DAI RACCONTI DI TZIA ADELINA: SU SATTU ADESSI COSA PO OMMISI. MA DEU APPU TRABBALAU CANTI ‘E OMMINI!


di Emanuela Katia Pilloni

Il sardo ha una capacità di sintesi e un’incisività sconosciuti all’italiano, ma ben nota a chi, accingendosi a traslarlo, percepisce l’imbarazzo di castrarne la forza evocativa: “Su sattu adessi cosa po ommisi, ma deu appu trabbalau canti ’e ommini!”. Le parole sono signa rerum e la lingua sarda è gelosa dei suoi tracciati, dei suoi sentieri, fin quasi all’intraducibilità, come arrivò a sentenziare Grazia Deledda. E quanto questo assunto sia ancor valido oggi è emerso con forza una sera di febbraio, di fronte ad un cammino acceso in compagnia di una donna gentile, dal sorriso dolce e i modi modesti. Doveva essere un’intervista sulla vita contadina, sui ricordi di una società povera ma autosufficiente, un momento di scambio e conoscenza. Ma, ad ogni parola, ad ogni pausa o inflessione di voce, montava forte la sensazione di essersi assunti un compito più grande delle proprie capacità. Era altro dal consueto prendere appunti, dal formulare domande ed ascoltare risposte:“Deu non mi seu mai asgebiada po is ommisi, ellu che is femmiasa de oi!”. Non solo ricordi – e ben altro che parole – erano quelle che si dipanavano dalle labbra e negli occhi affabili della signorina Adelina Casti, classe 1922. Epitomi di vita, chiaro scuri impressionistici di tempi duri, durissimi per tutti e per lei in particolare: la perdita di entrambi i genitori, a sei mesi l’uno dell’altra; la tutela legale dei piccoli (7 bambini oltre la nostra Adelina, la più grande di 16 anni ed il fratello più piccolo di tre mesi appena) affidata allo zio materno Efisio Spiga. Ricordi strazianti e memorie per nulla sbiadite dal tempo di una vita difficile, fatta di sacrifici e rinunce, ma soprattutto di lavoro, tanto lavoro, raccontate con una disarmante serenità: “A mengianeddu chizzi, deppemusu appallai i boisi, poi ci bessemusu a su sattu: marra a coddu e dimizanedda. Mruzzamusu facciora a mesudì cun pai e casu, o pai e obia, e a mericeddu torramusu a domu.” (“La mattina presto dovevamo dar da mangiare a buoi, poi andavamo in campagna. Si pranzava intorno a mezzogiorno con pane e formaggio o pane o pane e olive” ndr.). Dall’alba al tramonto i tempi della vita scanditi dai tempi del lavoro, a loro volta strettamente legati ai cicli della natura: sa laurera (la semina de su lori) in autunno e il raccolto al principio dell’estate, il trasferimento del grano a sa scriobapo bentuai: “Femmu fotti meda e mi fadianta fai traballusu de ommi. U’otta appu giuntu i boisi a su carru e seu andata, a soba, a s’ascrioba de Coccu po carriai i saccusu de trigu”(“Ero molto forte e mi facevano fare lavori da uomo. Una volta ho aggiogato i buoi e sono andata, da sola, a sa scrioba della famiglia Cocco per caricare i sacchi di grano” ndr). Il grano veniva poi macinato in sa moba di casa da “Lampinu, su burricu de domu”, testardo e dispettoso, quanto insostituibile collaboratore della famiglia Casti. Ma c’erano anche le incombenze tipicamente femminili a cui Adelina non si sottraeva, tra le altre il lavaggio dei panni al fiume (sa lissia), per la sua famiglia e una volta alla settimana per Giuseppino Cadeddu. Particolarmente suggestive erano le modalità di pagamento. Una volta all’anno, a Settembre, in occasione della festa di Santa Maria, in corrispondenza de s’incugia (la raccolta dei proventi dei raccolti che venivano venduti a su Monti, il Monte Granatico), venivano liquidati gli stipendi annuali dei braccianti. Eppure non mancava mai la ragione per sorridere, cantare e divertirsi, anche durante il lavoro o nelle poche pause concesse durante la semina o il raccolto: “Deu femmu sempri allirga, mi prasciada arrì e brullai, mancai fessi stanca motta”. Le non frequenti occasioni di viaggi e spostamenti erano affidate a su carru a lossia dello zio e tutore Efisio Spiga, che lo utilizzava per commerciare i suoi prodotti. Adelina sedeva accanto a is cadiusu con arance d’inverno o nespole e pirisceddasa nella bella stagione, ordinatamente disposti nel retro coperto di questa diligenza nostrana.  “Ma tui sesi diaderusu sa filla de Rita? E mi nasa puru ca sesi coiada e cun fillusu? Ma chi mi paridi arriseu candu emmu aggiudau po s’apparicciu de mamma tua e babbu tu!!” (Ma tu sei davvero la figlia di Rita? E mi dici anche che sei sposata ed hai figli? Ma se mi sembra ieri quando ho aiutato a preparare il rinfresco per il matrimonio dei tuoi genitori! ndr). Questo è l’aspetto più toccante della vita di Adelina, Castiscedda, come veniva chiamata dai datori di lavoro. Aggiudusu no torrausu: aiuto gratuito, fine a se stesso, senza contropartita se non l’affetto e la gratitudine del prossimo. La luce rossastra filtra nella cucina. Si è fatto tardi e per Adelina l’imbrunire è ancora il momento del desinare. Perché, se pure il tempo corre veloce, i riti si mantengono immutabili, almeno per lei. “T’arringratziu meda de sa visitama torrasa, berusuTengiu ancora una biga ‘e cose de di contai!”(“Ti ringrazio molto per la visita. Ma torni, vero? Ho ancora tante cose da raccontarti!”ndr) Grazie a lei, tzia Adelina, maestra di vita sempre col sorriso sulla labbra.

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