NEL CORSO DELLA GRANDE GUERRA, LA CONVINZIONE DI ALCUNI FANTI SARDI DI COMBATTERE UNA PROPRIA BATTAGLIA PERSONALE

di DARIO DESSI’

Nel Castello di Sassari, sede del Comando della Brigata Sassari, si trovano radunati  i coscritti sardi della classe 1890. Sono stati, appena, chiamati dai bandi della mobilitazione e molti di essi vestono ancora  il  costume caratteristico in tela di orbace sardo.

 

Antonio Pittorru, un pastore da Oliena (NU) era diventato esperto  nel riuscire a colpire i bersagli da una certa distanza con una singola pallottola.

Il 31  gennaio del 1917 si trovava di sentinella in una specie di torretta, che aveva costruito, durante la notte, sopra una trincea lungo il fronte italiano sull’Altipiano di Asiago. Da quella specie di  osservatorio, protetto da sacchetti di sabbia, era possibile  controllare i movimenti dei soldati nemici nelle loro trincee, che distavano appena una ventina di metri. Alle prime luci dell’alba gli austriaci non tardarono ad accorgersi dell’esistenza di quella rudimentaletorretta e corsero subito ai ripari puntandogli contro un cannoncino da trentasette. Il Pittorru non appena intravide il cannoncino e i suoi serventi, che lo avevano già puntato contro la sua torretta, imbracciò l’unica arma di cui disponeva ed incominciò a sparare  col suo moschetto 91 contro i serventi austriaci. Era  una lotta impari; ad ogni colpo del cannoncino seguiva una pallottola destinata a colpire un servente. L’osservatorio non tardo a crollare, trascinando assieme a tutti i sacchetti di sabbia il Pittorru sul fondo della trincea. Ma lui, cocciuto e determinato, una volta raggiunta la sommità della trincea, riprendeva a sparare, colpo dopo colpo, fino a quando, improvvisamente, il cannoncino smise di sparare.

Subito dopo il fante di Oliena veniva convocato al comando del Reggimento, dove riceveva un encomio per la sua bravura e la promessa di una decorazione. Il Pittorru, non tradendo alcun segno di esultanza,  si limito a chiedere al colonello comandante se per lui fosse stato lo stesso concedere una licenza premio al posto di una medaglia.

 

Il caporalmaggioreDi Bella Raimondo da Laconi, chiamato ‘ tziuMundicu’ dai più giovani, si era specializzato nella raccolta  di bombe austriache inesplose. Erano bombe a mano, piccole e schiacciate, la cui miccia si consumava lentamente.A volte quegli ordigni rimbalzavano senza esplodere, e tziuMundicuaveva acquisito  una certa destrezza nel riuscire a raccoglierle prontamente e a  rilanciarle. Per ben tre volte, il 12 settembre 1915, sul fronte del Carso Isontino, era arrivato  vicino a una mitragliatrice nemica, riuscendo a farla tacere.… Un po’ pacato, un po’ stravagante, combatteva con una corda alla cintola, con la quale, al posto di prendere al laccio cavalli selvatici, gli capitava di catturare prigionieri. L’assistette la fortuna. Il 12 luglio 1916 (Altipiano d’Asiago), dopo che l’artiglieria aveva divelto un pezzo di reticolato nemico, si era trovato accanto al varco, mentre era in attesadell’ordined’irruzione.Aveva un ginocchio a terra e fumava. D’un tratto senti come il colpo di una pallottola sul petto. Si tolse una pipetta corta dai denti e sbottonò la giubba per osservare che cosa era accaduto. In un attimo si rimetteva a fumare, riabbottonandosi lentamente la giubba ; Il borsellino aveva  fermato la pallottola.

