A MILANO, STORIA DI UNA SARTINA DI FINE OTTOCENTO: BIANCA PITZORNO E IL LIBRO CHE  PARLA DI DONNE CHE DOVREBBERO LEGGERE ANCHE GLI UOMINI

di SERGIO PORTAS

Quando è morta mamma, la macchina da cucire che era stata prima di nonna Cadeddu, una guspinese che sarebbe andata sposa a un Cherchi di Dualchi, me la sono portata a casa io. Nera coi fregi dorati: una “Frister &Rossmann”, tedesca di Berlino, dei primi del ‘900, a pedali, e sul ripiano la figura d’oro di un antico faraone egizio. Mamma era stata “sartina” in paese, credo avesse imparato nella bottega di suo cognato Silvio Ruggeri, mio zio, per un bimbo di cinque anni qual’ero nei primi  anni cinquanta del secolo scorso, una sorta di caverna di Alì Babà piena di stoffe, di ritagli colorati, di centinaia di bottoni d’ogni foggia e colore. Altro che perle e rubini! Con quella macchina mamma per tutta una vita ha cucito di tutto, specie a noi suoi tre figli, lei che non sapeva “tagliare” lo faceva fare a una “sarta qualificata”, a cui portava anche il modello in carta velina, e poi imbastiva e cuciva, camicie e pantaloni e gonne e tende per le finestre. Grembiuli di scuola. Ma quando si è sposata, nel ’42 e aveva vent’anni, il suo vestito da sposa l’ha fatto cucire da una sua amica del cuore che era molto più brava di lei come sarta, si chiamava Iole Ariu, un male che oggi si cura con gli antibiotici l’avrebbe portata via poco dopo. A mamma avevano sconsigliato di andare a trovare la malata, non fosse mai che potesse esserne contagiata, ma lei ci andava lo stesso. E lo scorso settembre a mia sorella Graziella è venuto in mente di portare a Guspini (noi si vive in Continente) il vestito da sposa che vi dicevo, per farlo rivedere a Lesbia Ariu, la sorella minore di Iole, oggi ha passato i novanta anni, i bottoni di stoffa rosa era stata lei a rivestirli. Lei aveva portato a nonna il vestito finito e ne aveva ricevuto una buona mancia. Lei anche era stata invitata al matrimonio ma la sorella maggiore non l’aveva voluta con sé. E perché? Per invidia! Parafrasando il Manzoni (lui parla di Lucia ): “ I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi molteplici di trecce…”. Il vestito è di seta rosa a maniche corte, un fregio dorato cucito intorno al collo a guisa di collanina, intrecciato sul davanti. Sopra una sorta di lunga sopraveste di organza blu aperta, due lunghe strisce di pizzo nero cucite sul davanti scollato, tenuta chiusa in vita da una spilla argentata. Per par condicio tocca dire anche di babbo: lui con l’uniforme di gala della divisione corazzata Ariete, il gallone d’oro di sergente sul braccio, gli stivali lustri, la malaria l’aveva riportato a casa dall’Africa Orientale giusto in tempo prima che Montgomery avesse spazzato via le truppe italiane da El Alamen. E comunque gli inglesi ci avrebbero riprovato bombardando il treno che gli sposini avevano preso per andare in “viaggio di nozze” dai parenti di Dualchi. Tutti i viaggiatori a buttarsi sulla carreggiata. I treni del Duce che in orario non sarebbero arrivati mai più.

Questa lunga premessa mi è venuta in mente alla “Feltrinelli” di piazza Duomo a Milano, sentendo Bianca Pitzorno che presentava il suo ultimo libro: “Il sogno della macchina da cucire” (Bompiani editore). Con lei Irene Soave, giornalista del “Corriere della sera” (su “la 7” in rete una sua intervista a Bianca conta 26.799 “mi piace” di Facebook). Come è nato il personaggio della sartina? Allora, fine dell’ottocento, loro erano tra le più numerose nelle case di tolleranza in Italia. E prima che esse case venissero aperte tutte le prostitute facevano da sé. Chi le apre, le governa, chi ci guadagna? Nel 1860 (tempi di guerre d’indipendenza in cui si sarebbe “fatta” l’Italia) Cavour prende atto che ci sono troppi soldati malati di sifilide, inadatti a combattere, e decide di “chiudere le donne in stie come le galline”, Pitzorno dixit. Idea cretina perché il contagio non si manifestava immediatamente, quindi i “clienti” non erano sicuri per nulla che non venissero contagiati. Il conte di Cavour comunque un po’ si vergognava di questa sua “ordinanza”, tanto che non venne pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, la spacciò come “norma di Polizia”. Le donne che ci finivano dentro erano in genere servette sedotte (che i signori padroni si “approfittassero” di loro era dato per scontato), operaie (allora si lavorava anche per 20 ore al giorno), e poi le sartine. La “Moll Flanders” di De Foe cuce fino a 11 anni. In Dickens sono molte le bambine povere che vanno a cucire. La Fantine di Hugo nei “Miserabili” prima di prostituirsi fa la camiciaia. Sette giorni alla settimana, da 15 a 18 ore giornaliere. Per guadagnare un tanto che non riusciva a coprire neppure la sopravvivenza quotidiana.

