PRIMA C'E' STATA LA PECORA, POI E' VENUTO IL PANE: "CAPO E CROCE" UN FILM DI MARCO ANTONIO PANI E PAOLO CARBONI


di Claudia Sarritzu

Ieri sono andata all’Odissea (sì, faccio pubblicità a un piccolo grande cinema indipendente, una piccola grande perla di cultura che resiste a Cagliari) a vedere “Capo e Croce”, un documentario sulle ragioni dei pastori. Ci sono andata con un’amica coraggiosa, di quelle che si fidano dei miei consigli insoliti. Ci sono andata perché un altro amico mi ha letteralmente assillata con il fatto che ne valeva la pena. Ci sono andata quindi con grandi aspettative, e non sono rimasta delusa.

Ma cosa significa “Capo e Croce“? Significa azzardo, significa che i pastori giocano d’azzardo ogni volta che fanno un banale investimento per migliorare la condizione della loro azienda, costretti a subire una politica europea, a cui non vogliono adeguarsi, perché chinare la testa significherebbe cancellare un altro settore economico sardo ma soprattutto cancellare l’identità di un popolo. Perché in Sardegna, ha ragione il pastore Tore Concas, prima c’è stata la pecora, poi è venuto il pane. E’ un film in bianco e nero, perché i colori non rendono tutti uguali, i colori distraggono, forzano la mano su differenze inutili, forse perché è l’unico modo che i registi avevano per esprimere in immagini, il concetto di popolo unito, quello che non riusciamo mai a essere, quello che abbiamo sperimentato durante l’alluvione di 10 giorni fa e che dobbiamo continuare a praticare senza dimenticarci che uniti siamo più forti. I pastori di questo documentario, che lottano dal 2010, per vedersi riconosciuto il diritto a una semplice retribuzione, non sono descritti con il solito binomio bucolici e rozzi. Sono finalmente liberi dagli stereotipi di omertosi e complici del banditismo. E’ gente che lotta e ci mette la faccia, che si fa identificare e ammanettare ma non rinuncia al diritto di manifestare dentro un Paese per cui siamo ancora colonia e non Regione. Vengono descritti come un movimento coraggioso, che non si piange addosso ma reagisce e affronta la terribile crisi che affligge il settore con una pungente ironia che più volte fa scoppiare a ridere il pubblico in sala. Ma il pubblico non ride soltanto, il pubblico piange e si arrabbia, mentre assiste alle immagini dei pastori che arrivano a Roma e vengono chiusi dentro un recinto come pecore in gabbia, come cittadini di serie B che non hanno il diritto di circolare liberamente nel territorio dello Stato italiano. Eh sì, lo stato italiano, quello che manganella e che a Cagliari ha permesso che uno di loro perdesse un occhio dopo una carica della polizia sotto al Consiglio regionale. Questo film è una musica, quella della lingua sarda, una lingua che Giuseppe Corongiu ha definito nel sul libro “normale”. E credo che la migliore colonna sonora del documentario sia data dalle voci di questi uomini e di queste donne, bilingue. Vi consiglio di andare a vederlo, se potessi vi costringerei, come ha fatto con me quel mio amico. Perché ne uscireste migliori, più fratelli e sorelle di un popolo che dobbiamo imparare a diventare. Ho rivisto quelle immagini, quelle delle loro manifestazioni a Cagliari, dove io c’ero, giovane giornalista pasionaria e incosciente, partigiana più che cronista. Ho rispolverato quella rabbia, che si era affievolita, si era sedimentata assieme a un pericoloso sentimento di afflizione e pessimismo. Provate a vivere qualche giorno senza: latte, formaggio, carne e lana, magari di inverno. Provate per capire, le loro ragioni. Le ragioni dei Pastori, le ragioni della Sardegna. Il film è stato presentato a Roma. Per la prima volta, dopo tanto tempo, nessuno ha osato manganellarli.

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