DALLA SARDEGNA AI SET CINEMATOGRAFICI LONDINESI: SILVIA FELCE, PROFESSIONE REGISTA

Silvia Felce

di Eleonora Bullegas *

Tra le interviste più importanti, che ricorda con maggiore emozione e grande soddisfazione, ci sono quelle a Beyoncé, ai Jamiroquai, a Dave Grohl dei Foo Fighters. Silvia Felce è nata a Cagliari 37 anni fa, ma da tredici vive in modo stabile a Londra. Lavora nel mondo delle produzioni cinematografiche. 
Il 4 settembre prossimo nelle sale italiane arriverà il musical sentimentale “Walking on sunshine”. Il film, per cui Silvia Felce si è occupata del coordinamento di produzione, è diretto Max Giwa e Dania Pasquini. Nel cast c’è anche la cantante Leona Lewis, al suo debutto cinematografico. Intervallato da musiche anni ’80, “Walking on sunshine” è ambientato nel Salento, in Puglia. La trama ruota attorno alla storia di due sorelle. Maddie si prepara a sposare Raf un bel ragazzo italiano. Al matrimonio è invitata anche Taylor, sorella di Maddie. La futura sposa non sa però che Raf è l’ex della sorella. Il matrimonio rischia di prendere così una piega inusuale.  Silvia Felce ha lasciato l’Isola, la prima volta, subito dopo la maturità classica. Della Sardegna le mancano il mare e il clima, ma, a parte per le vacanze, ammette di non avere alcuna intenzione di rientrare per viverci.

Cosa ti ha spinta a trasferirti in Inghilterra? A 19 anni, dopo avere preso la maturità classica, ho letto per caso un articolo dove si faceva riferimento alle ragazze alla pari. Mi sono informata meglio. Mi piaceva l’idea di provare a vivere con una famiglia inglese per imparare la lingua e di essere pagata con un piccolo stipendio. A gennaio del 1996 ho deciso di partire. Allora c’erano ancora le lire: ne avevo appena 200mila in tasca. La prima volta sono arrivata a Manchester. Lì sono rimasta 6 mesi. Poi sono rientrata in Sardegna. A Cagliari mi sono iscritta in Giurisprudenza, ma ho resistito un anno. Ho capito che non era un corso di studi adatto a me. Ho fatto nuovamente la valigia e sono partita per Londra, dove ho conosciuto delle ragazze italiane. Abbiamo deciso di andare a vivere tutte quante insieme.

Quando sei ritornata a Londra per la seconda volta hai deciso di iscriverti all’Università. Per accedere ai corsi universitari è necessario possedere un buon livello di conoscenza dell’inglese. Mi sono messa a studiare. Il mio sogno era fare cinema. I corsi sono tutti a numero chiuso. In Inghilterra si fa prima un esame a casa. Ho fatto un compito sulla censura e poi sono stata chiamata per sostenere un colloquio, durato due ore e mezza. L’ho superato. In classe eravamo in 30. Oltre a me c’era solo un altro studente straniero. Mi sono laureata con un BA in Film and Media e ho iniziato a lavorare fin da subito.

Quali opportunità lavorative hai avuto dopo la laurea? Nella sezione lavoro del sito della BBC ho letto che era stata attivata una selezione per cinque posti. Ci siamo presentati in 500. All’inizio siamo stati convocati tutti insieme per sostenere un colloquio di gruppo, poi una prova e, alla fine, un colloquio individuale con il caporeparto della BBC. Mi hanno presa insieme ad altri 4. È stato il primo passo. Ho fatto un anno come programmista, inenterteiment, nei programmi televisivi. Ho lavorato anche nella versione inglese di Ballando con le stelle. L’ambiente mi piaceva, anche se, fin dall’inizio, il mio obiettivo è sempre stato lavorare per il cinema. Mi piace raccontare storie e scrivere sceneggiature.

