SARAI IL MIO ALBERO: L’ULTIMO LAVORO DI SIMONA MUZZEDDU, ARTISTA DI ORIGINI SARDE CHE VIVE IN LOMBARDIA


di Massimiliano Perlato

“Lascia che la pace della natura entri in te come i raggi del sole penetrano le fronde degli alberi, lascia che i venti ti soffino dentro la loro freschezza e che i temporali ti carichino la loro energia, allora le preoccupazioni cadranno come foglie d’autunno”. John Muir

ph: Simona Muzzeddu

La quarantenne artista Simona Muzzedduenuncia la sua prossima sfida: quella che la vedrà impegnata il prossimo 4 giugno alla Galleria LM Gallery a Latina dove proporrà il suo nuovo lavoro “Sarai il mio albero”, curato da Manuela vela e con la musica del gruppo The Unsense.

Nata a Gallarate dove vive e lavora, si mantiene forte in lei il legame al territorio e alla tradizione sarda,in particolare alla zona della Gallura e ad Aggius, il luogo d’origine della sua famiglia. Paesaggi e simboli del patrimonio culturale sardo appaiono, infatti, in molti dei suoi progetti artistici come ad esempio in uno dei suoi lavori, Borderline, la linea di confine.

La sua formazione artistica inizia frequentando il Liceo Artistico“A.Frattini” di Varese e in seguito l’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano, dove si laurea in Pittura a pieni voti.Si è specializzata nel settore della graficaconseguendo il diploma di Multimedia Art Director presso l’Acof di Busto Arsizio e ha svolto per due anni la funzione di “tutor”per il corso di Grafica d’Arte presso l’Accademia delle Belle Arti di Brera, al fianco della Professoressa Luce Dhelove.

Dopo aver frequentato il corso di “Fotografia e still life” alla Mohole Lab di Milano, nasce in Simona Muzzeddu la passione per la Fotografia. Attualmente lavora con diversi linguaggi dalla fotografiadove l’artistacattural’immediatezza espressiva e allo stesso tempo mette in luce le relazioni tra l’uomo e l’ambiente. Il suo impegno lo si può intendere come una continua ricerca espressiva nei suoi lavori dove analizza l’Uomo e le sue relazioni psico-sociali. Si tratta, considerando il tutto, con una diversa prospettiva di rendere omaggio alla vita e, nello stesso tempo, di cogliere, senza traumi, gli aspetti che la mortificano o la rendono disumana o quasi inaccettabile.

Il mio modo di elaborare tutte le emozioni nei miei progetti è viscerale. Sembra quasi assurdo, ma a volte penso che più una persona abbia sofferto in passato e più abbia da raccontare con l’arte. È una specie di bioritmo dove dopo la grande caduta si ha una grande risalita e nella risalita creo. I miei lavori sono rivolti al sociale: dall’indagine sul degrado ambientale della serie “DollsOrphan” a quella sulle malattie fisiche e psicologiche di “Borderline la linea di confine” e “Borderline psychotic activity”, e tutte le tematiche sono in strettissima relazione con la mia vita. Direi che creare per me è necessità. La consapevolezza è nella mia decisione di affrontare delle tematiche “scomode”, in una società sempre più futile. La memoria è necessità, necessità di accompagnare le persone a ricordare e riflettere su chi siamo e dove andiamo, su come ci comportiamo nei confronti del prossimo e della nostra madre terra. La persona è sia fonte di ispirazione sia obiettivo da raggiungere, da sensibilizzare e a cui lasciare un messaggio chiaro, su cui riflettere.”

Ed ora andiamo con lei alla scoperta del suo nuovo lavoro, dove il confronto in “Sarai il mio albero” è soprattutto con se stessa.

“Tecnicamente il lavoro completo è composto esattamente da 9 light box 30x30x3cm, tra le quali sei rappresentano la figura umana, 3 invece sono gli organi interni, cuore, polmoni, cervello e come ultima la cellula tumorale”.

Simona, in questa tua elaborazione, hai principalmente “messo in gioco” la tua figura.

“Non è stato semplice mettermi a nudo, lavorare come modella di me stessa, un enorme limite da superare. Primo perché ho un pessimo rapporto con il mio corpo, non sempre lo accetto. E poi, è diverso fotografare dei modelli, il corpo non è tuo e soprattutto posso girare attorno al soggetto e cercare i “tagli” giusti. Sicuramente è la prima volta che mi trovo a dovermi analizzare in questo modo così intimo. Non più una sedia rotelle bianca, non più un modello o una sedia a rotelle bianca ma, semplicemente “IO”. In genere dico ai miei modelli cosa devono fare prima di un set e come impersonare una scena. Adesso sono io a guidare me stessa, sono la regista del mio corpo, del mio movimento, del mio saper trasmettere…. Questa sì che è un enorme sfida per me. Avrei potuto fotografarmi molti anni fa quando avevo un fisico perfetto, magro, asciutto invece mi sono ritrovata a farlo ora che il mio aspetto non lo riesco più a controllare, che non riesco nemmeno a vedermi nuda in uno specchio… Ho lavorato sui miei scatti con la sensazione che non sarei stata adeguata per questo ruolo. Poi è successo l’imprevedibile, ho iniziato a prendere coraggio e lavoraci sopra e ho notato che comunque il lavoro funzionava. Il risultato era ciò che avevo nella mente se non migliore. In alcuni lavori sembra che il mio corpo sia tatuato dai rami degli alberi.”

