CHE LINGUA SI PARLA NELL’ISOLA? SARDEGNA, TERRA POLIGLOTTA

di GIANMARCO COSSU

Spesso capita che quando un “continentale” visita la Sardegna o interagisce con un sardo, si trovi una sorta di torre di babele, viste le notevoli varietà linguistiche presenti nell’Isola che confermano come questa terra sia poliglotta. Dunque, per rispondere alla domanda frequente che spesso si fa: «ma tu parli la lingua sarda?», sarebbe meglio chiarire un aspetto fondamentale: «sì, ma quale sardo si intende?».

In Sardegna non esiste una lingua sarda unitaria. Se è vero infatti che quest’ultima gode di autonomia rispetto alle altre neolatine, comunemente accettata dagli studiosi, è bene sottolineare come sia sprovvista di una forma unitaria.

Esistono due varietà principali o dialetti. Da una parteil logudorese, varianti comune e nuorese, parlato nella zona centrosettentrionale – ‘cantato’ dal noto gruppo musicale dei Tazenda. Dall’altra parte, il campidanese, diffuso nell’area meridionale, distinto in otto subvarietà. Inoltre, ci sono le varietàsardo-corse minori, come il gallurese e il sassarese, e le lingue non appartenenti al gruppo sardo: il catalano di Alghero, il tabarchino di Carloforte e il veneto dell’area arborense.Un aspetto fondamentale della lingua sarda è il fatto che tutte lesua varietà presentino delle notevoli differenze. Ciò fa sì, ad esempio, che un campidanese abbia grosse difficoltà a capire un parlante logudorese o che, viceversa, un logudorese arricci il naso al sentire la parlata ‘cantilenante’ del cagliaritano. Ma allora la comunicazione fra i vari gruppi come avviene? A prescindere dal fatto che i vari dialetti presentino comunque degli aspetti in comune, il veicolo linguistico di tutti gli isolani è l’italiano regionale sardo. Si tratta di una varietà comune a tutti,nellasue varietà medio-colta e popolare, caratterizzato da specifiche forme che ‘colorano’ regionalmente l’italiano standard. Anche l’italiano regionale sardo comunque è diverso per intonazione e fonetica. Ciò permette di capire la provenienza geografica o la condizione culturale, ad esempio, di chi sta di fronte.

In generale, oggigiorno, l’uso della lingua sarda, nei suoi diversi dialetti, è profondamente limitato. Da molti anni, la bandiera della tutela del patrimonio culturale continua a essere sventolata da molti linguisti e intellettuali, i quali hanno ottenuto importanti riconoscimenti istituzionali. Uno di questi è la legge 26, “partorita” alla fine degli anni Novanta, dopo una gestazione lunga più di vent’anni, che introduce il bilinguismo nell’Isola. Le scuole, se vogliono, possono insegnare il sardo, o almeno una delle varietà. Tuttavia, la legge 26 si è dimostrata troppo debole nella tutela della lingua.

La proposta presentata nel 2001 a Oristano, da una commissione regionale, individua un sardo comune, da usare negli atti pubblici e nell’insegnamento. Si parla della cosiddetta limba sarda unificada. Una lingua sarda, studiata a tavolino e messa in pratica nei suoi testi dall’editore Diego Corraine.

Nel 2006 nasce la limba sarda comuna, forma di scrittura della lingua sarda, creata con lo scopo di trascrivere le varianti del parlato con uno standard unico. Viene adottata sperimentalmente dalla Regione Autonoma della Sardegna per la scrittura ufficiale di alcuni atti. Ma come si potrebbe insegnarla a chi da sempre è abituato a parlare un sardo diverso dagli altri?      

Indubbiamente i migliori custodi della lingua sarda sono gli anziani. Quando si interagisce con qualcuno è bene prestare attenzione al suo italiano, decisamente diverso da quello a cui si è abituati, se non si è del posto. Ad esempio, l’interiezione più conosciuta “ajò”, non è una formula di saluto, bensì un’espressione imperativa traducibile come “dai; su; via”. Se un sardo dice sto scrivendo un libro, non significa che l’azione si stia necessariamente compiendo in quel momento, ma può benissimo esprimere una routine. E ancora, l’espressione non fa significa “non è possibile”. “Un paio” indica un numero ben maggiore di due (“un paio di giorni” = un numero imprecisato di giorni, non due).

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