IL MESTIERE DI ATTORE: INTERVISTA ESCLUSIVA A VANNI FOIS, UN ARTISTA SARDO ORIGINARIO DI PERFUGAS CHE VIVE A ROMA

Vanni Fois (nella foto di Giampaolo Buiaroni)

di Bruno Culeddu     Abbiamo incontrato Vanni Fois in occasione dell’“Incontro con il cinema Sardo”: l’appuntamento per i cinefili romani, organizzato dal circolo “Il Gremio” nel prestigioso spazio del Cinema Trevi grazie alla disponibilità della Cineteca Nazionale, Centro Sperimentale di Cinematografia, che offre periodicamente la location alla manifestazione. Vanni Fois è l’applauditissimo protagonista del corto di Roberto Priamo Sechi “L’Alias” che ha chiuso la serata dedicata ai film finalisti di VISIONI SARDE. Il corto è incentrato sulla sua interpretazione: un attore teatrale, a una settimana dalla prima, è preda di una lacerante crisi interpretativa. Per individuare la fonte del disagio egli materializza un doppio di sé, l’Alias, con il quale si confronta per trovare una soluzione. Ma l’Alias rivelerà presto la sua vera intenzione: rubargli il ruolo di protagonista. Chiamato a interpretare il doppio ruolo di un attore in crisi e del suo psicoanalitico alter ego, Vanni Fois ci regala una prova di grande potenza espressiva. Doppelgänger di sé stesso, egli ha fornito una performance recitativa di grande efficacia, sottolineata da una calorosa risposta del pubblico. Nella sua trentennale carriera, l’eclettico attore sardo vanta un centinaio di lavori tra teatro, cinema, televisione, radio e doppiaggio. Ha lavorato con registi del calibro di Avati, Tognazzi, Lattuada, Taviani, Giordana, Magni, Squitieri, Fragasso, Comencini, Bellocchio, Costa, Odorisio, Maccarinelli, Lizza, Sànchez, Tosi, Caiano, Orgnani, Poeti, Sherman, Corbucci, Sciveres. Ha inoltre collaborato con molti registi sardi tra cui Pau, Cabiddu, Grimaldi, Sechi, Marcias, Cesaraccio, Orrù, Livi, Cubeddu. Al cinema lo ricordiamo, fra tutti, nei ruoli di Trudu in “Pesi Leggeri” di Enrico Pau, di Conti in “Le ultime 56 ore” di Claudio Fragasso e in quello dell’inquietante produttore in “Sara May” di Marianna Sciveres. Sul piccolo schermo l’abbiamo visto nella fiction Rai “Boris Giuliano” diretta da Ricky Tognazzi. Ha interpretato il ruolo di Speranza, uno dei membri del gruppo di investigatori guidati dal capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, assassinato nel 1976, che sviluppò un approccio moderno alla lotta alla mafia. Al teatro ci piace ricordarlo, vibrante e intenso, nei panni  di Don Demetrio Gunales, in una riscrittura drammaturgica da Salvatore Cambosu rappresentata nel 2006 dalla compagnia “Fueddu e Gestu” al Teatro Vascello di Roma. Con generosa disponibilità Vanni Fois ha risposto alle nostre domande in un colloquio telefonico che ne ha rivelato il grande spessore d’uomo e la profonda sensibilità d’artista.

Ti ringrazio per avermi concesso questa intervista, la prima domanda che voglio porti è: come nasce la tua passione per il cinema? da bambino cosa sognavi di fare? Sono nato a Perfugas ma sono cresciuto a Nuoro. Tutto è iniziato a Nuoro quando facevo il chierichetto nella chiesa delle Madonne delle Grazie. Oltre a recitare nella sacre rappresentazioni avevo libero accesso al cinema parrocchiale sito di fronte alla Parrocchia. Ho vissuto la passione per il cinema del bambino Salvatore Cascio molto prima dell’uscita di “‘Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore. Il cinemino era rumoroso e ancora più rumoroso il proiettore. Andavo al cinema ogni domenica: entravo da solo al primo spettacolo e vedevo di continuo lo stesso film. Poi arrivava mio padre, mi rintracciava con l’aiuto della maschera e mi riportava a casa. Ecco: la mia vera iniziazione è arrivata col cinema parrocchiale e le recite sacre del periodo pasquale.

