catalani.

Eppure il rapporto tra Alghero e la Catalogna si perde nel corso dei secoli segnati dalla dominazione castigliana e poi da quella dei Savoia, così come nel resto della Sardegna.

Per secoli a Barcellona avevano dimenticato quella cittadina dall’altra parte del mare, in un’isola chiamata Sardenya, così come gli algheresi non avevano conservato memoria di questa origine e, per esempio, pensavano di parlare una delle varianti del sardo.

Il retrobament, il reincontro, avviene nel 1960, ma ha un precedente alla fine del diciannovesimo secolo, quando alcuni archeologi catalani arrivarono nella Nurra per studiare la civiltà nuragica. Negli stessi anni, casualmente, un archivista del comune di Cagliari, Ignazio Pillito, catalanista, nel 1864 partecipa a un convegno sulla lingua a Barcellona e segnala ai catalani che in Sardegna c’è un posto dove si parla la loro lingua. Il primo ad arrivare nella cittadina sarda è lo studioso Eduard Toda y Guell, che nel 1880 può verificare di persona che gli abitanti parlano catalano, con delle varianti certo, ma comunque il suo stesso catalano. Nei primi del novecento ad Alghero nasce l’associazione La Palmavera, si intensificano gli scambi tra una costa e l’altra, sono prevalentemente rivolti alla lingua, alla reciproca curiosità delle varianti, prima per altro della standardizzazione linguistica di Pompeu Fabra, che è del 1913.

Questa prima fase di conoscenza reciproca si esaurisce poi con la prima guerra mondiale, il fascismo e il franchismo. I contatti riprendono nella seconda metà degli anni cinquanta, anni in cui l’associazionismo in Italia si riorganizza dopo il ventennio. Nel 1953 nasce il Centre d’estudis alguereses, nel 1957 parte una delegazione diretta in Catalogna, alla basilica di Montserrat, luogo di resistenza al franchismo in difesa della catalanità.

Il 1960 è l’anno del mitico viaggio in nave, conosciuto come il retrobament. Me lo racconta Carlo Sechi, ex sindaco, grande conoscitore della storia della sua città, mentre prendiamo il caffè davanti ai giardini pubblici. Carlo all’epoca aveva 14 anni, abitava con la famiglia in piazza Civica, la piazza principale, e ricorda molto bene quella nave che portava in città circa 150 catalani e una copia della statua della Madonna nera di Montserrat, la Mare de déu de Montserrat, ora in cattedrale: la città tutta in piazza, in festa, forse anche inconsapevolmente, “la gente chiedeva cosa stesse accadendo, e altri rispondevano: Son arribats les espanyols”.

Da lì è nata una serie di relazioni, pochi anni dopo i valenciani portano una copia della Mare de déu dels desamperats, la Madonna patrona di Valencia, che ora è alla chiesa del Carmelo. Mentre il primo retrobament era stato squisistamente di tipo linguistico, accademico e scientifico, il secondo è sentimentale, folclorico, si celebra una mai vissuta fratellanza.

Nella seconda metà degli anni settanta si assiste a un cambiamento di tipo politico, Carlo Sechi fonda, nel 1978, Sardenya i Llibertat, movimento nazionalista di sinistra. Nazionalista nel senso di sardo, corre infatti alle elezioni assieme al Partito sardo d’azione, la lotta è quella sardista, non condannando ma distinguendosi dall’idea del romanticismo catalanista. Per Sechi, Alghero è comunità sarda di lingua catalana, dice “sem sards pero parlem català” e non ama il monumento alle nostre spalle, che recita: Unitat de la llengua, Alguer als paieses catalans.

Non sono più in molti a parlarlo, il catalano di Alghero, più o meno ventimila persone, ma in molti ne discutono, da anni, così come nel resto della Sardegna si discute di lingua sarda: progetti istituzionali di conservazione e valorizzazione della lingua si uniscono a iniziative di associazioni di volontariato. Dal 2009, due portoni dopo il municipi, è aperta una rappresentanza del governo catalano: l’Espai Lull. Dagli anni settanta operano diverse associazioni: l’Obra Cultural, l’Omnia Cultural, l’Ateneu alguerès. C’è una scuola di lingua, l’Escola de alguerés Pasqual Scanu, con centinaia di iscritti ogni anno.

Ci sono cantanti, come Franca Masu, Claudio Gabriel Sanna o Claudia Crabuzza, e anche Elena Ledda, cantante in lingua sarda, ha interpretato una canzone tradizionale in catalano. Ci sono poeti, come Antoni Canu, premi di poesia, riviste culturali, ci sono i richiami alla cultura della città negli abiti dello stilista Antonio Marras, c’è un prete, don Nughes, che da sempre la domenica celebra la messa in algherese.

Lo scorso ottobre, al mercat del Born a Barcellona, è stato presentato Lo dia que els peixos han escomençat a pescar (Il giorno che i pesci cominciarono a pescare): film documentario di tre giovani registi di tre paesi diversi: Giovanni Collu, algherese, Jordi Llorella Oriol, di Barcellona, e Ines Veiga, portoghese. Racconta la storia di Luciana Sari che negli anni sessanta, in piena dittatura franchista, arrivò a Barcellona per un festival di musica tradizionale facendo piangere di commozione un pubblico che non poteva più parlare, né scrivere, né cantare, la propria lingua.

A fine maggio, le strade del centro storico odorano di gelsomini in fiore e pesce fritto, dalle piazzette e dai vicoli del centro non si vedono le brutture degli anni della speculazione edilizia. Dietro una piazza con i tavolini pieni di turisti, conosciuta come piazza dello Sventramento, perché nata, come altre, dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, si trova l’Espai Lull. Joan Elias Adell, poeta e scrittore valenciano, lo dirige dall’inizio, cioè dal 2009. L’ufficio, che è un ufficio di rappresentanza della Generalitat de Catalunya, quindi una specie di consolato, si occupa non solo di cultura ma anche di economia, turismo, si incarica di continuare a tessere e infittire la rete di relazioni tra queste realtà.

Mi dice che per i catalani Alghero è un posto quasi mitico, il posto più a oriente in cui si parla catalano, mi parla della sua importanza per una comunità di dieci milioni di parlanti che però non ha uno stato e dell’importanza del turismo identitario, anche per i sardi, per i quali il catalano è esempio di una lingua viva, moderna, adatta a tutti gli ambiti della vita privata e pubblica.

Ad Alghero era arrivato, nel 1959, anche il grande poeta catalanano Salvador Espriu, che sulla cittadina sarda scrisse Per a una “suite” algueresa, poesia incisa in una stele donata dalla città di Barcellona lo scorso aprile e sistemata nei bastioni Marco Polo, a guardare il porto e il mare.

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