Nel mese di settembre del 1917, sull’Altipiano della Bainsizza,  il comandante del 151° in una casa isolata in un tratto di pianura brulla, con noci alti tutt’intorno. L’artiglieria austriaca sembra averla individuata. C’era tutti i giorni un concerto mattutino di fuoco e dai noci cadevano i frutti già maturi. TziuMundicu se n’era accorto e ogni  mattino andava li ad aspettare con una  pagnotta in mano e il coltello nell’altra, le raffiche e la caduta di un companatico di cui era ghiotto… Un giorno lo videro appoggiato in modo strano  a un cavallo di frisia austriaco;sembrava rigido, ma fumava con un filo di fumo che gli usciva dalla bocca. Aveva acceso un sigaro per fumarlo conla parte accesa dentro la bocca. Mentre fumava era stato colpito  da una DUM DUM che gli aveva fatto serrare i denti sul sigaro a fuoco dentro.

Dei due personaggi ne parla Giuseppe Fiore  nel suo libro ” Il Cavaliere dei Rossomori”.

 

A fogu a intro.  Fumare con il sigaro acceso dentro la bocca era un’abilità che i sardi avevano appreso nella loro vita in trincea nel corso della Grande Guerra “ Sagherra manna”. I fanti sardi, prima delle azioni d’attacco, andavano, spesso e volentieri, volontari a sistemare i tubi di gelatina sotto i reticolati, posti a difesa delle trincee nemiche.

Quasi sempre, raggiungevano i reticolati, favoriti dall’oscurità della notte, con  un sigaro, la cui estremità accesa era tenuta tra i denti dentro la bocca. Una volta sistemati i tubi tra i reticolati, con la brace del sigaro accendevano la miccia che avrebbe provocato l’esplosione della gelatina e la distruzione dei reticolati.

Gli austriaci non avevano in tal modo la minima possibilità di accorgersi della presenza luminosa d’un qualsiasi altro oggetto, atto all’accensione della miccia.

Anche quando erano nelle loro trincee o camminamenti questo era di solito il  modo di fumare dei fanti sardi; per cui venivano offerte scarse possibilità di bersaglio ai cecchini austriaci. A guerra finita i reduci, una volta ritornati in Sardegna, continuarono a fumare i loro sigari” a fogua  intru”. Era questo un modo di fumare assai piacevole e apprezzato anche da coloro che non avevano mai preso parte alla guerra e soprattutto era abitudine  invalsa tra le nuove generazioni, forse perché, fumando  in quel modo, i giovani  credevano di assumere atteggiamenti più virili.

Ma non trascorse lungo tempo quando si scoperse che le braci dei sigari producevano certe ustioni nei tessuti molli della boccae che queste, a lungo andare, provocavano l’insorgenza di cellule cancerogene.

Nel  romanzo storico – UN ANNO SULL’ALTIPIANO “  scritto da EMILIO LUSSU, tra il 1936 e il 1937, quando era esule in Francia, così  descrive le abitudini dei fanti sardi in guerra:

 

“Il tubo era passato sotto i reticolati. Approfittai della prima oscurità che cadde attorno a noi, strisciai indietro e lasciai il posto libero a zio Francesco (il soldato più anziano della compagnia reduce della guerra in Libia). Col sigaro, egli accese la miccia e la ricoprì di un sasso. Insieme ci riparammo dietro il tronco di un abete e attendemmo lo scoppio. Mezz’ora dopo eravamo rientrati nelle nostre linee. 

I dieci tubi erano tutti esplosi. Facemmo l’appello dei presenti: nessuno mancava.  Solo un soldato del gruppo di Santini era stato ferito a una gamba.

Prima di raggiungere i loro reparti, i soldati finirono assieme il cognac destinato ai volontari”. 

 

Il 20 giugno del 1918 Losson, un pugno di case coloniche, era balzata di colpo dalla semplicità della vita rurale alla gloria della Storia d’Italia.

Quel piccolo borgo, frazione di Meolo, di cui non erano  rimaste che macerie e rovine, verrà più tardi denominato “Losson della Battaglia”, a ricordo perenne di quelle tragiche giornate. Quando al tramonto di quel fatidico giovedì, i fanti sardi, frantumato l’ultimo assalto, partirono urlando al contrattacco, fiancheggiati dai battaglioni della Bisagno e dai nostri bersaglieri ciclisti il terreno tra Case Gradenigo e lo Scolo Correggio era imbottito di cadaveri. E quel contrattacco, tremendamente cruento e massiccio, saettato sopra quel cimitero rosso aveva ristabilito completamente la posizione.

