NEL PAESE DEI BALOCCHI : UNA SARDA AD EXPO 2015


da ladonnasarda.it

Il bombardamento mediatico e pubblicitario, un tema, quello del cibo che nutre il pianeta, ricco di fascino e suggestione; la sequela interminabile di polemiche, riots metropolitani sotto il vessillo della protesta, nonché  la corruzione che una grande opera “impone” a fare da apripista ad un evento di portata mondale, sono solo alcuni degli elementi che destano un’ondata, comprensibile, di curiosità nei confronti di Expo Milano 2015. Se si capita a Milano da maggio ad ottobre non si può non decidere di partecipare a questo evento. Dare uno sguardo, anche se furtivo e veloce. Non disposta, per principio, a spendere 35 euro di biglietto per la visita giornaliera, decido di spenderne 5 per una fascia oraria serale (dalle 19 alle 23). La fiumana di gente in coda alle biglietterie e ai tornelli per il controllo sicurezza non mi fa desistere dall’intento. Superato il primo step mi appresto a percorrere il lungo cammino sino al Padiglione Zero. Superato senza la sosta, perché il tempo è il mio nemico, mi imbatto immediatamente in quello che ha tutta l’aria di un paesaggio disneyano. Il Decumano, corridoio lungo un chilometro e mezzo, le cui ali sono occupate dai padiglioni delle nazioni partecipanti, è di un impatto ottico magnetico. Capisco subito che le ore a disposizione saranno decisamente poche e decido di selezionare accuratamente le nazioni che “meritano” la mia fugace visita. Come Lucignolo nel Paese dei balocchi vengo invasa da una frenesia ipercinetica di fronte all’opulenza del padiglione della Thailandia, dalla sobrietà vietnamita, dall’eleganza della Corea del Nord, dall’allegria brasiliana. Oro luccicante che annebbia lo sguardo. Expo è un trionfo di colori, musica, odori, architetture fantasiose e luci, degne del parco giochi più curioso del mondo.  Ma dov’è il cibo? Nei ristoranti più o meno costosi, nei chioschi multicolore, nei cluster tematici? Certo, ma all’interno dei padiglioni si formulano domande e si forniscono possibili risposte; si autocelebrano le caratteristiche nazionali e si parla di cibo, ma il cibo non c’è; é virtuale. Curioso. Il tempo stringe e bisogna arrivare al padiglione Italia, dove poter visitare lo spazio dedicato alla Sardegna. Il Decumano incrocia l’asse del Cardo, il quale accoglie la proposta espositiva del Paese ospitante, l’Italia. lo scenario da luna park “personificato” dal maestoso Albero della Vita, con i suoi giochi di musica, colori e acqua, attira una folla oceanica. Non voglio farmi sopraffare, il mio scopo è trovare la Sardegna, ma ciò è più difficile del previsto. Percorro il Cardo avanti e indietro, niente. Ad Expo le informazioni sono ad appannaggio di pochi: dove sono i famosi volontari? Sconfortata mi dirigo a Palazzo Italia, chiuso (i padiglioni abbassano le saracinesche alle 21). Eureka! Il padiglione Eataly, fatto di piccoli ristoranti che rappresentano tutte le regioni italiane: ci siamo anche noi, abbiamo il nostro “spazio”. Il sito sta per chiudere, non mi resta che raggiungere mestamente l’uscita con mille dubbi in testa: un’Esposizione Universale ha il compito di lasciare in eredità un’esperienza culturale, sociale e tecnologica ai visitatori, ma quanto di tutto ciò è solo fumo negli occhi? E la Sardegna, quella che si è battuta per far ammettere il maialetto, dov’è? Nel dietro le quinte sono sicura che la Regione stia lavorando per stabilire contatti e attivare relazioni stabili e produttive con gli altri Paesi, ma il comune “mortale” visitatore di Expo non ha la reale possibilità di scoprire le bellezze e peculiarità della nostra regione. Un’altra occasione persa?

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