I LUOGHI DELLA MEMORIA: L’8 SETTEMBRE IN SARDEGNA CON L’AFFONDAMENTO DELLA CORAZZATA ROMA


di Mario Salis

Non c’è memoria senza oblio. Ricordare e dimenticare, che nella storia di un paese si possono anche alternare, senza cancellare i luoghi della memoria. L’8 settembre 1943: la fine della guerra dopo la sconfitta, la morte della Patria e la sua rinascita dalla monarchia alla repubblica. A distanza di oltre settant’anni si avvicendano interpretazioni controverse destinate a svelare aspetti inediti, smentendo presunti misteri lasciando peraltro irrisolti molti interrogativi, perfino imbarazzanti, che costarono un ulteriore tributo di vite umane.

All’indomani dell’armistizio, l’ultima missione della Corazzata Roma affondata il 9 settembre 1943 nelle acque dell’Asinara. Quasi 1700 i morti, quando scompaiono in quello stesso tratto di mare i due caccia di squadra Da Noli e Vivaldi. Un intero paese della Sardegna di giovani tra i venti ed i trent’anni inghiottito negli abissi. Le vittime a bordo della nave ammiraglia sono 1253. La storia aveva preso a correre sulle onde radio dell’EIAR il 10 giugno 1940. Un caldo lunedì alle 18, l’ora segnata dal destino, quella delle decisioni irrevocabili, amplificate dagli altoparlanti Marelli col sottofondo vociante dell’adunata oceanica. La velleità di spezzare rapidamente le reni alla Grecia giungerà tardi. A novembre invece con largo anticipo sulla guerra lampo, nella notte di Taranto spunteranno gli sbilenchi biplani britannici Swordfish, micidiali pesce spada. Aerosiluranti che si tuffano a colpo sicuro sulla flotta navale italiana inspiegabilmente in rada. “Quando tutti i fagiani erano dentro il nido” secondo l’ammiraglio inglese Cunningham e la sua ricognizione aerea. Poi dritti verso l’epilogo, la dolorosa ritirata in Russia e la disfatta in Africa. Pantelleria e Lampedusa si arrenderanno senza combattere, calpestata la battigia inumidendo appena il bagnasciuga del nemico.

L’inizio della fine comincia quarantacinque giorni prima, alle 22,45 del 25 luglio 1943, una domenica afosa, quando al posto del giornale radio le canzonette messe in onda, sono interrotte dalla voce littoria di Titta Arista che annuncia la nomina del nuovo primo ministro, il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Il ventennio di un regime si dissolve poche ore prima dell’alba ed alle 11 è già pronto il decreto di nomina del nuovo capo del Governo, che succede al Cavalier Benito Mussolini, dalle 17 un detenuto di riguardo. Da Radio Algeri il generale Eisenhower alle 18 del 9 settembre, rompe gli indugi e svela la resa italiana. L’annuncio dell’armistizio in Italia è diffuso alle 19,45 di un mite mercoledì. Le forze anglo americane hanno cessato di essere un nemico mentre quelle italiane dovranno reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Un paese allo sbando tra paure e incertezze, tra commedia e tragedia come Alberto Sordi nei panni del tenente Innocenzi di Tutti a casa di Luigi Comencini, telefona “signor colonnello i tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso”. In quelle ore convulse si rincorrono gli inganni con gli equivoci, tra un misto di sciatteria ed ambiguità senza scoraggiare le più assurde congetture.

Intere divisioni disseminate sul vasto fronte europeo ed altre unità fino al Giappone, senza più ordini e collegamenti. La verità nascosta agli stessi vertici militari è che a Cassibile l’accordo era stato raggiunto già il 3 settembre. La guerra finisce ma non smetterà di continuare. Anche in Sardegna. Il 2 settembre atterra ad Elmas un ufficiale dello Stato Maggiore, nella sua cartella la Memoria numero 44: disposizioni contro un eventuale attacco tedesco. Perché mai? In quei frangenti gli ordini indiscutibili alimentano i dubbi, il rischio di irreparabili conseguenze, che probabilmente tutte insieme avranno percorso lo stato d’animo travagliato del Generale Antonio Basso, comandante delle forze armate della regione militare.