Nel Basso Piave, proprio a causa della particolare  natura del terreno, dove si combatteva  in spazi angusti tra siepi, fossi, scoli e canali, le lotte più cruente erano caratterizzate dall’impiego delle baionette, delle mazze ferrate e dei tirapugni, mentre i sardi, nelle lotte corpo a corpo, ritenevano più maneggevole ed efficace l’impiego dellaPattadesa, della Guspinesa e dell’Arburesa al posto delle baionette.

Qualche volta i sardi, presi dalla foga dei  contrattacchi,  per impazienza o per dimenticanza non facevano prigionieri. Spesso, però erano animati da fredda determinazione, forse a causa di precedenti esperienze di reazioni vigliacche. ospronati da sentimenti di vendetta per la perdita di persone care avvenuta in precedenti azioni ed allora non esitavano a servirsi di certi tipici coltelli della tradizione sarda,  a serramanico, affilatissimi, forgiati a mano a Pattada, a Guspini, ad Arbus, dove ancora oggi e viva la tradizione per simili  pregiati manufatti.

Mercoledì 19 Giugno 1918  Alle ore 12.30 le artiglierie aprono il fuoco ed alle ore 13 .00 inizia l’attacco. Il battaglione d’assalto ed il 151° reggimento escono dal caposaldo di Losson e, nonostante un violento fuoco d’artiglieria avversario, riescono a superare la resistenza nemica e ad avanzare per quasi un chilometro ad est, ma qui devono fermarsi perché il fuoco dell’ artiglieria e delle mitragliatrici austriache sta aprendo varchi paurosi nelle fila italiane. Verso le ore 14, mentre prosegue il combattimento, un grosso pattuglione austriaco riesce a sfondare a sinistra la linea tenuta dalla 25^ Divisione, facendo arretrare i fanti della Brigata “Ancona”, e giunge sino a S. Pietro Novello ed a Fornaci, creando scompiglio nelle seconde linee e mettendo a repentaglio la sicurezza degli arditi e del 151° che si trovano in avanti.

Quando i nostri soldati videro, sotto il fuoco delle mitragliatrici, avanzare intrepidamente un ambulanza guidata da un energica donna, fu come se passasse, un soffio refrigerante sia  per l’anima che per gli occhi. Ma non sapevano che tutte le intrepide fatiche di quella donna erano state premiate dal re con una medaglia d’argento, e che prima di arrivare sul fronte italiano del Piave, tutta la sua opera umanitaria l’aveva esercitata su tanti altri fronti dell’Intesa. Ma ecco nel momento tremendo dell’irruzione nemica un colonello proibirle in modo energico e autoritario di avanzare per quella strada, già invasa dal nemico, mentre lei ribadiva di non accettare ordini in contrasto col suo dovere che si trovava 500 metri più avanti in una casa, dove la aspettavano un gruppo di feriti ed il colonello ignorava di certo che due anni prima per instaurare un servizio ospedaliero nel Caucaso, chiestole dallo stesso  Granduca Nicola, aveva combattuto a piedi nel deserto contro le bande turche veloci, insidiose e spietate. E  cosi anche quel giorno, nei pressi di Pralungo, la signora Hilda Wynnie continuo imperterrita tra il fuoco delle mitragliatrici, raggiunse la casa e carico i feriti.

E dopo aver aspettato in un fossato  tornarono lentamente perché invece di otto feriti, quel giorno—necessità volendo—la vettura ne portava ventitré. La signora Wynnie sorrise ed ammise:  “Ventiquattro”.

Si, ventiquattro, perché ad un punto della strada di ritorno, essa aveva visto seduto sul margine di un fosso, le gambe nell’acqua, ridendo un riso alto, terribile, un soldato della Sassari, un fanciullo non ferito in alcuna parte fuorché nell’anima che l’orrore della battaglia-frenetica come non mai aveva

squassata, disgregata, privata di ogni controllo: Rideva e i batteva il capo coi pugni e non cercava di allontanarsi e non riconosceva più il pericolo e non temeva più la morte.

La signora Wynnie fermò la vettura, scese, trasse su il giovane demente, più debole di lei, più debole di un bimbo.