Per non finire nelle “case chiuse” per ordine di Polizia, dopo severa istruttoria si intende, c’erano solo tre vie: il matrimonio, il perdono dei genitori, il possesso di una macchina da cucire. Chi allora donna avesse perso il lavoro si sarebbe trovata dinanzi ad un disastro, per finirci dentro un limite sottile come un capello. Il libro parla quindi anche di lavoro, di dignità e felicità. Quanto è bello cucire! Dice Bianca, con la mia macchina io cucio di tutto: tende, gilè, cuscini, e mi piace molto. Faccio i vestitini agli orsacchiotti e scimmiotti dei figli dei miei amici, un paio di loro sono venuti ad imparare a casa mia, sono maschietti a cui piace giocare anche con le bambole. Del resto anche se nei mie libri (ha scritto 48 romanzi, tradotti e venduti in tutto il mondo) i protagonisti sono solo femmine, vorrei che li leggessero anche i maschi. In questo di oggi c’è la denuncia della società proto-capitalista, caratterizzata da una inesistente mobilità sociale: chi nasce povero muore povero. Quanta strada è stata fatta da allora e quanto oggi si rischia di farne indietro. È perciò un libro politico, scritto con uno stile più semplice possibile, come fosse la sartina a raccontare la storia. Lei analfabeta non ha gli strumenti per raccontarlo diversamente. Nei miei libri, continua Bianca, non parlo quasi mai di roba da mangiare. In questo libro è diverso, descrivo la povera dieta delle classi umili, succedaneo della carne sono melanzane e ceci. In passato i poveri rischiavano davvero di morire di fame, in Sardegna (non viene mai nominata ma la storia del libro si svolge lì) giravano casa per casa con in mano un barattolo di conserva a chiedere avanzi di cibo. Oggi se si gira per quello che chiamiamo terzo mondo i veri poveri si fanno subito notare, che rimangono spesso con pochi denti in bocca. La storia si potrebbe svolgere dovunque, i piccoli professionisti hanno una medesima mentalità dappertutto. Comunque sia, anche se  quando parlo di Sardegna nei miei libri mi invento persino che esista un paese dell’interno di nome Osuni, un compendio di diversi paesi in cui ho vissuto e conosco bene, io non capisco e non partecipo al cosiddetto “gruppo di scrittori sardi” (Deledda, Dessì, Fois). I sardi come fossero pecore. Io in questo recinto non ci voglio stare. Cosa farebbe la sartina oggi? Lavori minori, umili, ce ne sono pochi. Badanti sottopagate, fare le pulizie, accudire un vecchio. L’artigiano invece, è una sarta lo è, è come uno scienziato che va scoprendo una nuova particella, ogni sua opera è unica. È anche vero che una volta ci si poteva permettere di scegliere il lavoro che si preferiva. A me  è capitato molte volte di lasciare lavori molto ben pagati che però avevano finito di appassionarmi. Anche quando lavoravo per la RAI. Quando i miei libri presero a essere pubblicati a centinaia di migliaia di copie, ricevevo molte lettere dalle mie lettrici. È stata una di loro ad aiutarmi a ritrovare il regolamento di Cavour con cui istituiva le “case chiuse”, lei fa la bibliotecaria e in quattro e quattr’otto mi ha spedito 600 pagine di e-mail (i provvedimento fu molto criticato dagli stranieri). Ho ancora i raccoglitori zeppi di lettere in cui mi chiedono consigli, quasi tutte scritte da donne. Da quando Maurizio Costanzo ha fatto degli scrittori delle “star” è tutto cambiato, chi mi scrive vuole solo l’autografo. Con i “social” è ancora diverso. Ho Facebook solo perché un’abusiva ne aveva aperto uno al posto mio. E comunque non diffondo la mia e-mail. Le tante confidenze personali erano nelle lettere di carta che ricevevo.

Per tornare al libro, di inventato non c’è praticamente niente, mi sono ispirata a un fatto di sangue avvenuto a Sassari nel 1914. Già il libro, Nadia Terranova sulle pagine culturali di “Repubblica” (Robinson) di domenica 7 ottobre, il titolo del suo pezzo: “Segui il filo della sarta” ha un incipit inequivocabile: “Bianca Pitzorno è una delle più grandi scrittrici italiane… da qualche decennio scrive la storia d’Italia con le sue trame che a volte hanno per protagoniste ragazzine, a volte donne, spesso tutt’e due… Il sogno della macchina da cucire è un romanzo straordinario, dentro il quale una sartina nata alla fine dell’Ottocento attraversa mezzo secolo e due guerre, e in una società rigida, ben divisa in classi sociali inespugnabili, incontra una sfilza di personaggi vivacemente tratteggiati. La più indimenticabile è lei, la protagonista: orfana di entrambi i genitori, è accudita dalla nonna che fa un mestiere antico oggi scomparso, la sarta in casa dei ricchi… la sartina impara e va avanti sempre, in un’ascesa prodigiosa di consapevolezza, stanza dopo stanza, famiglia dopo famiglia, abito dopo abito… Il libro ha una copertina rosa, una protagonista donna, è scritto da una donna e io vorrei che lo leggessero sopratutto uomini” (pag.26). Anche a me il libro è piaciuto molto, c’è tutta la Sardegna del primo Novecento, quando nonna Raffaella, orfana, dovette andare a servizio da Guspini a Dualchi a “fai sa teràcca” (poi sposa un figlio dei “padroni”, nonno Domenico) , in quanto a Bianca Pitzorno, oggi è in jeans e in camicia bianca con un gilè multicolore cucito da lei, su cui spicca una spilla tonda con scritto: “La mujer bonita es quela che luchia”, la donna bella è quella che lotta, dice che viene dall’Argentina, sembra fatto apposta per lei. A Irene Soave che osa chiederle nell’intervista che vi dicevo: chi è stato il suo più grande amore, risponde: “Fidel Castro”.

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