Un’isola semideserta, martoriata da massicci bombardamenti per sviare lo sbarco in Sicilia ma non del tutto disarmata. La 90° Divisione Panzergrenadier reduce dalla Tunisia dov’era inquadrata nell’Afrika-Korps forte di 32000 uomini, integra ed operativa con 300 mezzi corazzati dislocati tra il Medio Campidano e quello di Oristano. Preponderante ma inutilmente il numero dei militari italiani, suddivisi in due corpi d’armata. Oltre 130 mila soldati a cui si aggiungevano altri 85 mila nella vicina Corsica contro cinquemila unità tedesche.

Resi stanchi più dalla sfiducia che dalla minaccia di uno sbarco che non avverrà mai, con un armamento inadeguato, potevano creare tutt’al più complicazioni ma non soverchie preoccupazioni all’ex alleato. Decisivo sarà l’ordine superiore impartito al generale Lungershausen di lasciare la Sardegna attraverso la Corsica. Per non rischiare le noie di un problematico imbottigliamento, il realismo ed il buon senso tra i due alti ufficiali fecero prevalere comportamenti diplomatici, che al generale italiano costeranno un lungo processo da cui solo anni più tardi uscirà prosciolto dall’accusa di violata consegna. Tuttavia ci furono degli scontri e delle vittime: nella Marmilla, all’uscita Nord di Oristano, l’episodio drammatico nei pressi di Macomer, che registrò l’uccisione del colonnello Bechi Luserna ad opera di una formazione della Nembo, in procinto di unirsi all’evacuazione tedesca.

Ma è l’occupazione della base di La Maddalena, il 9 settembre alle 11, ad opera di un manipolo di tedeschi, che imprime una svolta decisiva al destino della flotta navale in avvicinamento sulla costa sarda. Ventitré navi, con le corazzate, approntate per combattimento finale che doveva contrastare lo sbarco alleato a Salerno, salpano nella notte da La Spezia mentre sulle banchine è un tripudio per la fine delle ostilità. Sul ponte della Roma l’avvertimento dall’altoparlante: attenzione la guerra comincia ora! Forse già più di un presagio.

Mentre a terra si media e si combatte, il convoglio poco dopo le 14, deve invertire la rotta di 180 gradi. Tre ore, troppe per ricevere il messaggio sull’inagibilità di La Maddalena. Anche per la Corazzata Roma è l’inizio della sua fine. Una tragedia italiana che si concluderà nel Mare di Sardegna, quando l’Ammiraglio Bergamini obbedirà al più amaro degli ordini: consegnare le navi secondo le pesanti clausole armistiziali, di cui però era stato tenuto all’oscuro fino all’ultimo.

Si riprende il largo con una manovra perfetta condotta ad alta velocità, per uscire indenni dall’estuario tra l’insidia dei campi minati. A bordo non sanno seppur temono, il pericolo di un imminente attacco aereo. Quattro caccia decollati da Venafiorita con scarse indicazioni, anziché garantire l’ombrello protettivo vagano senza meta da tutt’altra parte. Sopra la testa di quella lunga fila di navi una formazione di oltre 20 bombardieri tedeschi ha già programmato il suo piano in tre ondate di assalti. Provenienti dalla Costa Azzurra volano sopra i cinquemila metri, fuori dalla portata dell’artiglieria antiaerea. Sotto il loro ventre bombe di nuova generazione: le teleguidate FX 1400, Fritz per gli amici. Per il nuovo nemico un confetto da 1300 chili, 350 di alto esplosivo, che dopo lo sgancio innovativo sulla verticale dell’obiettivo, un aviatore puntatore poteva guidarla fino al bersaglio con l’ausilio di infallibili impulsi radio.

L’impatto sulla Corazzata Roma è devastante: alle 15.42 sul lato destro, nei pressi delle batterie contraeree s’infila il primo ordigno per sbucare scoppiando sotto la chiglia, l’unità incassa una falla sbandando a destra, riprendendosi attraverso il sistema degli allagamenti controllati. Appena dieci minuti, senza contare le vittime si soccorrono i feriti, il colpo di grazia a sinistra, al centro verso il fumaiolo di prua. Il finimondo: deflagra l’esplosivo della Santa Barbara, una fiammata arancione di 500 metri, un denso fumo giallastro, la nave ridotta ad una fornace. Letteralmente sollevata dall’acqua come la vedono dalla sua gemella Italia a poco meno di un miglio. La torre numero 2 dei grossi calibri è scagliata in mare con i suoi uomini. Volano rottami dappertutto per interminabili minuti, i naufraghi per lo più feriti, annaspano in un mare denso di gasolio che prende fuoco. Pochi attimi e la nave volge le spalle capovolgendosi ed inabissandosi in due tronconi. Cinquecentonovantasei superstiti che saranno internati alle Baleari, altri ventisei non resisteranno alle gravi ferite. Come si fa a non ricordare, come si può dimenticare, com’è possibile distinguere tra un dovere ed una colpa? L’Associazione reduci e familiari dei caduti Corazzata Roma nave Vivaldi nave Da Noli, hanno indetto per l’8 ed il 9 settembre una serie di manifestazioni a Porto Torres per ricordare il tragico evento – il programma dettagliato è consultabile nella corrispondente pagina facebook del gruppo – sarà inaugurato per la prima volta un memoriale curato dal documentarista Roberto Barbieri, per ricordare anche le storie dei trenta giovani sardi della Roma e di un’altra decina nelle altre due unità, grazie anche al valido apporto dell’archivio storico di Giovan Battista Conti.

