ALESSANDRA PERALTA, CON IL SUO ASPETTO DI FERULA E IL SUO CUORE DI FICO D’INDIA, REGISTA EMERGENTE DAL SAPORE DELEDDIANO

immagine del documentario di Alessandra Peralta: Campanile della chiesetta pisana Galtellì

di Patrizia Boi

Quando l’anno volge al termine, il Fuoco rappresenta un passo necessario. Accendere falò, fare fiaccolate, far esplodere fuochi d’artificio, ha un duplice significato. Da un lato si configura come un rito simbolico – per dirla con Cattabiani -, per bruciare «le disgrazie, i peccati, le tragedie dell’anno che finisce» con fuochi di purificazione. Dall’altro lato questi riti erano simbolicamente ricollegati alla Rinascita del Sole, con la funzione di «aiutare a crescere il sole bambino, il sole gracile che doveva vincere l’ostilità delle tenebre invernali». Nella notte di Capodanno i botti, i tappi dello spumante conferiscono un ritmo al passaggio tra l’Anno Vecchio e l’Anno Nuovo, di simbolica Morte e Rinascita. Il Tredici è il numero del Capodanno e rappresenta il ‘rinnovamento’, la trasformazione e il mutamento fisico e iniziatico per condurci alla comunione con l’Uno.

Nelle fiabe nessuno può aprire la Tredicesima Porta senza che avvenga una trasformazione. Per questo voglio associare la Festa di Capodanno ad Alessandra Peralta, una regista emergente, anch’essa sarda come la Deledda, di un piccolo centro culturale come Nuoro, Ozieri, partita dal suo paese verso la capitale per realizzare il sogno di diventare attrice.

Alessandra è un astro nascente della poetica sarda – germogliata da quel seme piantato dall’antenata Grazia -, che apre la Tredicesima Porta con la telecamera. Riprende gli scorci del mondo creando immagini, sequenze, inquadrature che fissano l’obiettivo sulla poesia mediante il matrimonio con la musica. I suoi documentari sono «guidati dalla volontà di misurare ogni vicenda con la lente dell’anima, trasformando in emozioni e poesia gli eventi più tragici»: anche laddove la realtà sembra essere stata cruda e implacabile lei riesce a vedere un canto, una danza, un ricordo sfuocato che emerge improvvisamente dal terzo occhio. Nell’ultimo anno Alessandra ha firmato la regia di una serie di speciali per Rai Scuola su Auschwitz, Falcone e Borsellino, il Femminicidio, il Bullismo, lo Spazio, la Sicurezza Stradale, la ‘Danza Musica e Teatro’ e naturalmente sulla Deledda. Quest’ultimo speciale di Pietro De Gennaro è intitolato Come il vento che forgia le cose, autore Alessandro Greco.

Che Alessandra sia una donna sarda si comprende subito dalle prime immagini, dalle inquadrature dei paesaggi cari alla Deledda, dal trasporto con cui mette in luce il gioco tra le nuvole e il cielo, le piante che si intrecciano tra le case, che fuoriescono dalle finestre, che accompagnano le vie desolate, che spuntano nei terreni immersi nella macchia. La Regista conosce bene i discorsi del vento che sibila tra le pietre, tra i graniti rosa e quelli grigi, tra i grandi massi megalitici e le tombe disseminate ovunque. E comprende i sospiri che attraversano gli ulivi, le verdi distese argentate, i boschi di lecci e castagni, i ginepri protesi sul mare, i mirti e i lentischi colmi di bacche.

La scelta di Neria come voce narrante e come presenza scenica tra le strade deserte incorniciate di alberi, è un inserto che appartiene già al paesaggio. Mentre Neria sale sulla strada di Galtellì dando voce alla Deledda di Canne al Vento, nelle sue parole affiorano i rovi, l’euforbia e naturalmente le canne ad esprimere sensazioni e stati d’animo. I romanzi di Grazia sono disseminati di piante, di cui lei esalta caratteristiche, colori, profumi. La Sardegna è una terra selvaggia, ricca di vegetazione, di luoghi incontaminati, di fiori che crescono nei posti più impensati, nei terreni aridi, sulle spiagge, in cima alle montagne, nelle foreste più intricate. Alessandra e Neria conoscono questi luoghi, ne respirano ogni magia, li percorrono con il cuore aperto e i sensi pronti a coglierne ogni misterioso aroma, ogni sottile fruscio, ogni impercettibile sibilo di vento. Il vento fa da cornice a questo mondo colmo di pietre e sassi che si sposano con le distese selvagge di fichi d’India, di corbezzoli, di lentisco e ginepro, di frutti saporosi e profumati. E proprio le canne descrivono il popolo sardo, costantemente scosso da una natura gentile ma inesorabile, che schiaffeggia insistentemente il territorio con le sfuriate di Eolo. Spesso le piante crescono storte, riverse su un lato, come se fossero protese verso il mare, verso un baratro o in direzione dell’infinito. Gli abitanti dell’isola sono sospinti come le canne, nella direzione del vento che soffia, perché è proprio «il vento che forgia le cose», le forme delle pietre, le sagome delle montagne, i profili misteriosi degli alberi.

Roberta Deiana nel suo libro La cucina delle Janas (Blu Edizioni 2012) si prende ‘la briga e di certo il gusto’ – visto che siamo in tema di arte culinaria – di andare a cercare le citazioni di Grazia sulle piante: scopriamo novelle costellate di queste corporature vegetali, vive e vigili come elementali. Ecco, quindi, dentro la chiesa «l’altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l’ombra di queste si disegnava sulle pareti come sui muri di un giardino (“Il dono di Natale”)». Sembra che questi alberi, i loro rami e i loro frutti siano protagonisti della scena, siano anzi essi stessi la scena che rappresenta il Natale.