Dove è nato questo progetto? Dove è scattata la molla che lo ha determinato?

“ll lavoro nasce quando ho scoperto che una mia carissima zia gli hanno diagnosticato il tumore ai polmoni. Nel giro di breve tempo questa maledetta malattia l’ha portata via. Siccome non è l’unica parente in famiglia che muore di tumore ho pensato di creare questo lavoro. Altre parenti hanno avuto il tumore ma per ben due volte hanno vinto loro e non la malattia. Questo lavoro, infatti, non vuole essere una visione negativa il fatto che siano delle figure pulite e luminose è perché vorrei lasciare un filo di speranza. Vorrei pensare che la mente umana sia talmente forte che può sconfiggere la malattia!”

Nel tuo percorso artistico, è un prosieguo ai tuoi precedenti lavori?

“Il trait d’union è la poesia. Inizio a pensare che sia una delle mie componenti. La stessa poesia che avevo visto su “Coma profondo”, della serie “Borderline la linea di confine”. Ma se in “Bordeline la linea di confine” e “Borderline, Psychotic Activity” c’è una profonda riflessione sul lavoro, in questa serie invece è tutto l’opposto. Si tratta di doversi affidare al proprio istinto. Anche perché diciamolo farsi degli autoscatti così non è facile.”

In questa serie, fai ampio riferimento al connubio con la natura.

“Il mio rapporto con la natura è costante, osservo gli alberi e quei rami così fitti ed intrecciati mi fanno venire in mente molte analogie con l’uomo. In un film visto recentemente rimasi colpita da un dialogo dove fa riferimento natura-anima, in particolare più o meno diceva così: “sono le anime degli alberi che vediamo in inverno che assomigliano alle anime umane… Ci sono anime contorte, anime normali, anime pazze. Dipende molto dal tipo di vita che ognuno di noi conduce…. Ogni albero rispecchia un anima di una persona e quando lo troverai lo riconoscerai…” In quell’istante mi sono resa conto di quanto fosse vicino al mio ultimo lavoro“sarai il mio albero”.Dove fondo il corpo umano con i rami degli alberi, rami che continuano a crescere, come i rami di un tumore intaccano il nostro corpo. E’ da qui che nasce la fusione. L’analogia con i rami degli alberi e un tumore sta proprio nella crescita incontrollata e scoordinata, nel caso di un tumore specificatamente in un gruppo di cellule “impazzite”. Quest’ultima appunto, è determinata da alterazioni del loro proprio patrimonio genetico. Una volta che c’è se non si cura si dirama in ogni parte del corpo intaccandolo senza sapere la traiettoria, imprevedibile così come lo è la crescita dei rami.Quest’ultima appunto, è determinata da alterazioni del loro proprio patrimonio genetico. Una volta che c’è se non si cura si dirama in ogni parte del corpo intaccandolo senza sapere la traiettoria, imprevedibile così come lo è la crescita dei rami.Ho pensato però in questa serie di invertire l’intenzione ovvero, se nei lavori precedenti ho dato un enorme carico di tensione per scaturire delle emozioni forti come fossero dei traumi, in questo lavoro invece lo voglio alleggerire, rendere morbido, pulito, limpido. Cercare quindi di rientrare nelle vibrazioni che la natura mi trasmette, ossia un senso di pace e libertà. Rendere le immagine “luminose”. Un percorso forse dovuto, un passaggio che era inevitabile.”

C’è un messaggio sublime nel tuo lavoro che abbozza un bagliore di fiducia per chi è costretto a fare i conti con la malattia.

“C’è una luce nell’aspetto drammatico della visione ma viene dato un giusto equilibrio come voler dare una speranza alla lotta contro il cancro. Stiamo vedendo qualcosa che riguarda tutti molto da vicino e ci deve provocare una certo effetto. L’immagine è molto seducente perché dietro l’apparente eleganza della composizione, si cela un interrogativo inquietante: se il corpo è parte della natura e la malattia rientra nei processi naturali della vita, come realmente sente l’uomo il rapporto con la natura? E’ un rapporto di armonia o di conflittualità?  Senza ombra di dubbio per me è un rapporto in piena armonia, ciò che spero di aver trasmesso al lavoro.

Un pensiero finale, pensando al tuo dialogo stretto con la natura, pensando a “Sarai il mio Albero”, cara Simona?

“Le tracce che la terra mi rilascia sono un cammino introspettivo, un unico sussurro che è la natura, lei mi trasmette e mi porta passo dopo passo a nuove creazioni. A volte è come se mi prendesse per mano e mi accompagnasse. Gli odori, i profumi, i suoni che trasmette la fauna sono armonia proprietà curatrice per l’equilibrio della mente e il corpo.Di sicuro mi farò trasportare da ciò che madre terra mi trasmette.”

https://www.youtube.com/watch?v=JVGw08LbV64
“Sarai il mio albero“ per NO PLACE 2 Light box 30x30x3cm tratto dalla serie “Sarai il mio albero“, Musica di Marino Peiretti.

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Un commento

  1. L’ho conosciuta alla 1a sa die de sa Sardigna a Varese, dove il padre ha smosso il mondo affinché si svolgesse in Villa Ponti a Varese. Ho un grande ricordo di quell’uomo fantastico, spigliato, intraprendente, meticoloso e creativo. Una bella persona davvero.

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