Il presidente Nicola Puggioni ha incontrato a Cagliari il Signor Aldo Baldasso che visse in prima persona quei giorni. Si è rivelato subito difficile chiamarlo Signor Baldasso perché Aldo a 95 anni è ancora quel ragazzo poco più che ventenne, quando a bordo della corazzata Roma era meccanico addetto alla Galleria Assi e incendi – seconda sezione. Un giovane marinaio, provetto e navigato come si dice, ma purtroppo già naufrago. Il 3 maggio del 1941 a Tripoli a bordo della Torpediniera Canopo, bombardata da un attacco aereo britannico, col suo epilogo di morti e feriti. Guerra dei convogli, rotta della morte, un’altra storia, terribile. Subito dopo fu assegnato sulla Roma fin dal suo allestimento a Trieste. Quando si dice il destino! “Aldo era già sul balcone di casa che ci aspettava” puntuale e presente come al richiamo al suo posto di combattimento. Oggi, dipinge, scrive al computer ed ha molto da raccontare: la rievocazione di un’emozionante lezione di storia. Sì, perché i grandi la scrivono e la trascrivono, altri la subiscono anche a prezzo della vita, ma sentono il dovere di ricordare. La sua determinazione e dolcezza allo stesso tempo è strabiliante, come quella di chi ha conosciuto personalmente i reduci recentemente scomparsi e le storie ancora vive nelle famiglie dei caduti, vissute e tramandate. Ragazzi speciali a bordo di una nave straordinaria, saliti troppo in fretta lassù dissolti in quell’immane ondata di vapore a seguire il suo destino, che spezzandosi prima di affondare ha riservato all’altra metà il paradiso degli abissi, quello dei marinai. “Il 9 ci devo essere, per me è un dovere!” ha promesso il marò. Già il dovere: come quello sacro, solenne di non dimenticare quei ragazzi con i loro comandanti. La guerra era finita ma per loro cominciava con quell’ultimo viaggio. In quelle stesse ore, a qualche migliaio di chilometri, nel Mar Egeo ad Argostoli sulle alture di Cefalonia un altro Baldasso – quando si dice: le coincidenze – Clelio, caporale di una batteria costiera chiedeva al suo tenente Renato Calabrese “allora xe finida la guerra, sior tenente?” L’ufficiale: “la guerra forse è finita per gli altri, non certo per noi. Per noi è solo finita la pace e da domani statene certi, cominceranno i guai” – Alfio Caruso Italiani dovete morire Cefalonia settembre 1943. Infatti: novemila morti tra efferati scontri e ripetuti combattimenti, prigionieri e poi naufraghi sui campi minati. Fino al 28 settembre. Cinquemila italiani trucidati per rappresaglia. Il fuoco, ultimo e vano tentativo dell’ex alleato per cancellare ogni traccia di quell’eccidio.

Ancora oggi da quelle parti, quando i contadini bruciano le stoppie, gli anziani salutano quel fumo a mezza voce: è la Divisione Acqui che sale in cielo. Nel pomeriggio di quel 9 settembre dalla Marina di Castelsardo fino a Porto Torres, un tremendo boato fece scuotere la linea chiara dell’orizzonte, disegnando su quella striscia blu una colonna grigia di fumo. Dalla costa dove poco prima si era poggiato lo sguardo sognante dei marinai sardi, che già immaginavano le loro case, a terra in tanti provarono un’analoga sensazione senza conoscere il nome di quelle navi. Nei giorni seguenti il mare restituirà corpi e molti salvagenti rossi, però vuoti. Neppure di questi tempi il Mediterraneo riesce a nascondere l’orrore delle guerre e delle sue vittime innocenti. Forse perché non finiscono mai.

