MARIA CHIARA FIRINU PUBBLICA L'OPERA DI NARRATIVA MEMORIALE "IL CANONICO DI SAN SEVERINO"


di Cristoforo Puddu

Maria Chiara Firinu di Iglesias -con orgogliose origini familiari nel piccolo centro oristanese di Narbolia- è una delle voci più sensibili e ricche di umanità che siano emerse, in quest’ultimo decennio,  nel frequentato e variegato panorama sardo “non professionistico” di scrittura poetica ed in prosa. Scrive indifferentemente sia in lingua sarda campidanese, anche recentemente ha conseguito significativi riconoscimenti, che in lingua italiana:  caratterizzante particolarità è l’immediata e naturale autenticità narrativa. Ha pubblicato, con risultati apprezzabili ed evidenziando una partecipata tensione (sociale, spirituale, meditativa) e consistente vitalità, Racconti (ed.Cocco, Cagliari, 2000), I melograni (ed. Montedit, Milano, 2007)  e Le mie pietre (ed. Montedit, Milano, 2010).

Maria Chiara Firinu, nel segno del raggiunto personale linguaggio nel raccontare, con descrizioni da abile affabulatrice,  e nella continuità descrittiva del mondo familiare-identitario, tracciato a chiare linee anche nelle opere precedenti, si cimenta ora nel genere letterario memoriale e pubblica Il Canonico di San Severino (ed. Montedit, Milano, 2012).

 “La memoria autobiografica è uno degli ambiti più antichi della psicologia, perché  è la funzione umana che permette di integrare tra loro i pensieri, le rappresentazioni, gli affetti, i bisogni, le intenzioni e le ambizioni dell’individuo (Rubin, 2003)”; la scrittrice di Iglesias  attinge al ricco e fondo pozzo della memoria personale per far affiorare e rivitalizzare voci, vicende personali e storie collettive che sottrae all’oblio per riproporle come nell’incanto-rivelazione di un ammaliante segreto. La memoria, per la Firinu, è rappresentazione dell’esperienza umana e profonda conoscenza personale che garantisce legittimazione e una continuità di sé nei fondamentali passaggi esistenziali (passato, presente e futuro).

Una miscellanea di eventi, tra passato e presente, si alternano tra vicissitudini familiari e personali che conquistano alla lettura ed hanno il picco narrativo (“una sorta di romanzo inserito nel diario esistenziale”) con la scoperta ed esplorazione della figura del Canonico Adalberto, antico e dimenticato abitatore della casa di San Severino. Le memorie ripercorrono con curiosità e meraviglia i sentieri del cuore, tanto da rivelarne addirittura la lettura dell’anima dell’autrice quando rievoca, con naturale interiore tenerezza, le sorelle, i genitori e le determinanti figure della nonna e del semplice, sensibile ed indifeso zio Giovanni; tutta la narrazione è pervasa da profonda religiosità laica ed attenzione “francescana” verso la natura e gli animali che gravitano nel mondo infantile della casa di San Severino. I ricordi di Maria Chiara Firinu rappresentano anche il contesto sociale e l’ambiente lavorativo minerario del Sulcis-Iglesiente (“La miniera, unica risorsa di vita”), in cui convivevano -come nell’attualità!- problematiche occupazionali, di sicurezza ed ambientali.

La prefazione di Massimo Barile, presidente del premio di narrativa “Jacques Prévert”, evidenzia della sarda Firinu la “scrittura avvolgente sempre capace di rendere dominante la forza interiore e, allo stesso modo, la magia del tempo”.

I richiami memoriali alla casa di San Severino, per la scrittrice che ne custodisce indelebile affetto, sono maggiormente carichi di significati e di emozionali appelli  in quanto la struttura risulta ora inesistente: è stata demolita dalla proprietaria Società Mineraria.

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