IL CANTO DI MARIA CARTA, GRANDE MADRE DELLA SARDEGNA: ROMA E L’ASSOCIAZIONE SARDA “IL GREMIO” RICORDANO LA CANTANTE DI SILIGO


di Patrizia Boi

« Io chiederò umilmente

Che ogni fiore continui a sbocciare

Anche dopo di me ».

Queste poche righe, tratte dall’ultima poesia che Maria scrisse prima di morire, ritraggono il carattere della donna e artista sarda di cui parleremo oggi.

Si tratta della cantante Maria Carta, una donna intensa, consapevole dei suoi limiti e umile nella sua grandezza. Amava immensamente la sua terra, la gente sarda, le tradizioni popolari e si dedicava alla ricerca delle sue radici con passione e fierezza. Le sue doti vocali le hanno consentito di far conoscere al mondo intero i canti tradizionali sardi portando oltreoceano un’immagine di donna così poeticamente dipinta dalle parole di Giuseppe Dessì:

« Il suo bel viso, la fierezza e insieme la grazia del suo portamento, più che un simbolo, sono una personificazione di quella Sardegna intangibile e indomita che ho sempre amato. Quando la sua voce calda e potente si alza e riempie lo spazio, si aprono infiniti orizzonti che scendono nella storia. Dopo aver conosciuto Maria Carta, ancora una volta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono state donne ».

Tutto questo è emerso e anche molto di più nella straordinaria serata “Omaggio a Maria Carta a 80 anni dalla sua nascita” organizzata dal Gremio dei Sardi di Roma in collaborazione con la Fondazione Maria Carta e l’Associazione Culturale Salpare di Alghero. Nella suggestiva terrazza dove il Gremio ha sede, allestita appositamente per l’incontro, oltre 200 persone hanno assistito con partecipazione alla rappresentazione dove, grazie alla creatività del Presidente del Gremio Antonio Maria Masia che ha dato vita ad una sorta di canovaccio teatrale, si sono alternati al microfono alcuni amici di Maria o estimatori, poeti, artisti , scrittori, che con intensità e passione hanno raccontato la loro versione di Maria.

Antonio Maria, ha iniziato “il teatro sotto le stelle” declamando questi suoi pochi ma intensi versi in sardo, esemplificativi della vita artistica e delle motivazioni psicologiche e sociali della “sua” Maria Carta, così come lui stesso l’aveva conosciuta, (commovente la sua lettera “ti posso stringere la mano” ) e ri-conosciuta come madre sarda di figli che si tengono per mano:

 “Sa vida, sa vida mia:/ sonos, cantos, poesia/ e a Marta e Teresa custa cara. / Fizos a manu tenta:

su dilliriu, s’imprenta/ ch’in coro meu tenia e in lara./ Pro te Amada Terra/ in paghe, chena gherra

Pro ch’esseras, Sardigna, perla rara / in d’unu mundu ‘onu,/ne dolu, ne affannu, ne padronu “(1).

Masia ha fatto così da filo conduttore degli altri interpreti del reading. Ed ecco puntuali e di qualità gli interventi di Neria De Giovanni (scrittrice, Presidente dell’associazione Internazionale dei Critici Letterari) che si è fatta portavoce della poesia di Maria Carta leggendo in modo appassionato e coinvolgente i versi  carichi di pathos tratti dal libro “Canto Rituale”: Uno spaccato della Sardegna di un tempo senza tempo che Maria aveva vissuto nell’infanzia e che era rimasta intatta nel suo cuore. Maria era un essere capace di leggere il mistero, di sentire tra lo stormire delle foglie la presenza di Ombre, di guardare con gli occhi dell’anima tutto quel mondo di spiriti estinti ma presenti in Sardegna, tra i tronchi dei boschi, nel calore dei selciati ardenti della controra dove camminava minacciosa Sa Mama e su Sole, nell’acqua delle fonti dove le donne si recavano per lavare i loro panni. Maria si faceva portavoce del pianto dei bambini morti, di tutta quella moltitudine di esseri che la seguivano per farle vivere la magia dei loro sospiri. Maria accarezzava la pietra calda e si lasciava trasmettere l’incanto della saggezza racchiusa negli spazi vuoti carichi di energie, pensava alle donne e agli uomini pietrificati dalla potenza di un dio, si caricava del dolore e della paura di quelle anime assorbendo tutti i loro respiri che poi la sua voce avrebbe rivelato in un canto sublime.

Maria Carta era nata a Siligo da una famiglia umile, aveva perso il padre già a otto anni e aveva quindi affrontato le fatiche di quella condizione difficile, eppure la sua fantasia ardeva e lei sapeva guardare il mondo immaginandosi altre realtà, sapeva sentire le voci degli antenati, riprodurne i suoni, usare il suo canto come uno strumento musicale. Fin da piccola, ovunque, faceva vibrare le corde della sua voce calda, un poco strana per una bimba, una voce che prometteva di passare oltre i venti contrari. Maria era in grado di guardare quello che non c’era con il potere poi di far materializzare le figure che sonnecchiavano nella sua mente:

«Da Bambina/ M’alzavo prima dell’alba./ Sentivo qualcuno presso il camino/ Che moveva la cenere,/ Ma non c’era nessuno… ».

Neria ce l’ha fatta vivere attraverso quei versi che raccontano tutta la Sardegna, che narrano di un passato che Maria si portava dietro in ogni istante della sua vita, anche quand’era lontana e distante dalla sua Terra, ma sempre ad essa vicina col cuore…

Maria iniziò a cantare nelle piazze con i cantadores, veri pilastri del canto sardo, ma quel mondo tanto amato le stava comunque stretto. Dalle finestre della sua casa Maria si affacciava e cercava di guardare lontano, fissava intensamente il suo sguardo sull’orizzonte immaginando il suo futuro oltre quella linea che congiungeva la terra con il cielo.

L’immaginazione, come recita Il Sogno di Strinberg, «fila e tesse nuovi disegni», il brillio dello sguardo apre a nuove scoperte, al viaggio verso altri luoghi, che siano essi fisici o solo paesaggi dell’anima. Maria sogna un mondo dove potersi riscattare dalla condizione che lei e tutte le donne sarde vivono. Siamo negli anni sessanta in un ambiente circoscritto e immerso nella sua condizione di immanenza e non è così facile andarsene, ma Maria scopre una strada da percorrere, forse una strada che non le appartiene totalmente, ma che rappresenta una via di fuga utile per passare oltre il suo destino. Nel 1957, a soli 23 anni, è eletta Miss Sardegna e questo le spalanca le porte della capitale, infatti, un anno dopo parte alla volta della città Eterna.
Nel 1960 sposa Salvatore Laurani, uno sceneggiatore che le insegna un’altra via. Lui è abbastanza noto nel mondo del cinema e la fa crescere, capisce che la sua voce la può proiettare lontano. Anche se Maria si stabilisce definitivamente nella capitale, ritorna spesso in Sardegna a scavare nella memoria degli anziani per recuperare i loro ricordi: Maria studia i canti, le poesie, le melodie e contemporaneamente fa ricerca presso il Centro Studi di Musica Popolare dell’Accademia di S. Cecilia a Roma. Maria non si accontenta della sua voce, di essere un’ottima interprete, di avere una straordinaria presenza scenica che la porta anche a interpretare ruoli importanti al cinema, Maria vuole risalire alle origini, riscoprire la verità impalpabile della sua terra che non è mai riuscita ad afferrare. Maria la ricerca negli occhi dei vecchi, nei fili sospesi della memoria, nei suoni antichi, nei sibili del vento che sempre accompagnano le sue giornate nell’isola, nella trasparenza di quelle acque pure e incontaminate. Maria affronta con coraggio ogni paura, con umiltà affida la sua crescita al destino, si fa guidare dai percorsi che gli si presentano quasi magicamente sulla via.

Del suo amore per l’Antropologia racconta Pierfranco Bruni (Scrittore, Presidente Comitato Nazionale Minoranze Etnico – Linguistiche) ponendo l’accento sul suo carattere lunare che emerge dai canti e dalle sue poesie, quasi che fosse una Regina dell’Oltretomba che s’immerge senza esserne risucchiata, una Penelope che ricuce i fili del destino e della memoria dando voce al piccolo popolo dei sardi, a tutta la loro immensa fatica, al loro eterno dolore.

Masia declamando “canto la memoria di tutti i sardi” da il via alla eccellente recita di Ilaria Onorato. L’attrice sarda, su un  suo testo, riesce in una interpretazione talmente coinvolgente che pare che Maria stessa sia scesa da una stella per renderla così vera. Ilaria entra così intensamente nel dolore interiore di Maria che l’emozione la scuote fino alle lacrime. Ilaria si fa Maria e ne narra ogni vicissitudine, ci fa intendere come nella sua esistenza abbia vissuto la gioia e il dolore affidandosi alla grande anima della terra che le ribolle dentro come un vulcano.

Maria, infatti, si abbandona all’amore con intensità e fermezza, pagando ogni palpito del suo cuore con il dolore e la malattia. Niente però la può fermare, nemmeno la certezza dell’abbandono, la vita per Maria non ha mezze misure, la palude lei l’attraversa tutta senza preoccuparsi delle ombre nere che la trascinano verso il fondo oscuro. Conosce la gioia della maternità, lei dea madre assoluta, solo quando si lascia andare senza limiti all’amore.

Sembra di vederla con quel suo abito lungo bianco come quando canta con voce inimitabile e unica quella bellissima canzone d’amore che fa tremare i polsi nelle vene. “No Potho reposare”, forse vorrebbe dedicarla al suo uomo, al padre di suo figlio David, quello che dopo poco l’abbandona. Maria non è più giovane, la voce le si strozza in gola e arriva prorompente la malattia.

A quel punto forse Maria si accorge di non aver pensato a se stessa, a quella bambina fantasiosa che aveva bisogno di volare, di viaggiare e di vedere la luce delle stelle. E negli ultimi istanti della sua vita ripensa a quella bellissima frase finale di un famoso film:

«Qualunque errore commetterai in questa vita, lo ripeterai nel tuo prossimo passaggio. Ogni errore che commetterai sopravviverà ancora e ancora, per sempre. Quindi il consiglio che ti do è di fare le scelte giuste questa volta, perché questa volta è tutto ciò che hai».

Se lei non avesse creduto in questo consiglio, forse oggi non avremmo il dono della sua voce, le magiche parole delle sue poesie, lo sguardo fiammeggiante dei suoi occhi e il carattere forte di ogni sua generosa scelta.

Ma Maria non era solo questo, lei era anche passione politica. Spesso le donne e gli uomini non riescono a lasciare traccia del loro passaggio in nessun campo, Maria, invece, riesce ad essere grande in tutto quello che fa. In questo la rappresenta Gemma Azuni (Consigliera al comune di Roma) leggendo un suo stesso brano (tratto da Maria Carta a Roma – Nemapress ed.2006) dove attraverso il racconto della Maria Donna e Cantante ne rammenta con viva emozione i trascorsi politici come “Messaggera Sarda in Campidoglio” accanto al grande Enrico Berlinguer. Gemma non riesce quasi a leggere l’ultima parola per la commozione, che di nuovo Antonio Maria Masia stordisce il pubblico mettendo l’accento su questo aspetto non irrilevante della vita e della personalità di Maria Carta:

«Eo so istada comunista…Le mie origini, il mio modo di vivere, il mondo sofferto dei miei canti sardi portano infatti ad un’unica possibile identità. E chi mi conosce anche soltanto attraverso l’attività artistica, non ha mai avuto bisogno di chiedermi quale fosse il mio orientamento politico».

A questo punto Masia chiama in scena l’attore Luca Martella (approfittando del fatto che il Gremio aveva realizzato il 29 maggio al Teatro Italia, per sollecitare donazioni a favore delle popolazioni sarde colpite dal cataclisma del novembre 2013,  con grande successo,  insieme ad altre associazioni e con il Patrocinio del comune di Roma e la presenza della stessa Gemma Azuni come delegata del Sindaco, lo Spettacolo dello stesso Martella “Storie del Signor G… 10 anni dopo. E pensare che c’era il pensiero”) invitandolo a porgere al pubblico incuriosito quel monologo del Teatro-Canzone di Gaber-Luporini diventato da un lato l’emblema della stima di cui godeva e gode il nostro Enrico Berlinguer, dall’altro del “fallimento” del Comunismo. Il pubblico appare prima stupito, anche perché Martella interpreta “Qualcuno era Comunista” nella versione originale che sarebbe tanto piaciuta a Maria, con una padronanza della scena che suscita via via curiosità, poi ilarità, quindi gli applausi convinti della platea. Alle parole “ Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” la gente si accalora e dagli occhi della Azuni emerge come una gemma un brillio di ammirazione per quella classe politica che lei avrebbe voluto affiancare come Maria, ma che oggi appare, per dirla con Gaber-Luporini, del tutto  “In via di estinzione”.

Proprio nella parte finale del monologo cresce l’attenzione del pubblico quando Martella diventa serio interpretando il senso di fallimento di quelli che come Maria avevano intensamente investito in quel Sogno:

« Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana…
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita…».

Ci pare di vederla, Maria, con lo sguardo rivolto a quel “gabbiano ipotetico” che, proprio come le successe in amore, la deluse. Improvvisamente lei comprende che “aveva aperto le ali senza essere capace di volare…” e acquisisce la consapevolezza che quel gabbiano non ha neanche più “l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito”.

Eppure il Sogno di Maria non si estingue con la veglia, se fallisce l’amore, l’ideologia politica, seppur l’abbandona la salute colpendola proprio con una malattia che mina le corde del suo migliore strumento, Maria si lascia andare alla forza di se stessa e resiste al dolore, alle prove della vita, innalzando al mondo il suo canto del cigno.

Dopo il periodo politico che si conclude con l’ovazione del pubblico, ecco l’intervento di Leonardo Marras (Presidente della Fondazione Maria Carta). Anche lui racconta l’emozione di quando conobbe Maria e la elesse a madre della grande manifestazione canora estiva Ichnos e di quando  si esibirono nello stesso palco Maria e Andrea Parodi con i Tazenda, altra voce importante del panorama sardo. Legge i suoi versi intensi d’amore il poeta ciociaro Rodolfo Coccia che uniscono in un solo abbraccio Maria e Andrea, in un matrimonio canoro tra i più sensazionali. Toccante è poi la lettura da parte di Leonardo Marras di una lettera del fratello di Maria, Gigi, ove l’infanzia di entrambi viene rivissuta nella difficoltà di un padre mancato troppo presto.

E continuano gli intervalli di Neria con alcune fra le più belle e significative poesie del poema di Maria, in particolare ha veramente commosso la storia tragica e dolorosa dell’amore fra Fidela Stocchino e Costasciu Saiu.

Verso la fine, spente le luci del giorno per fare posto alle stelle porta il suo contributo  Giacomo Serreli (giornalista, Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Maria Carta), che  con queste parole introduce il suo video:

Per te volevo un ritratto per immagini che fosse lo specchio fedele della tua vita, dei tuoi valori, del tuo incredibile amore per la tua Isola e la tua gente. Un ritratto di nome Maria.”

Dal video emerge tutta la personalità di Maria, la sua immensa presenza scenica, le sue intense interpretazioni de sos cantos, sos attittidos, del Deus Ti Salvet Maria.

Tanto le interpretazioni di Maria sono emblema della terra di Sardegna, dell’intensità dei suoi dolori forti che la fanno assomigliare a una Dea greca, tanto Maria, nonostante i segni della malattia presenti nell’ancora bel viso, sorride facendo brillare i suoi occhi quando risponde all’intervista di Maurizio Costanzo con la fermezza del suo carattere, con l’umiltà della sua grandezza e con la nostalgia per la sua terra. Ricorda la figura di Maria Callas, la sua enormità, il fiammeggiare del suo sguardo, la sua integrità morale.

Antonio Maria Masia per finire riporta il tutto al filo iniziale della poesia con la recita da parte di Neria dell’ultima straordinaria poesia di Maria, non presente in Canto Rituale, il suo testamento poetico che si conclude con questi bellissimi versi:

Ora lo sgomento della notte

si trascina insieme alla mia pena

e nella mia stanza

entra lentamente

la strana tristezza del tempo.

Una magica serata di solstizio, dove l’equilibrio tra il giorno e la notte ha fatto emergere con completezza ogni sfaccettatura di questa straordinaria artista che ha reso famoso nel mondo il canto di una minoranza che poteva restare senza voce.

Maria, come una Madonna Madre di tutti i Sardi, ha prestato la sua voce perché il vento portasse lontano la memoria di una terra intera e noi tutti la ringraziamo per aver condotto con tanta dignità e bellezza il nostro piccolo testimone alla storia.

(1)  Maria fra l’altro ha interpretato: Marta nel film “Gesù” di Zeffirelli e Santa Teresa D’Avila nello spettacolo teatrale “A piedi nudi verso Dio”

(2)  La vita, la mia vita:/suoni, canti, poesia/ e a Marta e Teresa questo volto. */ Figli che si tengono per mano:/il delirio, l’impronta/che nel mio cuore tenevo e nelle labbra./ Per te Amata Terra/in pace, senza guerra./ per essere, o Sardegna, perla rara/in un mondo buono:/né dolore, né affanno, né padrone.

5 risposte a “IL CANTO DI MARIA CARTA, GRANDE MADRE DELLA SARDEGNA: ROMA E L’ASSOCIAZIONE SARDA “IL GREMIO” RICORDANO LA CANTANTE DI SILIGO”

  1. Emozione! E’ quanto ho provato durante la splendida, coinvolgente e spettacolare serata in ricordo di Maria! Ilaria, Neria, Luca, Antonio e tutti gli altri bravissimi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *