IL CIRCOLO VIZIOSO TRA IGNORANZA E DECLINO: I PROBLEMI STRUTTURALI E STRATEGICI DELLA SARDEGNA


di Omar Onnis

Esce il rapporto CRENOS 2013 (curato dalle università sarde) ed emergono in modo netto i nostri problemi strutturali. Il dibattito che sempre ne segue spesso non fa che occultare i dati e la loro connessione sistemica, anziché agevolarne la comprensione. Mettere in evidenza un aspetto o un ambito lascia supporre che si tratti di quelli decisivi, o che sia possibile segmentare l’attenzione e dunque anche la soluzione dei singoli problemi. Naturalmente questa è una falsa percezione. Se non si applica uno sguardo sistemico, non si capisce nemmeno dove stia la radice della nostra condizione storica deficitaria, tanto meno la si può efficacemente contrastare. Tra carenze infrastrutturali, debolezze culturali e impoverimento materiale esiste un fitto reticolato di connessioni. Immaginare che basti una politica di incentivi di qua e una pezza normativa di là, magari dietro gentile concessione di qualche governo “amico”, dovrebbe ormai essersi dimostrato più utopistico dei viaggi nel tempo (questi, almeno in linea teorica, cominciano ad essere considerati possibili). Più che mettere toppe a coprire i buchi, bisognerebbe intervenire sui nodi. La tendenza demografica generale attualmente è orientata al rapido declino e alla dissoluzione dei rapporti sociali, con l’esito inevitabile dello spopolamento, della miseria e della soggezione ancora più intensa a centri di potere e interesse estranei. È questa tendenza che va arrestata e invertita. Un primo nodo strutturale da sciogliere e da riannodare come si deve è quello dell’istruzione e dell’università. I dati sulla dispersione scolastica, sul tasso di laureati e sull’uscita senza ritorno di intelligenze e talenti dovrebbe far scattare un allarme fortissimo nella politica sarda. Invece – tranne parentesi velleitarie e senza risultati apprezzabili, come all’epoca della giunta Soru – non se ne parla neppure, non è in agenda. Ma la questione dell’istruzione e della ricerca non può essere disgiunta dai processi di identificazione e dal senso di appartenenza. La radice della dispersione scolastica non è solo materiale, legata alla carenza infrastrutturale e alla diminuzione patologica del finanziamento pubblico al settore, ma sta anche nella separatezza tra scuola e università da un lato e il territorio, la sua storia e la cultura stratificata che esprime dall’altro. La mancanza di un sistema di istruzione e di ricerca adeguato si lega all’incapacità di trovare soluzioni ai problemi strategici (dall’energia ai trasporti, alla gestione dei beni culturali). E ciò a sua volta è una conseguenza diretta della dipendenza politica e culturale da una sfera di interessi aliena. Inutile confidare nella benevolenza dei governi italiani, quando gli interessi strategici della Sardegna non combaciano né sono una funzione di quelli italiani. Questo bisogna ripeterlo spesso, perché è una delle questioni a cui si rifiuta di dare risposte, quando invece è assolutamente centrale. La responsabilità di tali carenze però non è dell’Italia e non è di chi, perseguendo i propri interessi privati, vede nella Sardegna solo una fonte di profitto, o una comoda sede di speculazioni a basso rischio. La responsabilità è nostra, collettivamente, e soprattutto della classe dominante sarda. Come attesta il recente dibattito in consiglio regionale sulla questione “SARAS vs. Arborea”, la politica nostrana – almeno nelle sue nomenklature – è totalmente succube di poteri economici forti, è priva di una qualsiasi visione compiuta della realtà (locale e globale), manca totalmente di capacità progettuale e si è ingrassata sul disinteresse per la risoluzione dei problemi (problemi su cui ha costruito il proprio consenso clientelare). Così, alla fin fine, sembra che abbiamo a che fare con un destino scritto di decadenza e mortificazione, quando invece si tratta semplicemente di poca voglia di affrontare i problemi. Il mito dei sardi incapaci, disuniti, resistenti ma sconfitti, orgogliosi ma inadatti a governarsi, incapaci di creatività e di innovazioni virtuose, è la foglia di fico della nostra pigrizia, oltre ad essere una narrazione molto efficace nel mantenimento dello status quo. Però si può cambiare sguardo e si può cambiare anche la tendenza in corso. Serve pensiero laterale e serve capacità di vedersi come soggetti della propria storia. Serve immaginazione creatrice e serve molta propensione alla condivisione. Serve onestà, molta onestà: intellettuale, politica, etica. L’onestà è un fattore economico. Così come la conoscenza di sé nel tempo e nello spazio. Serve capacità di discernere la complessità e di affrontarla con modelli che la rispettino, non che la eludano. Serve capacità di connessione e serve cultura convergente. Il bello è che tutto questo esiste. Solo, non governa la Sardegna. Nessuno però può escludere che succeda, prima o poi.

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