Oppure l’arrivo della stagione primaverile, con i suoi colori e i suoi profumi viene quasi dipinto in questo passo tratto dalla novella In sartu: «Dai massi sovrapposti dell’altura piovevano grandi grappoli di rovi verdeggianti e di biancospino fiorito. Le rose canine, diafane, sfumate in colore d’ambra, olezzavano acutamente, e il ruscelletto attraversava gorgogliando il sentiero per poi sparire tra le alte ferule anch’esse fiorite…».

Sembra proprio di vederle le alte ferule, alte quanto una persona, vive e intense come eleganti fanciulle dal cappello giallo; esse passeggiano nel bosco per cercare frescura e riparo dal sole. Ma il sole risplende inesorabile in Sardegna, caldo e appagante, si riflette sui colori dei frutti, nella clorofilla delle foglie, nel luccicare delle chiome che gli sono esposte. Guardate che gioco di colori si scorge nella novella La via del male: «Una vegetazione selvaggia copriva i fianchi della valle; tra il verde cinereo dei fichi d’india e degli olivi brillava il verde smeraldino della vite, e la vitalba s’intrecciava al lentisco lucente». V’immaginate un viaggio in Sardegna senza lo sguardo sui fichi d’India? La terra ne è colma, crescono ovunque colorando ogni angolo di fuoco e spine: «L’edera e la pervinca coprivano le rocce; i sentieri appena tracciati scendevano e salivano, tra i rovi e i cespugli; macchie gigantesche di fichi d’india, dalle foglie pesanti nate le une sulle altre, incoronate di frutti e fiori d’oro, sorgevano sui ciglioni e s’arrampicavano sulle chine».

Questa è la via del male, è il calvario di spine e bellezza che ogni sardo percorre, in particolare se lascia l’isola per cercare fortuna altrove, come Grazia, Alessandra e Neria, spinte dalla passione, dalla sete di conoscenza, dalla ricerca di uno spazio più grande, più aperto, più connesso. Eppure si portano dentro l’Isola, in connessione costante con la Terra anche a distanza, come emerge da questa confessione di Grazia. «Quando cominciai a scrivere non usavo la materia che avevo a portata di mano come materia prima, per plasmare la mia opera d’arte. Se continuai a usare questo materiale per tutta la vita è perché so quel che ero quando mi formai, legata intimamente alla mia razza e la mia anima era uguale ad essa. Quando frugai in fondo all’anima dei miei personaggi, era nella mia anima che frugavo. E tutte le angustie che ho raccontato in migliaia di pagine nei miei romanzi e che tanta pena vi hanno fatto, erano i miei dolori, le mie angosce, i dubbi, le lacrime che io piansi».

Per Natalino Sapegno la scrittrice «si calava nella sua nostalgica fantasia», mentre Benedetto Croce esprime le sue riserve sul suo lirismo intriso di un certo «regionalismo sentimentale». Gli svedesi, comunque, dovettero dargli torto. Alessandra lascia correre giudizi e pregiudizi e inquadra Neria nella cucina della scrittrice, il luogo del focolare domestico, dispensatore di cibo fisico e metafisico, elemento fondamentale dell’ospitalità sarda.

Grazia era una scrittrice, abile anche nei lavori cosiddetti ‘donneschi’, tanto che cucinava personalmente dedicandosi con passione alla preparazione del cibo anche nella sua casa romana. In una lunga lettera a un suo fidanzato (Nuoro, 10 dicembre 1892), infatti, scrive: «Molti credono che io non sappia altro che scrivere… Io so e mi vanto di sapere tutto ciò che sanno le donne di casa, anzi lavoro meglio delle altre perché nei lavori donneschi, come sarebbe nei ricami e nei pizzi e in tutti i piccoli gingilli dietro cui le donne passano il tempo, io ci metto l’arte ed il gusto che esse non conoscono». Nel documentario emergono anche altri aspetti messi in luce dagli studenti del Liceo Artistico Ciusa di Nuoro, un ritratto dai toni sfumati, una Deledda diva della Pop Art, un disegno dove tra tutte le maschere Grazia viene descritta come «unica mosca bianca in un contesto fatto di perbenismo e di bigottismo» e aggiungerei anche di provincialismo.

Grazia, Alessandra, Neria, evadono dall’isola per raggiungere un mondo dove è possibile essere se stessi, esprimere i propri pensieri, indossando ogni maschera disponibile per interpretare tutte le parti che abbiamo dentro. Alessandra a teatro, ha poi scoperto sincronicamente la regia televisiva che gli ha consentito di esplorare meglio il suo mondo interiore attraverso le maschere degli altri personaggi che le scorrevano davanti.

E concludo raffigurando Alessandra come una piccola ferula slanciata, elegante nel suo grazioso cappellino chiaro, con il volto velato di pudore, che sorride soddisfatta dopo aver inquadrato il volto carico di saggezza della sua anziana Antenata. Indossa il suo mantello smeraldino, volta le spalle e cammina risoluta verso il suo altrove, mentre in petto le batte un cuore carnoso come un frutto maturo del fico d’India, pieno di spine misteriose ma rosso di passione, pronto per un Capodanno di Fuoco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *