L’ARCHITETTO QUARTESE A SHENZHEN: IL CONTRIBUTO DI VALENTINA PUSCEDDU PER CAMBIARE IL VOLTO ALLA CINA

Shenzhen

di Giovanni Runchina

Un enorme foglio, in parte ancora bianco, sul quale è possibile dare forma a grandi spazi, spiagge comprese. «Ne ho disegnata una a Panjin ed è stato bello riportare in un progetto tutti i ricordi legati al mare della mia terra a cui sono molto legata». Valentina Pusceddu è uno dei tanti architetti che sta contribuendo a cambiare il volto della Cina. A Shenzhen da quasi un anno, la trentunenne professionista di Quartu Sant’Elena lavora – unica italiana – per George Carlson, azienda con cinquanta dipendenti e team internazionale «mi confronto quotidianamente con colleghi cinesi, americani e inglesi». I progetti sono prevalentemente su larga scala: alberghi, aree residenziali, centri commerciali nel sud della Cina. Laureata alla Sapienza di Roma, Valentina ha iniziato la carriera in uno studio della Capitale ma gli spazi di crescita e di affermazione erano inesistenti. «L’esperienza che ho maturato – racconta – è stata interessante ma purtroppo non retribuita, perciò ho deciso di dedicarmi a migliorare i punti deboli, a partire dall’inglese; mi sono trasferita in Inghilterra e ci sono stata per un anno e mezzo, prima a Londra e poi a Brighton. Proprio in questo periodo ho iniziato a valutare l’ipotesi di andare in Oriente per avere un’opportunità nel mio settore. A Londra ho fatto la babysitter e la commessa in una catena di abbigliamento perché ero scettica sulla possibilità di trovare un posto da architetto per via della lingua». Poi la svolta, inaspettata, grazie a una mail: «Un pomeriggio ho ricevuto la convocazione per un colloquio come architetto a Shenzhen, dove avevo mandato il mio curriculum; solo allora ho visto realizzarsi il sogno che coltivavo da anni, fare il lavoro che amo e per il quale ho sudato tanto». L’impatto col nuovo ambiente è stato traumatico: «Come sono uscita dall’aereo ho avuto l’istinto di tornare indietro e saltare sul primo volo per l’Europa ma poi ho resistito, provando ad adattarmi. Non è stato facile per tante ragioni; ho scoperto – ad esempio – che i cinesi non parlano l’inglese, nonostante i tanti occidentali presenti nel Paese, e che hanno tante diversità culturali. Dopo undici mesi posso dire d’aver superato gran parte degli ostacoli, non tutti». Resta intatto il fascino di questa grande sfida prima di tutto professionale con l’opportunità – forse unica – di potersi inserire in un mercato ancora di grande prospettiva, nonostante gli scricchiolii annunciati recentemente dalla Borsa dove si guarda con apprensione alla possibile esplosione della bolla immobiliare. «Shenzhen ha una storia molto recente e qui si può sperimentare l’architettura nelle sue forme più diverse. Ma è anche una città ambigua, nata e cresciuta troppo in fretta, che si sforza disperatamente e goffamente di apparire occidentale, occultando volontariamente la sua orientalità. Camminando per strada è facile imbattersi in grattacieli modernissimi, zeppi di negozi di lusso e, subito dopo, incrociare palazzi cadenti in vie anguste pullulanti di botteghe, simili a sgabuzzini, dove le persone ti guardano quasi fossi un alieno. Penso che Shenzhen abbia gran bisogno di trovare una sua identità che la renda riconoscibile come città cinese e non come clone di un agglomerato urbano occidentale. La modernizzazione è uno sforzo apprezzabile, contrariamente al tentativo di cancellare la tradizione architettonica peraltro molto ricca e interessante. Ogni volta che prendo un taxi vedo qualcosa di nuovo: una metro che nasce, lo scavo per le fondamenta di un grattacielo, la torre più alta della città che è quasi ultimata mentre era solo a metà al mio arrivo, noto le persone cambiare nel modo di vestire e di pensare». Di occidentale ci sono indubbiamente i ritmi di vita: «La sveglia suona alle 6.40, ho bisogno di un’ora per arrivare a lavoro in orario, entro le 9; sotto questo profilo i cinesi sono assai pignoli. Sono impegnata sino alle 18 ma ho due ore di stacco perché qui la pausa pranzo è sacra, così come il pisolino. Nell’arco della giornata mi dedico a più progetti assieme al mio team; sostanzialmente disegniamo, ci confrontiamo e correggiamo gli errori prima dell’incontro col cliente. A volte si è impegnati pure la domenica che è considerata alla stregua di tutti gli altri giorni». Una centrifuga incessante d’impegni, scadenze e sfide che però, nelle intenzioni di Valentina, rappresenta la stazione intermedia del suo percorso. «Sono contenta della mia scelta, mi sta dando soddisfazioni. La Cina offre la possibilità impensabili altrove; si può vivere un’esperienza che rende più competitivi sul mercato. Intendo maturare qua ancora per un po’ ma mi piacerebbe cambiare Paese e andare in un posto in cui poter prendere un aereo e raggiungere mio nipotino in poco tempo se lo desidero. La vita all’estero è bella, mi sta arricchendo come persona, ma è dura specie all’inizio; bisogna essere pronti a soffrire e fare sacrifici in nome delle proprie ambizioni, per se stessi e per la propria famiglia. Voglio migliorarmi come professionista, nella speranza di diventare più competitiva per poi trasferirmi in Europa, se possibile. A chi vuol fare l’architetto consiglio di studiare duramente per prepararsi al meglio con passione, fiducia nei propri mezzi e perseveranza».

* Sardinia Post

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