“GRAZIA DELEDDA. UNA VITA PER IL NOBEL”: UN’OPERA PREZIOSA DI MARIA ELVIRA CIUSA

Maria Elvira Ciusa con l'editore Carlo Delfino- foto di Marella Giovannelli

di Marella Giovannelli

Nell’anno delle celebrazioni deleddiane (80 dalla morte e 90 dall’attribuzione del premio Nobel), è stato pubblicato  il nuovo libro di Maria Elvira Ciusa, edito da Carlo Delfino, intitolato “Grazia Deledda. Una vita per il Nobel”.

L’opera è  impreziosita da immagini d’epoca, documenti d’archivio e carteggi inediti, provenienti da collezioni private.

La Ciusa, apprezzata saggista, storica dell’arte  e pubblicista, è una profonda conoscitrice della vita e dell’opera di Grazia Deledda,  l’unica donna italiana ad avere vinto il premio Nobel per la letteratura. 

Pagina dopo pagina, emerge un ritratto emozionante e fedele della grande scrittrice sarda,  donna animata da una volontà di ferro e da una determinazione fuori dal comune. Il libro di Maria Elvira Ciusa  colma lacune, smantella luoghi comuni, sfata pregiudizi e ristabilisce verità attingendo alle fonti primarie. Con immensa passione e certosina pazienza l’autrice scava nell’attività letteraria di Grazia Deledda e nella sua  quotidianità. Indaga ed esplora  partendo dai luoghi abitati  e frequentati dalla Deledda, protagonista di una fitta rete di corrispondenze epistolari e di incontri con personaggi di primo piano della cultura e dell’arte. Il libro di Maria Elvira, documentato come un saggio e affascinante come un romanzo, è ricco di aneddoti che rivelano la forte personalità di Grazia Deledda, amica di artisti del calibro di Eleonora Duse e Giacomo Puccini.  Molto forte anche il suo rapporto con don Primo Mazzolari che Grazia Deledda conobbe e frequentò a Cicognara, paese di nascita del marito, e fece rivivere nel prete magro e ossuto di “Annalena Bilsini”.  La Deledda  condivideva con lui  la visione di una società più giusta e di una chiesa vicina ai bisogni dei più poveri. E, come riporta Maria Elvira Ciusa,  lo stesso Don Mazzolari ricordò con queste parole la grande scrittrice sarda in un suo scritto intitolato “La Grazia sconosciuta”: “ascoltava, la testa soffocata da un cappello larghissimo e senza gusto. Appena muoveva il capo, le brillavano gli occhi bellissimi in un volto che non fu mai bello, ma che l’età componeva amabilmente all’ombra dei capelli tutti bianchi… Parlava  pochissimo: frasi brevi, seguite da interminabili silenzi, che mettevano a disagio i vicini che non sapevano a quali argomenti appigliarsi per farla discorrere”.

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