COMMEMORAZIONE DI GAVINO GAVINI E DI COSTANTINO PADOVANI: IL 25 APRILE PER L’ASSOCIAZIONE “SEBASTIANO SATTA” DI VERONA (2 a PARTE)

I discendenti di Gavino Gavini, al centro la figlia. Foto Andrea Zonca

di Annalisa Atzori

Dopo la commemorazione di Gavino Gavini (vedi TIP n. 510 maggio 2014), è stato il momento di Costantino Padovani, Sottotenente del Genio nato a Verona il giorno 11 aprile 1921 e morto a Bari Sardo, durante lo sminamento di un terreno, il 22 novembre 1943.

Di lui parla Averardo Amadio che conosce bene la situazione in cui si trovavano i soldati italiani dislocati in Sardegna, nel periodo successivo all’armistizio di Cassibile, avendo trascorso due anni di servizio militare nell’Isola. In Sardegna, ”ho lasciato il cuore”, ricorda i sardi come gente di buona volontà e molto coraggiosi. Ringrazia i presenti e gli organizzatori per l’opportunità che gli viene data di parlare non solo dei partigiani che hanno contribuito alla liberazione, ma anche dell’Esercito di Liberazione, composto da 400.000 soldati italiani che hanno lottato insieme al “resto del mondo” contro il nazi-fascismo. Amadio ha combattuto al fianco di sudafricani, ebrei, inglesi. Dopo l’8 settembre, in Sardegna i soldati italiani sono rimasti per venti mesi isolati, senza rifornimenti di cibo, senza notizie da casa. Alcune divisioni di soldati italiani dalla Corsica sono cacciati in Sardegna, ad aggiungersi a altri affamati,  anche i cittadini non avevano più cibo. L’oratore ricorda con commozione quando è arrivata la circolare … “da oggi non c’è più pane”, solo chi ha sofferto può capire. Quel giorno, gli Americani hanno distribuito una rosetta ciascuno e anche della farina, che proveniva da Chinchinnati. Lui stesso, grazie all’amicizia con una donna del posto, riusciva ad avere una pentola di fave come pasto e del pane per i suoi commilitoni, facendo 90 chilometri con mezzi di fortuna per andare a casa di un contadino di Uras: in cambio di due sigari. Nonostante la fame, il clima e la disciplina non erano cambiati tra i soldati. Mancavano però le comunicazioni,  così seppe della morte a La Maddalena dell’amico Rinaldo Veronesi (vedi TIP 396-398-400 maggio/giugno 2012) molto dopo che era avvenuta. Si sapeva che doveva avvenire lo sbarco degli Alleati, ma non dove e quando. Il contingente di Amadio era a presidiare l’aeroporto di Elmas, il posto nr 601, quando fu chiamato a Bari Sardo ad inaugurare il monumento dedicato a Costantino Padovani e alla sua squadra.   A inaugurare il monumento, pagato dal Comune e dagli ufficiali, erano presenti anche grossi nomi dell’Esercito Italiano: il Generale di Divisione Adolfo Sardi, il Generale di Brigata Giuseppe Musino (della Brigata Sassari, distintosi ad Asiago) e il Colonnello Marseghegna.  A Amadio  l’ingrato compito di riportare alla famiglia di Padovani i suoi pochi effetti personali e di comunicare ai genitori la morte del ragazzo. Ricorda come fosse oggi l’urlo straziante della madre di Costantino, quando le disse che non aveva sofferto, era morto per una scheggia in piena fronte … Lei sapeva in cuor suo che le cose erano andate diversamente. Padovani (artificiere molto bravo) e la sua squadra stava sminando un campo vicino a Bari Sardo cosparso di mine anti-uomo e anti-aliante, quindi sensibilissime, e si doveva procedere alla cieca non essendoci una mappa. Non erano obbligati a farlo, ma la gente aveva fame e bisognava seminare, per avere il grano.  La tecnica di sminamento era lunga, per accelerare i tempi misero le mine in buche scavate apposta, per poi farle brillare con la romite tutte assieme. Nella buca maledetta ce ne stavano tredici. La miccia si spense due volte, quando Padovani  si avvicinò per risistemarla una mina, rotolò,  innescando una tremenda esplosione a catena, bilancio 6 morti, lui e 5 soldati sardi; solo due uomini si salvarono potendo raccontare il fatto, Rubbio di Baunei, che si trovava proprio dietro al Padovani e Fruda, un po’ più distante. Il monumento che si trova a Bari Sardo è una esedra di pietra con sei nicchie che contengono i resti confusi e mescolati dei poveri soldati. Uniti anche nella morte come lo erano stati in vita.  I parenti di Padovani, sono morti tutti, eccetto il figlio di un suo fratello, che però non è stato possibile rintracciare. La zia di Padovani, Ebe Poli, (sorella di sua madre) era una pittrice e grafica veronese molto apprezzata.

Dopo questa emozionante ricostruzione dei tragici eventi che hanno portato alla morte del Sottotenente Padovani, ha fatto un breve ma commovente intervento Rita, la figlia del Maresciallo d’Artiglieria Gavino Gavini (i due figli maschi sono purtroppo deceduti, uno nel 1959 e l’altro nel 1987).  Vive in Germania da più di sessant’anni e a volte ha difficoltà a trovare le parole in italiano per descrivere quello che per lei deve essere un vortice di emozioni e ricordi. Era giovane, aveva nove anni quando entrava al Forte Chievo a giocare, disobbedendo agli ordini di suo padre. Ricorda i camion che a luci spente, di notte, caricavano le munizioni. Ricorda quando  le camicie nere hanno portato via il padre e i suoi soldati e allorché il comandante tedesco lo aveva liberato vicino a Boscomantico. Quel tedesco amava gli spaghetti e spesso pranzava  a casa dei Gavini, la signora Giulia da buona romagnola cucinava molto bene.  Come sappiamo, poi era stato di nuovo tradito da un vicino ed avviato al suo destino, al campo di sterminio di Mauthausen Gusen.

Rita Gavini rammenta che quelli furono anni duri, da dimenticare. Dopo l’arresto, alla famiglia furono confiscate le tessere annonarie e fu fame. I contadini aiutarono quella donna con tre figli piccoli, tutti gli altri si dimenticarono di loro … Giulia Scarpetti vedova Gavini dovette vendere  gli ori di famiglia per poter andare avanti. Nel 1950, un  tedesco cercò la famiglia per comunicare che Gavini era morto ufficialmente di polmonite, e le sue ultime parole erano state per loro. Rita sa che parecchi prigionieri dei campi di sterminio finivano nei forni crematori ancora vivi, sa dell’immensa tragedia che si è consumata a quei tempi. E conclude dicendo che la gente dovrebbe essere più unita: lei in Germania è sempre stata un’italiana, i suoi figli quando venivano in Italia invece erano dei tedeschi. Ringrazia di cuore per aver ricordato suo padre e promette che tornerà ancora a Verona. Il nipote (che si chiama Gavino Gavini) vuole scrivere un libro sulla vicenda e chiede a Silvano Zavetti e a Carlo de Gresti di collaborare alla stesura. E’ quasi sconvolto dall’emozione. Avvicinandosi alla vecchiaia, si è reso conto che si va in cerca del senso della vita: forse ricordando  lo zio un po’ l’ha trovato.

La targa per Gavino Gavini,  è stata posta all’ingresso principale del Forte Chievo, è  benedetta da Monsignor Giorgio Benedetti, cappellano e socio onorario della Sebastiano Satta.

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