STUDIARE L’ORIGINE DELLA VITA: L’ONDA LUNGA DI MATTEO COSSU, NEGLI U.S.A. PER LAVORARE CON LA NASA

ph: Matteo Cossu

di Luigi Barnaba Frigoli

Come tanti giovani di belle speranze ha lasciato la Sardegna “per studiare e vedere il mondo”. E oggi, terminati gli studi, si ritrova a indagare sull’origine della vita nientemeno che per conto della Nasa. Lui è Matteo Cossu da Tresnuraghes, classe 1986. Un altro “cervello in fuga”, che però lì dov’è sembra trovarsi benissimo.

Come è arrivato a collaborare con una delle realtà scientifiche più importanti del mondo? “Tutto è iniziato quando frequentavo l’Università, a Sassari”.

Facoltà? “Biotecnologie agrarie. E a un certo punto ho avuto la possibilità di fare l’Erasmus. Un’opportunità che ho colto al volo”.

Destinazione? “Di solito tutti preferiscono scegliere posti tipo la Spagna, simili all’Italia, dove si studia, ma dove ci si può anche divertire, godersi il mare, mangiare bene. A me questa idea non entusiasmava affatto”.

Dunque? “Ho deciso di andare controcorrente, optando per la Finlandia”.

Scelta azzeccata? “Azzeccatissima. Nel giro di pochissimo ho avuto tutti i documenti e mi hanno assegnato un progetto interessante, a Turku, verso il confine svedese, dove ho potuto lavorare in un laboratorio all’avanguardia, imparando tante cose, che poi mi sono servite per proseguire la carriera. A cominciare dall’inglese”.

Altro che Spagna, insomma… “Questione di punti di vista. Gli studenti italiani preferiscono certi Paesi piuttosto che altri perché pensano che sia meglio non rompere troppo con le proprie abitudini. Si crede che lo stile di vita, il clima o il cibo mediterraneo siano i migliori del mondo. In realtà, stando a contatto con realtà diverse si comprende che esistono altri modi altrettanto felici di vivere la vita. Una consapevolezza che io ho trovato proprio grazie all’Erasmus”.

E al termine dell’Erasmus? “Mi sono laureato e ho deciso di ripartire, senza fermarmi a ‘riposare’ come, neanche a dirlo, fanno in tanti”.

Battere il ferro finché è caldo… “Esatto. Così ho rifatto i bagagli e sono partito per Parigi. Per la microbiologia la Francia è uno dei Paesi al top. Anche in questo caso ho potuto imparare moltissimo. Il francese, che all’inizio è stato uno scoglio davvero arduo, ma non solo. Sono riuscito a ottenere un finanziamento dall’Università Paris Sud e ho iniziato a lavorare a stretto contatto con Patrick Forterre, uno dei massimi esperti mondiali nell’evoluzione dei micro-organismi. Ed è qui che ho iniziato a focalizzare le mie ricerche sugli archaea“.

Ovvero? Lo spiega ai profani? “Sono uno dei tre domini della vita: eucarioti, batteri e, appunto, archaea. Questi organismi monocellulari, sconosciuti fino agli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, si sviluppano nelle condizioni più estreme, dove ci sono alte temperature o alte concentrazioni di metallo”.

Sono stati gli archaea a portarla negli Usa? “Già. Dopo Parigi ho iniziato a partecipare a congressi in giro per il mondo, entrando in contatto con diversi ricercatori. Uno di loro mi ha proposto una collaborazione con l’Università dell’Illinois. E così ho fatto di nuovo le valigie e sono partito per gli States, dove mi trovo tuttora”.

E alla Nasa? “Il mio attuale laboratorio ha un filo diretto con l’agenzia spaziale: visto che gli archaea si sviluppano in condizioni estreme, come quelle che caratterizzano i pianeti del nostro sistema solare e non solo, è facilmente intuibile perché la Nasa si interessi ad essi”.

La vita extraterrestre? “Anche quella. Ma le implicazioni e le potenzialità di queste ricerche sono amplissime”.

Che differenza c’è secondo lei tra fare ricerca in Italia e farla in altri Paesi? “In Italia si è troppo vincolati ai concorsi. È un sistema, certo. Ma io preferisco il metodo che vige all’estero, basato sulle referenze. Conta il curriculum, ma soprattutto contano le esperienze. Inoltre, grazie al rapporto fiduciario con i grandi scienziati, è più semplice crearsi una reputazione. Certo, ovunque ci sono le classiche ‘cose strane’. Ma in linea di massima in questo modo, se vali davvero, il tuo potenziale viene riconosciuto e valorizzato”.

Si sente un cervello in fuga? “Diciamo che sono uno che ha seguito quello che gli piaceva e che non è riuscito a trovare in Italia”.

Le manca la Sardegna? “Moltissimo”.

Pensa mai a tornare? “Spesso. Ma non è ancora il momento. La ricerca nel mio campo è solo all’inizio. C’è ancora tanto da fare e da scoprire. Dunque, per il momento resterò qui. Come i surfisti, cavalco l’onda. E sento che non è ancora il momento di scendere”.

http://www.unionesarda.it/

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