LA GIOVANE SILVIA PERRA E' FINALISTA AL "VISIONI SARDE" DI BOLOGNA: E' LA REGISTA DEL CORTOMETRAGGIO "JOVID"


di Bruno Culeddu

Il film Jovid della giovanissima Silvia Perra è stato selezionato per la finale di “Visioni Italiane”, il concorso nazionale per corto e documentari voluto dalla FASI in collaborazione con la Cineteca di Bologna.

La trama. Jovid Sultany è un ragazzo afghano immigrato in Italia. Vive nel quartiere multietnico della Marina a Cagliari e lavora in una kebabberia. Una sera la famiglia, che vive ancora in Afghanistan, lo informa che come da tradizione festeggeranno il matrimonio della cugina Narges per le vie di Kabul. Jovid vivrà in maniera del tutto personale la notizia di un attentato rivendicato dai Talebani nella capitale afghana proprio nel giorno del matrimonio di sua cugina. La regista ha gentilmente rilasciato questa intervista, in esclusiva per “Tottus in pari”.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione: chi è Silvia Perra? Ho 25 anni e sono nata a Cagliari. Mi sono laureata nel 2012 in Comunicazione presso l’Università degli Studi di Cagliari, attualmente vivo a Roma e studio Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Quali sono i suoi registi preferiti? Qualcuno l’ha influenzata in modo particolare sulla sua formazione? In realtà non ho un regista preferito, ne amo diversi. In questo periodo comunque osservo con molta attenzione la cinematografia di Asghar Farhadi e Abdellatif Kechiche. Questi due registi  al momento sono in assoluto i miei punti di riferimento. Invece per quanto riguarda la mia formazione di regista, ho avuto la fortuna di aver conosciuto più di un maestro che mi ha in qualche modo influenzato, ciascuno di loro in modo molto diverso. Cito fra tutti Daniele Luchetti, Salvatore Mereu ed Enrico Pau.

Ho imparato tanto da loro, ma imparare ad avere un punto di vista sul mondo e uno sguardo sull’animo umano delle persone che racconterai, non te lo potrà mai insegnare nessuno. Quello spetta a te, o ce l’hai o non ce l’hai.

Cosa l’ha spinta a fare un film, in Sardegna, sull’immigrazione? Il cortometraggio “Jovid” nasce dal documentario Aula 3 – Storie di Rifugiati Politici. Entrambi i lavori sono frutto di una ricerca sul campo, legata principalmente all’esigenza di conoscere e approfondire meglio le problematiche legate a quelli che saranno i futuri italiani. Nascono entrambi come tesi finale del percorso universitario.

Può raccontare la genesi, il lavoro di ripresa e di montaggio di JOVID? Dove è stato girato? Ho conosciuto Jovid mentre frequentavo il Co.Sa.S, la scuola di italiano per stranieri del quartiere Marina a Cagliari per girare il documentario Aula 3. Abbiamo intervistato diversi rifugiati politici, e fra tutte le interviste è emersa quella di Jovid Sultany, un ragazzo afgano che vive a Cagliari. Sono entrata da subito in empatia con lui, talmente tanto da spingermi a portare sullo schermo tutto quello che mi raccontava. Naturalmente l’intento era quello di far rivivere le sue emozioni, ho semplicemente ricamato una storia attorno ad una situazione forte in cui si è trovato più volte: quella di non sentire la sua famiglia a seguito degli attentati nella sua città natale. Per quanto riguarda il lavoro di ripresa, ho sempre cercato di lavorare al limite fra finzione e realtà. Non volevo che la macchina cinema potesse in qualche modo minare il suo modo di re-interpretare la realtà nella fiction. Essendo Jovid un non professionista che raccontava il personaggio di se stesso, bisognava metterlo nelle condizioni di svolgere le sue attività come avrebbe fatto naturalmente senza l’intervento della troupe.  Il cortometraggio è stato girato tutto a Cagliari, in particolare zona Marina e porto.

Ha ringraziamenti da fare? Ringrazio il Co.Sa.S che ci ha permesso di realizzare il documentario nelle aule della scuola. Senza quel periodo intenso di ricerca, il cortometraggio non sarebbe mai esistito. Poi naturalmente ringrazio lo stesso Jovid per aver creduto in me, e per aver accettato di fare questo lavoro insieme.

Qual è lo stato della cinematografia in Sardegna? Non positivo. La verità è che davvero si fa fatica a comprendere che un’industria culturale come quella dell’audiovisivo può portare ricchezza e visibilità ad un’isola che finora soffre solo di scarso interesse generale. “Con la cultura non si mangia”, disse qualcuno. Se l’idea comune rimarrà sempre quella, le possibilità che anche da noi possa esistere un’industria cinematografica saranno pressoché inesistenti. L’abbiamo detto e ripetuto tante volte: in Puglia e in altri posti hanno capito molto prima di noi le potenzialità di questo settore.

Oltre a problemi legati a mancanza di fondi, in Sardegna c’è anche un problema di mancanza di formazione alle professioni del cinema. Non abbiamo un Istituto riconosciuto che possa garantire in modo dignitoso la formazione a 360° nel campo dell’audiovisivo. Supponiamo che un ragazzo o una ragazza non possano permettersi di vivere fuori, e che la Regione Sardegna non finanzi il loro percorso con una borsa di studio, come potrebbero queste persone aver accesso a questo tipo di formazione? Questa è una problematica che un giorno vorrei affrontare in prima persona, mi piacerebbe che a tutti i giovani sardi venisse garantita quest’opportunità.

Quali sono i suoi progetti futuri? Mi appresto a girare il cortometraggio di fine 1° anno al CSC, e contemporaneamente sto raccogliendo più materiale possibile per girare un documentario sullo stesso argomento del cortometraggio. Anche in questo caso, come nel lavoro precedente, l’inchiesta e il lavoro sul campo rimangono un punto fondamentale del mio lavoro.

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