LUCA SIDDI, INFORMATICO A BERLINO DAI MERITI RICONOSCIUTI: “EMIGRARE SENZA COMPETENZE SOLIDE E’ UN GRANDE AZZARDO”


di Giovanni Runchina

Da Hegel all’architettura software il passo è lungo solo in apparenza. Luca Siddi, informatico, laurea in Filosofia a Cagliari, ne è la prova: «Ritenere la filosofia una disciplina umanistica è un po’ un luogo comune – i corsi di Logica e di Teoretica non avevano questi tratti – ricordo che in Belgio spiegai a un ingegnere la vicinanza con l’informatica e lui ne rise, ma poi mi diede ragione a distanza di tempo».

Da otto anni a Berlino, il trentanovenne originario di Sanluri descrive la strada che si è tracciato un po’ per caso e molto per necessità: «Per qualche tempo – racconta – ho studiato biblioteconomia tentando anche un concorso all’università di Venezia; abbandonai non appena mi resi conto che l’orale era strutturato in modo tale da stroncare gli outsider e così decisi di orientarmi su uno sbocco concreto nel settore privato, scelsi l’informatica e mi è andata bene». Appresi i fondamentali in un corso di Formazione del Fondo Sociale Europeo a Milano, Luca macina esperienza attraversando quasi per intero la foresta dei contratti precari partoriti da un legislatore privo di tutto fuorché della fantasia: ritenuta d’acconto, collaborazioni occasionali sino al tempo indeterminato «ho fatto tanta gavetta con umiltà, sapendo di non avere una formazione teorica strutturata».

La scelta di emigrare è del 2007: «In quel periodo – svela – lavoravo per una delle tante vacche da soldi della new economy, le famose startup che troppo spesso vendono il nulla e che spariscono quando la bolla che le ha fatte crescere si sgonfia. Condividevo il percorso con persone che avevano per lo più una competenza: imbrogliare i clienti. L’aria era irrespirabile e iniziai a cercare, tanto in Italia quanto all’estero. E risposero per primi dall’estero».

Proprio da Berlino che aveva visitato poco tempo prima in compagnia del fratello che allora stava a Brema. Team leader e scrum master alla Dilax Intelcom GmbH – azienda di sistemi per il conteggio dei flussi di persone che opera principalmente con vettori di trasporto pubblico «spostare persone è costoso» -, Luca sviluppa software e metodologie agili per garantire efficienza ed economicità dei servizi. Ruolo che, nonostante le opportunità sempre nuove, è in Italia tutt’altro che grato. «Abbiamo ottimi professionisti che molto raramente sono valutati e riconosciuti come tali. Spesso sono visti come meri esecutori da persone che non hanno la minima percezione di cosa possa significare trasformare un’idea vaga e magari contraddittoria in un prodotto reale. Chi prende le decisioni è sovente privo di competenze tecniche ed ha in testa un’idea di marketing che non sa bene come sviluppare e controllare. Un personaggio che si prende merito e bonus se le cose vanno bene e che ti fa impazzire in caso contrario, pretendendo contorsionismi tecnici impossibili». Sotto questo profilo, la distanza con la Germania è siderale «il rispetto per la conoscenza e il mestiere acquisito sono più consolidati, la cultura del lavoro è molto strutturata e per certi versi rigida ma anche sostenibile, nessuno chiede di scegliere tra carriera e famiglia».

Visto da lontano il divario maggiore tra Germania e Italia sta nel contesto: «La corruzione esiste anche qui ma il suo peso non è elefantiaco e dominante come da noi; in media la classe dirigente è più onesta e meritevole rispetto a quella italiana anche perché chi delinque, va in carcere. Detto questo ho riscontrato pure un maggiore e più diffuso senso etico, sono tanti i manager che rinunciano a ricchi bonus perché le aziende in cui lavorano sono in difficoltà così come capita di vedere stroncate carriere politiche folgoranti per una tesi di dottorato copiata. Chi ruba o truffa qui ancora, si vergogna. I politici in genere, a prescindere dall’orientamento, sono personaggi più presentabili e meno scopertamente scorretti: fanno sempre l’interesse di chi li finanzia, ma hanno anche paura dell’opinione pubblica. Dopo Fukushima, bastarono 300 mila persone in corteo a Berlino per convincere il governo a rivedere completamente le politiche energetiche. Scalzacani bercianti slogan razzisti o nostalgici del Reich, che pure ci sono, sono universalmente disapprovati e sorvegliati».

Una nazione normale dove la semantica non edulcora le parole in base alla convenienza e la morale non si piega disinvoltamente secondo le circostanze o le persone coinvolte. Per il resto la fotografia resa è quella di un Paese tutt’altro che fedele al mito dell’efficienza e della perfezione. «La burocrazia tedesca è ridondante come quella italiana, le cose vanno in modo più rapido semplicemente in virtù di leggi qualitativamente superiori; in media i cittadini sono formati con l’obiettivo di integrarli in uno schema. Così facendo però si crescono cittadini tendenzialmente passivi e conformisti che faticano a gestire l’imprevisto e il cambiamento».

Anche nella vita quotidiana ci sono stati molti allineamenti rispetto alla media europea e non sempre in meglio: «Qui a Berlino il prezzo dell’affitto degli immobili è schizzato alle stelle. Di buono c’è che in alcuni ambiti lavorativi come quello informatico la città offre grandi possibilità inferiori solo a Londra; Zalando, Spotify e Wooga, sono alcune tra le imprese nate tra il 2009 e il 2013 che stanno trainando l’economia. Chi pensa di venire a fare altro trova invece una situazione abbastanza difficile. La Germania del miracolo economico è zeppa di minijobs che consentono a stento la sopravvivenza e non offrono in sostanza alcuna prospettiva. Più di sette milioni di persone lavorano per 400 euro mensili, integrati a stento da contributi statali, quando e se questi sono concessi. Tentare il salto senza conoscere la lingua, o senza avere una solidissima competenza è un azzardo».

* Sardinia Post

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