A SARONNO CON I CIRCOLI SARDI DELLA LOMBARDIA DELLA F.A.S.I., UN CONVEGNO SU ANTONIO PIGLIARU E MICHELANGELO PIRA

di SERGIO PORTAS

Viviamo tempi che vengono scanditi dai “twit” (cinguettio?) dei potenti di turno e, a quanto pare, “postare” su Facebook ogni più intima piega della tua vita privata concorre a farti guadagnare più voti che milioni di manifesti affissi a ogni muro di casa. Ragionare su cosa questo significhi per ognuno in termini di perdita di libertà individuale, e di deleghe rilasciate in bianco (tanto ci pensa Lui) ai nuovi padroni della politica, sarebbe buona pratica in una società che non ha intenzione di suicidarsi e non vuole diventare “gregge” che si muove al fischio del pastore padrone. E non sarebbe male che a tale scopo si levassero le voci di quelli che una volta erano definiti “intellettuali”, i “bastian contrari” alla Pasolini per intenderci che, ne siamo sicuri, avrebbe vissuto con estremo imbarazzo la deriva culturale cui il nostro paese sembra non poter porre freno alcuno. Da qui mi sento di dire un grande “grazie” alla Fasi che coordina una settantina di circoli sardi del bel paese ( e altrettanti all’estero) perché nelle manifestazioni che sponsorizza il tema culturale è sempre centrale. Prendiamo “Sa die de sa Sardigna”: è innanzitutto una data (28 aprile 1794) che segna uno spartiacque, intanto perché riconosciuta “festa del popolo sardo” con legge (la numero 44 del 14 settembre 1993) dalla Regione Autonoma della Sardegna, poi perché con questa scelta si è voluto riconoscere valore al tentativo di emancipazione da parte di una classe politica ( la borghesia isolana) da sempre prona e succube del potere sovrano che aveva sempre comandato da “fuori”, Aragona o Savoia che fosse. Questa volta il “popolo”, seguendo le direttive di coloro a cui riconosceva autorità, buttò a mare Vicerè e cortigiani sabaudi. Appena due anni prima lo stesso “popolo” aveva combattuto e impedito alle truppe “rivoluzionarie” francesi di sbarcare in Sardegna, i cannoni con cui un giovane ufficiale bombardò la Maddalena, tale Napoleone Buonaparte, di buona famiglia sovranista corsa, sono ancora al museo dell’artiglieria di Torino. E il re Savoia di turno (Vittorio Amedeo III) conservò lo scettro. Nel 1796 ci provò Gionmaria Angioy, nativo di Bono, a creare un movimento di rivolta antifeudale, i suoi compagni di ventura finirono impiccati, lui morì esule a Parigi. Paolo Pulina, vicepresidente e responsabile Cultura/Informazione della Fasi, nel pomeriggio del 27 aprile a Saronno chiude la sua relazione introduttiva al convegno: “Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira, ovvero la cultura al servizio dell’autocoscienza e del riscatto della comunità sarda” così dicendo: “ La lezione della storia ci ha insegnato che, come in quelle giornate dell’aprile del 1794, le conquiste e i diritti non arrivano in dono e si possono ottenere con il contributo unitario del popolo sardo…”. Presenti gli alti gradi della Fasi: Serafina Mascia, Giuseppe Tiana, Tonino Mulas e il presidente il circolo di Saronno Luciano Aru, al tavolo della presidenza anche il sindaco di Saronno Alessandro Fagioli che spende parole di comprensione per questo “popolo sardo” che sogna di farsi sovrano, lui che proviene da un movimento politico altrettanto fieramente indipendentista ( la Lega padana di bossiana memoria) convertito ora dal nuovo leader a reggere il governo dell’intero paese. Antonio Delogu, già docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Sassari, titola la sua relazione su Antonio Pigliaru: “Cosa vuol dire essere Maestri”. Per intanto cerchiamo di situarlo Pigliaru, nato a Orune nel 1922, fu, ha scritto Manlio Brigaglia: filosofo, giurista, educatore, un instancabile organizzatore di cultura. “Una figura esile con un sorriso serioso, lo descrive Delogu, il giorno che morì, era il 27 marzo del ’69, doveva recarsi a fare la dialisi, sono un po’ stanco disse alla moglie, il giorno dopo alle 16,30 doveva tenere un seminario all’università sulla Dottrina dello Stato. Continua a vivere nella vita di chi lo ha conosciuto. Bambino sincero, umile, così lo definiscono le sue maestre elementari. E maestri erano pure babbo e mamma suoi, con lui altri quattro fratelli in famiglia. E il babbo scompare in giovane età. La figura della madre che si ingigantisce ancora di più. Delle scuole fatte a Sassari (anche il liceo) si ricorda il freddo terribile d’inverno. A Cagliari l’università. Iscritto al Guf (Gruppi universitari fascisti) si può definirlo un “fascista di sinistra”, lo prova anche il carteggio che ebbe con Bottai, che non gli impedì la condanna a sei anni di galera nel ’44. Due soli scontati grazie all’amnistia voluta da Togliatti. Praticò sempre una filosofia aperta agli altri ( Pascal) e fu innanzitutto un educatore. Diceva ai suoi alunni: Faccio lezioni a voi come mia madre faceva ai suoi scolari”. Quella madre che, a fine lezione, a Orune, si portava a casa gli alunni più poveri perché potessero godere di un pezzo di pane in più nella loro magra dieta. Uomo cosciente che la “res publica”, la democrazia è sopratutto un processo, un modo di rivolgersi agli altri. Un fatto morale. Un dovere. I suoi saggi più illuminanti sull’autonomia regionale non la vedono mai in contrapposizione con la riforma democratica dello stato. Come Cattaneo pensava che i sardi bisognava farli responsabili delle proprie