5 risposte a “I LUOGHI DELLA MEMORIA: L’8 SETTEMBRE IN SARDEGNA CON L’AFFONDAMENTO DELLA CORAZZATA ROMA”

  1. Bellissimo articolo Mario…per non dimenticare!! I luoghi della memoria non si cancellano, i ricordi sbiadiscono, i siti mutano nel tempo ma conservano sempre l’essenza di ciò che è stato.

  2. Precisazione importante e dovuta, a conferma del vasto interesse che suscitano ancora i fatti in questione. In merito all’articolo “I luoghi della memoria: l’8 settembre in Sardegna l’affondamento della Corazzata Roma” A seguito di quanto gentilmente fattomi osservare: laddove è scritto “consegnare le navi secondo le pesanti clausole armistiziali”. Si trattò invece di “trasferimento”. Infatti tecnicamente con il termine e le modalità del trasferimento le navi mantennero issate le nostre insegne e le unità furono condotte da ufficiali italiani. Così come avvenne in quel tragico 9 settembre 1943. Me ne scuso con i lettori. (Mario Salis) – 11 settembre 2015

  3. Precisazione importante e dovuta, a conferma del vasto interesse che suscitano ancora i fatti in questione. In merito all’articolo “I luoghi della memoria: l’8 settembre in Sardegna l’affondamento della Corazzata Roma” A seguito di quanto gentilmente fattomi osservare: laddove è scritto “consegnare le navi secondo le pesanti clausole armistiziali”. Si trattò invece di “trasferimento”. Infatti tecnicamente con il termine e le modalità del trasferimento le navi mantennero issate le nostre insegne e le unità furono condotte da ufficiali italiani. Così come avvenne in quel tragico 9 settembre 1943. Me ne scuso con i lettori.

  4. Grazie Mario per questo articolo. Non aggiungo altre parole, il nostro compito di cittadini e di sardi non è quello di fare processi alla Storia, ma solo quello di ricordare. E millesettecento nomi sono tanti, tanti.

  5. Articolo interessante e ben articolato, sintetico ma soddisfacente, che rende onore anche alla Sardegna e ai suoi Figli. Un piccolo refuso di battitura non pregiudica la qualità: l’annuncio dell’armistizio fu dato da radio Algeri alle 18.30 dell’8 settembre, non il giorno dopo.
    Non sono uno storico accreditato, ma da quel che ho capito sulla storia di quella data infausta è che, gran parte di ciò che ancora oggi si scrive e si dice è spesso frutto di un continuo copia e incolla di vecchie pubblicazioni in parte superate, documenti (inesistenti) divenuti dogmi perché nati da un semplice "sentito dire", o – peggio – omettendo analisi di testi e testimonianze andati perduti nei saccheggi degli archivi.
    Qualcosa di interessante è però nel tempo saltato fuori. Qualche nuova valida considerazione c’è eccome. Ma non appare, perché questa storia è caduta nelle mani degli internauti e degli storici improvvisati che hanno alzato un polverone digitale che ha offuscato alcune eccellenze. Un gran peccato, che spero venga presto riparato delegando a diffondere questa pagina emblematica della nostra storia di Italiani solo a persone preparate e imparziali. Anche se pochi, credo ce ne siano.
    Seguo da anni la vicenda, ma solo una volta ho assistito a una conferenza a porte chiuse (durata una mattinata intera) in cui sono stati analizzati tutti i passaggi (storici, tecnici, politici e psichici) di quel giorno. Posso garantire che chi ha assistito a quell’incontro ne è uscito soddisfatto, per fortuna!
    Penso che ai tempi nostri l’unico modo per ricordare civilmente i Caduti, i Dispersi e i pochi superstiti ancora con noi, sia quello di conoscere fino a fondo i particolari del gigantesco ingranaggio in cui si trovarono, inconsapevolmente, pagando a caro prezzo scelte di etica e ragion di stato. Scelte che ci hanno portato ad avere ancora un’unità nazionale. Sembra poco? A mio modesto parere, la retorica moderna basata sui vari "condivido" o "mi piace" lascia il tempo che trova, la si potrebbe chiamare anche solo nostalgia: un sentimento di cui i nostri giovani non hanno alcun bisogno!!!!
    L’Autore dell’articolo conosce adesso la mia email, potrà contattarmi in privato e interloquirò con Lui senza alcun problema.
    Un caro saluto.

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