E poiché tra i feriti non poteva metterlo, lo fece sedere tra se e Bevan, il suo compagno di bordo.

Il demente la guarda. Che cosa ridesta in lui il volto grazioso della signora Wynnie, questo raggio di sole che batte dolcemente alla tenebra sanguigna del suo spirito?

“Et voilà, qu’ilnouesesdeuxbrasautour de moncou” e comincia a stringere forte, ridendo e piangendo, ma con un riso che non è già più quello che aveva tra la mitraglia sul fossato colmo di cadaveri.

Ivor Bevan cerca di liberare la compagna ma non può.

Essa sola – che guida ormai il volante con una mano—può con l’altra mano dissertare la stretta, carezzare il demente e dirgli delle parole piane delle quali soltanto il suono dolce può essere da lui inteso.

E sotto le carezze che paiono di sorella, il nodo disperato si scioglie e il ragazzo si accheta.

Ma come l’ambulanza, stracarica, sorpassa lentamente una carovana di prigionieri austriaci, la battaglia ritorna visibile al povero cervello in tempesta; gli ritorna visibile e terribile per gli elmi rugginosi che vide scatenati contro di lui, per i ceffi slavati che gli avevano giurato morte tra le betulle del Canale Palumbo; e d’improvviso la signora Wynnie, che sorveglia il piccolo seduto

alla sua sinistra, ha la sensazione che la mano destra di lui frughi nella tasca e ne estragga qualcosa da lanciare.

Una sensazione—nulla più—come quella che misteriosamente ci avverte di un nemico alle spalle.

E’ un attimo, e con la mano sinistra afferra il polso del ragazzo e gli toglie una bomba a mano, pronta a seminare la strage tra i prigionieri o nella vettura stessa se lo slancio gli manchi. Una debole resistenza e il ragazzo si lascia disarmare.  E sotto le carezze che paiono di sorella, il nodo disperato si scioglie e il ragazzo si accheta.

Lo spiraglio tragico di luce si è già richiuso; il piccolo Sardo non è già più che una povera cosa irragionevole, singhiozzante, sulla spalla della signora Wynne.

Dal libro  Con le Fanterie Sarde di Ezio M. Gray

 

Sul Piave Nuovo, ad una feritoia, una vedetta sarda vigila, il  fucile  pronto.

 

Luglio 1918“Senti tu!  Nulla.  Oh! Parlo con te…Dalla feritoia il fante non si stacca; volta un poco il viso. guardando  ancora di sbieco dalla feritoia.  Che  fai?  E’ tre  volte che passa un austriaco – quello di ieri – da quella parte. Prendere lo voglio. E’ un fatto personale. Forse quel tale da quella parte ieri gli ha ferito un compagno. E’ inutile tentare di farlo voltare. Risponde ma sta appiccicato alla feritoia. Se  quello passasse proprio mentre noi lo distraiamo? E, non s’interessa nemmeno di verificare se siamo ancora lì,  se ce ne siamo andati, quel che si voleva da lui.  Sembra un fox-terrier immobile alla tana della volpe, gambe rigide, occhio fisso, orecchie diritte, tutto in allarme”.Dal libro  Con le Fanterie Sarde diEzio M. Gray

 

Antonio Masala classe 1894 così descrisse  lemodalità  di un assalto alla baionetta.

Dapprima iniziavano gli ufficiali urlando ”Avanti Savoia”seguiti immediatamente dai fanti che urlavano Savoia, mentre di fronte c’erano gli austriaci che avanzavano urlando “Urrah” Molti austriaci si arrendevano mentre altri opponeva una resistenza agguerrita. Ma quando si trovavano la baionetta puntata sul petto si lasciavano prendere dal panico e si arrendevano. Gli assalti, di solito,  avvenivano dopo mezzogiorno,  ma anche di mattina e di pomeriggio. In certe località gli austriaci preferivano andare all’assalto quando scrosciava  la pioggia gridando “Urrah” e subito i fanti sardi si appostavano in difesa urlando “Savoia, Savoia”.

Dal libro “Storia della brigata Sassari di Giuseppina Fois

 

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