S’AINU NON ESTE MAI CARU FINAS CHI NON MANCADA: TIENI CARO L’ASINO CHE C’E’


di Mariella Cortès – FocuSardegna

C’è un detto sardo, a mio parere particolarmente versatile, che recita: «S’ainu non este mai caru finas chi non mancada», letteralmente, “l’asino non diviene prezioso fin quando non manca”. Con questa frase ci si riferisce alle cose di tutti giorni, dal pane tipico a un bene archeologico, fino a un effimero profumo o al colore degli alberi in autunno. Tale detto l’ho spesso sentito riferire agli emigrati e, in diversi casi, mi venne riportato proprio dai familiari di coloro che avevano lasciato la propria terra per scegliere una agognata e lontana America. Gli emigrati, sovente, partivano covando in cuor loro un sentimento di rifiuto nei confronti della madre terra e, pur se a volte portavano dentro la famosa valigia di cartone oggetti in grado di divenir ancore del passato, la mente si proiettava al nuovo. Solo in un secondo momento ci si rendeva conto di quanto si era lasciato e anche le minuzie della quotidianità assumevano un senso amplificato. Riflettendoci, questo discorso, ben sviscerabile con gli emigrati, non è identificabile solo con il sentimento di una incolmabile nostalgia, ma riguarda, piuttosto, chi vive quotidianamente una realtà che considera banale, scontata proprio perché sta lì, ferma davanti alle loro finestre o, bene o male, è immutabile. Quante volte mi è capitato di sentire: “Eh, il nuraghe è lì, chi lo tocca? Ci si può andare quando si vuole!” da parte di persone che avevano girato l’Europa e non conoscevano pressoché nulla di quanto avevano a fianco. E’ necessaria una maggior consapevolezza di quanto ci circonda che permetta a tutti noi di diventare testimoni di un’Isola e non giungere, invece, a rimpiangere l’asino quando non c’è più. Analizzando meglio la società sarda e un contemporaneo modus vivendi troppo orientato al passivismo e al rimandare o, nei casi peggiori all’ auto idolatrarsi, diviene sempre più pressante la necessità di aprire gli occhi e studiare, capire, esplorare. Tralasciamo i discorsi del tipo: “Non si studia a scuola, quindi non va approfondito”. La cultura è un qualcosa che ci appartiene intimamente, un bene che nessuno potrà portare via ma che viene spesso tralasciato ed ignorato in virtù di un pensiero rivolto a un qualcosa che appare come la realtà di quella America dalle strade d’oro che veniva descritta dai ciarlatani agli emigrati e si rivelava, poi, del tutto inconsistente. Quello culturale, legato alle radici, è un discorso che deve ripartire da parte di tutti noi soprattutto in un momento di difficoltà dove la carta vincente appare quella di una promozione territoriale attenta, orientata al crescente bisogno, da parte del visitatore, di cultura, emozioni e tradizioni in grado di far sentire “lo spirito del luogo”. Ma, di contro, non si può scegliere di accogliere il turista senza diventarlo per primi e senza andare, in prima persona, a scoprire il proprio territorio  immaginando di doverlo raccontare. Non si può nemmeno pensare di promuovere quanto ci circonda senza prima guardarsi intorno e rinchiudendosi, invece, in una soggettiva sfera di vetro che fa vedere unicamente i propri orizzonti. Una volta un milanese mi disse: “Obbligherei i sardi, per legge, a lasciare la Sardegna per un anno, affinché si rendano conto del paradiso terrestre in cui vivono”. Se qualcuno la può intendere come offesa, io la vedo come una ulteriore conferma del detto popolare. Superare e “diventare umani”, come diceva Maria Lai a proposito di un Cambosu che studiava (e amava, soprattutto) la sua cultura in maniera viscerale, è possibile e, per fortuna, la Sardegna abbonda di questi casi. Quello che manca è la spinta in più e l’umiltà di accettare un consiglio, di mettere da parte le invidie e iniziare a far rete.  E, soprattutto, bisognerebbe iniziare a parlare e vivere il proprio territorio con l’anima se si vuole attivamente lavorare a sistemi di sviluppo e promozione sostenibili. Qualche giorno fa Chiara Vigo, Maestro di Bisso, durante un’intervista mi ha detto: “Se non si è in grado di tessere i fili della vita si fanno solo tappeti da vendere … io voglio tessere prima l’anima e poi il resto”. Il messaggio sta nel riappropriarsi della nostra storia e cultura e pensare a logiche di sviluppo turistico che di queste tengano conto. Non solo: significa imparare ad ampliare i nostri orizzonti conoscitivi, analizzare le attuali tendenze turistiche per offrire ai nostri visitatori il mare, certo, nostra punta di diamante ma portandoli a vivere, anch’essi, un’ esperienza con l’anima. Ma siamo noi, per primi, a dover imparare a diventare turisti nella nostra terra.

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