Quale è stata la tua formazione artistica? La formazione artistica è partita in modo del tutto fortuito. Dopo gli anni degli studi liceali trascorsi a Nuoro mi sono trasferito a Sassari a seguito della famiglia. Mi sono quindi iscritto all’Università per fare legge. A casa della fidanzata di un mio amico si parlava di una selezione di 25 attori per un corso triennale di recitazione… tra l’incredulità e l’ilarità generale decisi di rispondere all’inserzione pubblicata su La Nuova Sardegna. Fui preso. Da lì parti tutto. Iniziai così a frequentare a Sassari un corso di formazione professionale triennale per attori-registi-scenografi finanziato dalla Comunità Economica Europea. Ebbi l’occasione di studiare con la guida di importanti nomi del teatro in Italia: fra tutti lo scenografo teatrale e cinematografico Gianni Quaranta, Premio Oscar nel 1986 per la scenografia del film “Camera con vista” . Entrai quindi a far parte della compagnia teatrale “Teatro Sassari”  di Giampiero Cubeddu. Fin dal primo anno della scuola integrai il mio percorso formativo con corsi di perfezionamento con Grotowsky, Odin Teatret, Vasiliev, Lebreton, Giuranna, Merlo. Ma non posso certo affermare che la formazione sia terminata, anzi, il fatto di dovermi confrontare con diversi registi in diverse interpretazioni mi pone sempre nuove sfide. Perché gli esamicome ha scritto il grande Eduardonon finiscono mai.

Come è stata la tua prima volta al cinema? Ho sostenuto le prime parti mentre frequentavo la scuola di Teatro a Sassari. Ma il vero esordio è stato con Marco Bellocchio nel film “La Visione del Sabba” girato nel 1987. Il cast era eccezionale. Ricordo Beatrice Dalle, Daniel Ezralow,  Raffaella Rossellini, Omero Antonutti, Corinne Touzet, Jaques  Weber. Giravamo a Cinecittà nel Teatro 5 e utilizzavamo le scenografie de “Il Nome della Rosa ” il colossal di J.J. Annaud tratto dal best seller di Umberto Eco. Esperienza magnifica. Era allora un cinema che si faceva con passione e grande professionalità. Quando mi presentai la prima volta da Bellocchio i tavoli erano cosparsi di migliaia di foto. Sapevo che con registi di questo livello mi sarei dovuto continuamente mettere in discussione.

Nel corso della tua attività hai interpretato i ruoli più diversi. Quale è stato il personaggio che ti è rimasto più nel cuore? La mia risposta ti sorprenderà perché amo tutti i ruoli che ho interpretato, ognuno va contestualizzato in un determinato periodo. Il personaggio del cuore è quello del prossimo film che farò. La metodologia e l’approccio al personaggio che dovrò impersonare non cambiano. Il mio modo di operare è sempre lo stesso: disciplina, studio e impegno al massimo livello.

Aneddoti legati alla tua carriera? Siamo nel 1991. Venni chiamato in Sicilia per sostenere un provino per una serie Tv all’interno della comunità terapeutica del gruppo Saman fondato da Mauro Rostagno a Lenzi, frazione di Valderice, Trapani. Dovevo impersonare la parte di un orologiaio alcolizzato che appariva in una sola puntata. Il provino andò tanto bene che decisero di affidarmi il ruolo di Francesco Cardella, il protagonista della serie che invece appariva in tutte le puntate. L’impegno fu grande: Cardella era più vecchio di me di oltre 25 anni e dovevo trascorrere tre ore al trucco prima di cominciare a girare. In quei momenti pensi solo al lavoro e ti dimentichi anche di mangiare. Attori, maestranze e gli stessi pazienti della comunità – si stava tutti insieme – cominciarono a preoccuparsi. Mi nutrii solo di bresaola. Al ritorno a Milano il regista, in mio omaggio, fece stampare 100 magliette da regalare alla troupe della fiction con la scritta: “I LOVE BRESAOLA”.