sorti. “La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico” è il libro che gli diede una fama di studioso che travalicò i confini regionali. Si può parlare di un cattolicesimo radicale di Pigliaru, come San Paolo ambiva a rifare d’accapo l’uomo. Usando a tal fine uguaglianza, amicizia, speranza nella solidarietà. Liberandosi da ogni visione conformistica del vivere. Una lezione che nel periodo di crisi morale attuale è ancora più pregnante”. A Federico Francioni, già docente di Storia e Filosofia nei Licei tocca relazionare sulla “Questione sarda alla luce degli strumenti teorico-critici di Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira”. Parte da Gramsci Francioni, dice della sua grande capacità d’ascolto, e della sua perspicacia. Non ha mai, dice, mescolato la questione sarda con una generica “questione meridionale”, guardando sempre alla storia: quella che dice di un vuoto di popolazione in Sardegna nel ‘600 quando in Sicilia c’era invece un pieno. Cosa che è proseguita nel tempo dando all’isola più popolosa una forza contrattuale diversa nella politica nazionale, con politici di vaglia: i Crispi, i De Rudinì, presidenti di governo, in Sardegna il solo Francesco Cocco Ortu ebbe una carriera che trascese i limiti regionali. La “Questione barbaricina” così ben descritta da Pigliaru non è certo riferibile a un “salvare l’onore”, non è la legge del taglione ( che pure è richiamata nella “Carta de Logu” degli Arborea), né è società di ladroni. E’ sia codice di guerra che di pace. E’ in grazia di quei costumi sociali che durarono per centinaia di anni, a fronte di un sistema giuridico “legale” che veniva praticamente ignorato dalla popolazione, che Pino Arlacchi può scrivere un suo libro a titolo: “ Perchè non c’è la mafia in Sardegna”. Michelangelo Pira nasce a Bitti nel 1928, cresce a Oschiri, fa le scuole medie e il liceo a Sassari, l’università a Cagliari ( laurea in lettere sul dialetto di Bitti). Anche lui pensa che la Sardegna debba diventare soggetto del proprio destino. Ne “La Rivolta dell’oggetto”, il suo libro più famoso, l’oggetto troppo a lungo scrutato è proprio la Sardegna. La sua rivolta in un nuovo modo scolastico di produzione, tutt’altro che una descolarizzazzione della società, ma una scuola finalmente non classista, che non escluda nessuno. Fu tra i primi a interrogarsi dei problemi che nascevano in Sardegna nei primi anni ’60 nel passaggio non solo fra una lingua ( il sardo con tutte le sue varietà) e l’altra ( l’italiano sempre più dominante), ma sopratutto fra una civiltà ( quella pastorale e contadina della Sardegna tradizionale) e l’altra (quella della civiltà industriale e capitalistica, che arrivava allora in Sardegna con la forza dei suoi strumenti di comunicazione- la scuola- la tv- e la potenza dei suoi mezzi finanziari). A Salvatore Tola, studioso della cultura sarda, della poesia sarda, ha tenuto una rubrica sul “Messaggero sardo” per quanto è durato, tocca parlare della “Rivista Ichnusa e gli anni dell’impegno”. Dell’impegno di Pigliaru per un centro per la cultura magistrale. Egli stesso confessa che, fatta la tesi di laurea proprio sulla rivista “Ichnusa”, si era reso conto di non conoscere nulla della Sardegna. Nei primi numeri ( una fase letteraria iniziata nel ’49) c’è già il tentativo di sprovincializzare la provincia. I nove numeri che vanno dal ’49 al ’52 sono un percorso che vede il passaggio da un credo fascista a uno democratico. Una seconda fase che prende a guardare a Norberto Bobbio e i suoi scritti, quindi politica e cultura. Con la consapevolezza che solo una scolarizzazione di massa avrebbe potuto contribuire a un salto di qualità nella società sarda. Con il contributo dei maestri, quelli che andavano nei paesi più sperduti della Sardegna, facendo un lavoro più utile di qualsiasi professore universitario. Nella terza fase della rivista: letteratura, banditismo, autonomia. Dal ’60 al ’64 centrale è il piano di rinascita. Vi scrive anche Pira, con articoli anche provocatori, una volta promuovendo una rottamazione dei quarantenni coinvolti col fascismo. E, lui che scrive libri e poesie in sardo, un’altra volta sostenendo che la Sardegna dovesse buttare via la lingua sarda. Ma “ Sos Sinnos” dell’83 è interamente scritto in bittese. Pubblicato postumo ( come del resto il suo più autobiografico: “Isalle”) “sos sinnos” è parola che nel mondo pastorale  vuol dire tante cose. “Una parola profetica- mi è capitato di scrivere-ma adatta anche al semiologo come era lui. Il tempo che viviamo- dice Bachisio Bandinu nella prefazione del libro-è tempo di grandi cambiamenti, “et bisonzat appompiare sos sinnos”, bisogna riconoscere i segni. Michelangelo Pira aveva imparato a farlo, e ha cercato di insegnarcelo”. Intellettuali, buonisti li direbbero oggi, anche un po’ “radical chic”, mai allineati al pensiero “dominante” che nei bar si mischia con la decima “birretta”. Indispensabili per una generazione, la mia, che si è formata sui libri. Indomiti nella certezza che le battaglie politiche sono sempre battaglie di culture che si confrontano.Senza tema del nuovo, anzi. Prendiamo un altro bittese di vaglia: Bachisio Bandinu, antropologo e scrittore, il suo “Lettera a un giovane sardo” è del 1996 (ed. Della Torre), nel 2017 pubblica per “Domus de Janas”: “Lettera a un giovane sardo sempre connesso”.

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