Come sei riuscita a inserirti nell’ambiente cinematografico e quali difficoltà hai dovuto affrontare? Ho iniziato a fare lavoretti gratuiti per alcuni cortometraggi. Ho fatto larunner nei set. Un runner è una persona che corre da una parte all’altra del set, che aiuta a spostare le macchine e che porta, ad esempio, i caffè. In quel caso, si trattava di produzioni locali molto piccole, che venivano trasmesse nel circuito tv inglese. In Inghilterra la mia professione si costruisce superando vari step. Si parte come runner, poi si diventa assistenti di produzione, assistenti di coordinamento di produzione e così via. Una cosa è certa: nessuno ti regala niente. Esiste la meritocrazia. In Italia sappiamo bene che le cose, purtroppo, invece, spesso funzionano in modo differente. In Inghilterra tutte le case di produzione hanno un loro sito web. Io, ad esempio, sono membro anche del Production guild, l’associazione delle produzioni. Posso vedere tutti i film che sono in lavorazione, scrivere ai produttori, chiamarli per chiedere se hanno bisogno di qualcosa. E loro, a seconda delle necessità, mi contattano. Dico questo per far capire che in Inghilterra c’è un approccio differente al mondo lavoro. Si parte dalle piccole produzioni, ma piano piano si cresce e si può arrivare a quelle più grandi.

Quando è arrivata la tua prima grande soddisfazione? L’ho avuta quest’anno. Il mio nome è nei titoli di coda, nella sezione produzione, di “Walking on sunshine”, film diretto Max Giwa e Dania Pasquini. A Londra questo musical è già uscito. Per me è stato molto emozionante vedere i mega cartelloni pubblicitari sui bus rossi londinesi.

Non solo cinema. In realtà, tu hai tentato di intraprendere anche la carriera giornalistica. Per un periodo mi sono occupata di giornalismo musicale. Tra le interviste più importanti, ricordo quelle fatte a Beyoncé, ai Jamiroquai, a Dave Grohl dei Foo Fighters. In quest’ultimo caso, ricordo che mi avevano mandato in una sala con altri colleghi per ascoltare il nuovo disco dei Foo Fighters. A un certo punto nella stanza è entrato Dave Grohl. Aveva una birra in mano, ci ha salutati e chiesto cosa ne pensassimo del disco. Ero molto emozionata perché non mi aspettavo di vederlo. Dopo, io e gli altri siamo stati portati a un concerto segreto. Quel giorno lì, ho vissuto il mio miglior momento da giornalista.

Quali sono, secondo te, i principali pregi e difetti degli inglesi? Hanno la qualità di riconoscere la meritocrazia. Se si dimostra di conoscere bene la loro lingua, di avere esperienza, si può competere con loro ad armi pari. E poi, anche se qualcuno sostiene il contrario, io li ho sempre trovati molto friendly. Mi piace il fatto che siano cosmopoliti, che apprezzino qualunque nazionalità, che siano curiosi e interessati verso altre culture. Se penso ai difetti, mi viene in mente il loro essere un po’ schematici. In metropolitana, ad esempio, stanno sempre tutti quanti a destra, tutti seduti, e non ci si può parlare per una sorta di tacita regola. Se chiacchieri con qualcuno ti guardano un po’ male. C’è poi una cosa che mi fa sorridere. Da marzo, quando spunta un po’ il sole, vanno tutti in giro con le infradito e indossano abbigliamento estivo, anche se ci sono solo 15 gradi.

Ormai vivi e lavori in Inghilterra da tanti anni. Che percezione hai della Sardegna? L’Isola possiede, indubbiamente, tante meraviglie e potenzialità. Il problema è che non si riesce a sfruttarle al meglio. Mi è capitato di rientrare qui per le vacanze e di portare con me degli amici inglesi. Mi dicono che il mare è bellissimo, che si emozionano quando vedono il complesso nuragico di Barumini ma che non capiscono come mai ci sia così poca gente che parla la loro lingua.

Londra ha un sistema di trasporto pubblico efficiente. Quando rientri nell’Isola, utilizzi anche qui i mezzi pubblici? Se decidi di prendere un bus qui, aspetti mezz’ora. A Cagliari e nell’hinterland è complicato spostarsi se non si ha a disposizione un’auto.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Spero di realizzare presto un mio film e di vendere una mia sceneggiatura. Ne ho scritta una basata proprio a Cagliari. Si tratta di una dark comedy, ambientata nei vicoli di Castello. Un giorno, spero di poterla girare.

* http://www.ladonnasarda.it/

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