Nella tua lunga carriera hai lavorato con tanti artisti, qual è il collega che ti ha dato di più? Ho incontrato molti attori nazionali e internazionali e da tutti ho rubato qualcosa. Ricordo il set del film “Pasolini un delitto italiano” di Marco Tullio Giordana, in cui interpreto un colonnello dei Carabinieri. Mi colpì, in particolare, l’attore Massimo De Francovich per l’estrema lucidità interpretativa mostrata nella parte del perito. Ricordo anche Giancarlo Giannini sul set del film “Vuoti a Perdere”. Ad un certo punto, durante una pausa, si avvicinò per suggerirmi all’orecchio di iniziare il movimento con cui dovevo sparare prima del ciak, in modo da rendere il gesto più fluido e convincente.  Ma ho ricevuto suggerimenti e consigli da tanti altri attori in tanti altri set. Adesso, anche per l’età e l’esperienza, sono io a darli. Sono io che a volte mi avvicino all’orecchio del più giovane per dargli un consiglio e un suggerimento.

Ultime interpretazioni? Per il Cinema è in uscita in questi giorni l’ultimo cortometraggio del giovane e talentuoso regista Roberto Priamo Sechi. Di recente è stato presentato a Roma al Trevi insieme al corto “LMF -Torino realizzato nel  2013. In entrambi i film sono il protagonista principale. In “L’Alias”, girato nel 2016, mi calo nei panni di un attore che a una settimana dalla prima dello spettacolo teatrale si trova in preda ad una crisi interpretativa. Nel suo percorso per individuare la fonte del disagio materializza un doppio di sé, con il quale si confronta per trovare una soluzione. Questo ruolo, non facile, mi ha coinvolto profondamente. Per girarlo il regista, il produttore Giampiero Preziosa, il fonico ed io ci siamo chiusi in una villa a Capitana. Abbiamo lavorato 24 ore su 24 in una vera e propria catena di montaggio. Una full immersion totalizzante e intensissima per pervenire, attraverso continui confronti, al risultato voluto. Per la Televisione ho interpretato l’investigatore Speranza nella serie TV “Boris Giuliano” diretta da Ricky Tognazzi. Credo sia stato uno dei ruoli più faticosi che ho interpretato. Nel senso positivo, di una tensione continua da parte di tutti per dare il massimo, per fare cinema anche se era un prodotto televisivo.

In quale personaggio ti vedremo prossimamente? In uno degli apostoli, Jacopo, nel film “Oh mio Dio!” di Giorgio Amato di prossima uscita. In occasione di Sa die de sa Sardigna dedicata quest’anno dal Circolo “Il Gremio” al grande pensatore e politico sardo, Antonio Gramsci, nell’80mo della sua morte. Farò un reading dalle “Lettere dal Carcere” insieme a Ilaria Onorato e Alessandro Pala. Gramsci è un sardo conosciuto e letto in tutto il mondo come politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario. Mi piacerebbe interpretare anche altre figure di grandi sardi indipendentemente dai loro orientamenti politici: Enrico Berlinguer, Antonio Segni, che hanno amato la Sardegna e l’hanno onorata con il loro lavoro e dirittura morale. Il Teatro, il Cinema e la Televisione dovrà rendere loro omaggio con la sapienza delle parole e la forza  dell’immagine.

