CARAVAGGIO E I CARAVAGGESCHI A SASSARI: QUANDO UNA MOSTRA DI RICHIAMO NECESSITA DI UN GIUSTO PERCORSO


di Nello Rubattu

Ero in Sardegna e a casa avevo sei amici di mio figlio arrivati con lui da Bologna per le vacanze. erano tutti studenti che avevano a che fare con studi artistici (Dams, storia dell’arte, lettere). Appena hanno saputo che a palazzo ducale avevano allestito una mostra su “Caravaggio e i caravaggeschi”, si sono fiondati a vederla.
La loro delusione è stata evidente. Forse si aspettavano più pezzi in mostra, o una sede meglio attrezzata, in grado di fare loro leggere meglio le opere esposte: “C’erano le luci sbagliate e non si capiva il percorso”, mi hanno detto.  Devo però dire che io non ho fatto un salto a sincerarmi se davvero la mostra era così piena di pecche. Molte di quelle opere le conoscevo già e a dire la verità avevo altri problemi da risolvere.  Certo è che se dei ragazzi abbastanza avvezzi a visitare musei con interesse non solo puramente estetico, ma professionale, non sono rimasti colpiti in maniera favorevole, qualcosa di sbagliato ci doveva essere. Per carità, a Sassari, come in qualsiasi città di questo mondo, si ha bisogno di spendere bene i pochi soldi che si dirottano verso la cultura, e una mostra di richiamo non può fare certamente male a nessuno. Il vero problema è che le mostre, gli eventi, devono avere un loro percorso, una loro logica e alle volte questa manca.  Spesso le amministrazioni non hanno un programma preciso di intervento e troppo spesso i sindaci accettano le mostre d’arte perché sperano che aumenti un certo flusso turistico. Niente di male: il turismo porta soldi e ad una città come la nostra fa solo del bene. Ma il turismo vive sull’immagine, sull’immaginario che si riesce a suscitare all’esterno di noi stessi. Solo che l’immagine è uno strano marchingegno e quando si sbaglia obiettivo si rischia molto di più di quanto non si pensi. Perché l’immagine per essere veicolabile ha bisogno di “contorni” di essere leggibile. Sassari è in questa condizione?  Purtroppo, mi dispiace doverlo dire, gli interventi che vedo a Sassari sono discontinui e senza un piano preciso. Il vero male è proprio questo. Non esiste un percorso “leggibile” dei depositi culturali della città e molte opere importanti (l’ex Isola ai giardini, per esempio) sono lasciati al laissez faire. Artisti di spessore (Dessì, o Tilocca, tanto per citarne qualcuno. Ma l’elenco sarebbe molto lungo), non vengono valorizzati per nulla.  Certo, le querelle cittadine (spesso solo provinciali) tolgono smalto e voglia di ragionare sulla funzione delle manifestazioni artistiche, ma questo non dovrebbe portare un sindaco a pronunciare la solita frase che “bisogna fare arrivare turisti a Sassari”. E’ una fesseria. Come lo è pensare che basta un Caravaggio per risolvere il problema.  Io sono di scuola pragmatica e so di avere ragione quando dico che per prima cosa dobbiamo lavorare sull’esistente: nessuno ha mai valorizzato i percorsi del liberty in città o gli ex voto. o i tessuti antichi, o gli arazzi che sono nascosti nelle cassepanche di chissà quante case. Basterebbe farsi un giro nelle città d’arte europee per capi partono prima di tutto da ciò che si ha.  Perché per creare l’immagine di una città non basta la testa di una Medusa. Bella ma non basta. Di quelle mostre se ne possono realizzare e bastano i collezionisti che sono tanti. Mentre creare un modello di intervento museale non è cosa di poco conto e bisognerebbe smetterla di delegare questi problemi ad un assessore. Gli assessori servono per organizzare un modello strategico, ma sulla scorta di ragionamenti che non hanno niente a che fare con la loro funzione municipale. Ad ognuno la sua competenza. Personalmente il mio percorso di studi mi ha dato la possibilità di lavorare per molti anni con personaggi che hanno fatto la storia dell’estetica italiana. Giuliani, Squarzina, Celati, Eco, Maldonado (il mio maestro di cui sono stato addirittura assistente). Questo mi ha aiutato molto nelle mie scelte e nel formarmi una “coscienza estetica”, come anche un’idea di cosa vuol dire intervenire su territori culturali come quelli legati all’estetica così particolari.  Camporesi, fra i grandi storici della letteratura italiana e mio insegnante. Uno con cui dialogavo perché voleva facessi la tesi con lui – anche se poi scelsi di continuare con Maldonado – fu interpellato dal comune di Reggio Emilia che voleva valorizzare la città con qualcosa di “culturale”. Camporesi disse loro che un’idea l’aveva e partiva da quello che la città stessa offriva all’Italia e al mondo, cioé la filiera del maiale: dall’allevamento alla produzione di salumi. L’amministrazione di Reggio Emilia all’inizio rimase perplessa, ma chiesero comunque a Camporesi che preparasse un piano secondo la sua idea. Nacque così “i porci comodi” che negli anni settanta divenne una manifestazione “culturale” che dette avvio ad una lettura diversa della gastronomia. Si idearono mostre di pittura, di scultura, di cinema di performer, di scrittori e di poeti che fecero assurgere Reggio Emilia a fenomeno internazionale. Se vi andate a vedere la rassegna stampa di quella manifestazione sono sicuro vi meraviglierà.
Dico questo perché, il vero errore di quella mostra su caravaggio e i caravaggeschi è di essere “fuori contesto”.  Nessuno dovrebbe avere da ridire sulla testa di medusa o sui caravaggeschi e nessuno dovrebbe mai pronunciare la solita frase provinciale che “a Sassari non abbiamo bisogno di Caravaggio”. Ci si dovrebbe invece lamentare e molto, del fatto che l’amministrazione va a colpi di eventi e non produce un piano. Eppure Sassari ha un’accademia, una università e un conservatorio, oltre che un giornale. Bisognerebbe condividere molto di più le idee e smetterla di pensarle come se fossero in contrasto una con l’altra. La polemica da quotidiano locale , quella si è un affare molto provinciale.

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