Quali sono i film sardi che hai apprezzato più negli anni? La risposta richiederebbe più tempo di quello che mi concedi. Rischio di omettere titoli importanti ma ci provo. Partirei con “Banditi ad Orgosolo”. Anche se il regista non è sardo il film è un capolavoro entrato nel patrimonio cinematografico nazionale. Altri progetti si sono sviluppati nel tempo e sono riusciti a uscire dai confini regionali per raccontare la Sardegna al mondo. Si è formata una generazione di registi sardi di talento che sta rendendo universali le nostre storie. Autori che con diverse capacità e diversa sapienza cinematografica hanno cambiato il modo di raccontare la Sardegna, agevolati in questo da una nouvelle vague di scrittori che hanno fornito più di un soggetto per i loro film. “Un delitto impossibile” di Antonello Grimaldi  è stato tratto al romanzo Procedura di Salvatore Mannuzzu. “Bellas mariposas“, scritto e diretto da Salvatore Mereu, è derivato dall’omonimo racconto di Sergio Atzeni. “Arcipelaghi” di Giovanni Columbu, è invece tratto dall’omonimo libro di Maria Giacobbe. Girato interamente in Sardegna, è  un grande film  che richiama  “Banditi a Orgosolo”  per la scelta del dialetto, l’utilizzo di attori non professionisti e l’autenticità dei luoghi. Ma sono molti i registi sardi che si stanno imponendo a livello nazionale con opere di ampio  respiro e di alta qualità. Paolo Zucca, Peter Marcias, Giovanni Coda,  Marco Antonio Pani hanno ormai ricevuto consacrazione nazionale. In questi giorni è uscita in 20 città “L’Accabadora” di Enrico Pau e invito chi ancora non l’avesse fatto a non perderlo e a sostenerlo senza se e senza ma.  Voglio finire con Gianfranco Cabiddu premio David per la sceneggiatura del bellissimo “La Stoffa dei Sogni” tratto da “La Tempesta” di Shakespeare / Eduardo De Filippo. Il film ha riscosso il pieno successo della critica e del pubblico. Per non dimenticare il “Figlio di Bakunin ispirato anch’esso al romanzo di Sergio Atzeni.

Quale futuro per il  cinema sardo secondo te. Siamo in buone mani. Ci sono tutti i presupposti per prevedere un grande avvenire per il nostro cinema. Giovani registi quali, Silvia Perra (vincitrice di Visioni Sarde), Mario Piredda (Premio David di Donatello 2017),  Roberto Carta (autore del pluripremiato “Sinuaria”), Gianclaudio Cappai, Bonifacio Angius, Tommi Mannoni, Mauro Aragoni, Gianni Cesaraccio, Massimo Loi e il talentuoso Roberto Priamo Sechi, promettono tutti opere di eccellenza cinematografica.

La Regione Sardegna fa abbastanza per il Cinema? Negli ultimi tre anni l’Amministrazione regionale ha garantito con continuità i fondi necessari per permettere al comparto di ripartire e stabilizzarsi: di offrire quindi serie prospettive di crescita agli operatori. Ma si può fare molto di più. Siamo al centro del Mediterraneo con il più bel mare e le più belle location del mondo. In Sardegna ci sono talenti, artisti, tecnici e maestranze. Mi aspetto che il cinema in Sardegna sia considerato importante come le altre realtà lavorative nell’isola. Basta prendere a modello quello che fa la Regione Puglia. L’industria cinematografica e televisiva in Sardegna può creare nuove opportunità di lavoro e di crescita economica anche in altri settori. Oltre all’impatto diretto generato dalla lavorazione del film occorre considerare infatti le ricadute sul turismo. Dalla crescita dell’industria cinematografica ne trarranno benefici non solo i professionisti del settore, tecnici e comparse, ma anche altre realtà collegate ad essa: alberghi, catering e trasporti. È inoltre dimostrata la positiva influenza apportata sui flussi turistici dalla promozione e diffusione di opere che valorizzino il patrimonio ambientale e culturale sardo. Il cinema, insomma, è capace di generare una reale ricchezza su tutto il territorio sardo. Ma beninteso non è solo una questione di crescita lavorativa ed economica, ma anche di dignità culturale. Il cinema sardo sta attraversando un felice momento per qualità e capacità tecniche: merita che riceva dalle Istituzioni preposte più attenzione e sostegno.

Grazie Vanni per questa intervista, speriamo di rivederti presto al teatro, sul grande o sul piccolo schermo. Grazie a te e a TOTTUS IN PARI per quello che sta facendo per il nostro cinema. Bos torro gratzias!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *