PAGINE RACCONTATE DI STORIA SARDA IN UNA GIORNATA FRA GLI EMIGRATI A CINISELLO BALSAMO (MI)

il convegno nella sfarzosa "Sala dei Paesaggi" di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo
il convegno nella sfarzosa "Sala dei Paesaggi" di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo

di Sergio Portas

Fate conto che sia una domenica di inizio maggio, magari non particolarmente soleggiata, chi volete che si precipiti a un convegno, in quel di Cinisello Balsamo poi, intitolato: “Dal regno di Sardegna all’unità d’Italia”? Arrivo con dieci minuti di ritardo e la sala dei paesaggi della prestigiosa villa Ghirlanda è stipata all’inverosimile, di posti a sedere neanche l’ombra. Il pubblico, composto di sardi, arriva da tutta la provincia di Milano per “sa die de sa Sardigna”: a giudicare dalle canizie la maggior parte ha lasciato l’Isola intorno agli anni cinquanta. E’ qui per rinnovare un patto di appartenenza che non tocca più i loro figli e nipoti. Che vanno spendendo la loro professionalità e identità nell’universo mondo di internet e dei voli low-cost, da Chillivani a Montreal, da Gonnosfanadiga a Liverpool. Eppure questa volta hanno sbagliato di grosso. Che i temi trattati dal convegno li riguardano eccome! Un poco, paradossalmente, la colpa è della Lega nord, quella di Bossi, Maroni e Calderoli che ad aggiungerci anche Castelli mi ricordano i quattro moschettieri di dumasiana memoria. Ma c’è poco da scherzare se si pensa che, nelle lezioni amministrative della Sardegna si sono presentati, con le loro liste, a darci lezione di federalismo e separatismo. Quello che poi stanno combinando, complice Berlusconi, nella tremebonda repubblica italiana è sotto gli occhi di tutti. Al governo della nazione col dichiarato proposito di spezzarla, in un futuro non lontano, per ritagliarsene una parte, battezzata Padania dal fondatore del movimento, Senàtur per antonomasia, in uno dei suoi momenti di creatività, tra i fumi di una sala da bigliardo di Cologno Monzese. Tentano quella secessione che i padri del sardismo non riuscirono neppure ad impostare dopo la fine della prima guerra mondiale. Ma Salvatore Cubeddu, sociologo, storico, scrittore di libri, converrà con me se dico che le nazioni hanno percorsi carsici, nella storia degli uomini, sono fiumi che spariscono per tratti di chilometri e poi, del tutto improvvisi, ricompaiono con andamento torrentizio, come dire che se sono supportati da piogge crescenti (idee e volontà), tutto sommergono poi nel loro passaggio imprevisto. E il problema irrisolto della sovranità della nazione sarda ben si attiene a questa metafora. Una nazione comunque ha bisogno di simboli comuni, di una storia condivisa, oltre che, obbligatoriamente, di una lingua che differenzi e questa, mi piace sottolinearlo è una grossa pecca dei cosiddetti padani, loro per comunicare hanno bisogno dell’italiano di Dante, che se Zaia e Borghezio si mettessero a parlare tra loro usando i rispettivi dialetti ne verrebbe fuori una cacofonia incomprensibile per tutti e due. Campidanesi e Galluresi invece si capiscono ancora tra loro. Che il sardo sia lingua dei giovani è anche questo problema non di poco conto. Ma oggi cominciamo dalla storia comune, quella che i sardi che non frequentano biblioteche universitarie poco conoscono. Dal 1720, è lì che inizia Cubeddu, i cagliaritani che col tempo terso potevano vedere le coste della Tunisia cominciano a girare il collo e a guardare verso Torino. Muore infatti senza eredi Carlo II° di Spagna che, fra gli altri titoli si era riservato quello di Marchese di Oristano e Conte di Gocèano  (tutta roba degli Arborea sistemati con l’occidroxiu di S.Luri tre secoli prima) e, passati venti anni di scaramucce, ai Savoia, loro malgrado chè miravano a impossessarsi del milanese, tocca in sorte la Sardegna. Nell’isola c’era il feudalesimo, i feudi erano una sessantina, i più grandi : il marchesato di Quirra contava 60 comuni, il ducato di Mandas ne aveva 47, ancora meno il  conte di Oliva che però poteva vantare una parentela coi Borgia, dai quali quel tale Alessandro che fu papa in Vaticano mettendo al mondo figli e figliastri. In tutta l’isola non vi erano che 350.000 abitanti, 30.000 erano a Cagliari, 20.000 a Sassari. Torino ne contava 40.000, la grande metropoli italiana era Napoli dall’alto dei suoi 200.000 abitanti. Feudalesimo, tradotto dal politichese, vuol dire tributi, il contadino o pastore che fosse doveva dare il 10% di tutto al “signore” e il 10% alla chiesa che comunque aveva dei feudi suoi in cui venivano insediati vescovo torinesi cui, opportunamente, si dotavano di interpreti per poter parlare col “gregge”. E poi c’erano, sempre a carico del “popolo” tutta una serie di balzelli, dal diritto del fuoco, a quello del sale, fino al diritto di gallina, quando inaspettatamente avevi tanta energia da mettere su una nuova famiglia. Che quella bella genia di “signori” ti succhiava anche il sangue. E’ in quel periodo che comincia a circolare quella tal canzoncina che promette del temporale ai baroni che non avessero “procurato di moderare la tirannia”.Tirannia che veniva esercitata soprattutto nei 371 paesi della campagne, dai signori che normalmente risiedevano nei castelli di Bosa, Castelsardo, Alghero e Cagliari.  A movimentare la storia europea fortunatamente ci pensarono i francesi, tagliarono la testa ai loro baroni, e anche al re visto che c’erano, e si diedero a “esportare la rivoluzione”. Con la loro flotta erano davanti a Cagliari nel ’93 ma allora furono i sardi, non i piemontesi, che si organizzano e li ributtano a mare (ne ha scritto, romanzando male a mio avviso, Flavio Soriga nel suo ultimo “Il cuore dei briganti”, Bompiani 2010). Qui entra in scena, è il caso di dirlo, Pietro Marcialis, attore e regista che, da solo interpreta tutta una rivolta visto che, dice lui, si può fare spettacolo senza soldi (lo dice anche il ministro Bondi) ma non si può fare teatro senza immaginazione, degli spettatori. E allora noi, mercé Marcialis, si vede tutta l’anno “de sa ciappa”. L’acchiappamento dei piemontesi e del loro viceré , “su visuré baioccu” (era monocolo) da parte dei sardi cagliaritani quando, un anno dopo, si erano visti rifiutare dal Savoia torinese una risposta a cinque istanze non mediabili. Quel 28 aprile del 1794 alla fine dei moti di strada ci furono quaranta morti. Ma il viceré e la sua corte erano sotto chiave. Quando Giovanni Maria Angioy  chiese alla grande assemblea popolare: ”Ita bolli su populu po primu? Pani, traballu?” si sentì rispondere: “A mari is Piemontesus, a mari! A mari!”. Il popolo, prima di tutto, voleva la sua libertà. Torneranno i Savoia nelle loro regali persone, scacciati da quel fulmine di Napoleone Bonaparte, nel 1799. E finalmente il re conobbe la “sua” Sardegna. Nel 1812 quando i sardi tentano di fargli fare la stessa fine di “Baioccu”, una spiata scopre la congiura e gli organizzatori finiscono impiccati. Naturalmente i feudatari sardi sono i più grandi alleati della monarchia. Sono loro che, con la legge delle chiudende, si comprano le terre che, da sempre venivano gestite in modo comunitario dalla gente dei paesi. Facendo lievitare un banditismo diffuso, di massa. Che portò l’esercito regio ad assaltare interi paesi. A bruciare foreste immense (una tra tutte tra l’Arci ed Arborea). Se il feudalesimo fu “risolto” nei primi cinquanta anni dell’800 il movimento nazionale sardo dovrà attendere la grande guerra per trovare il suo nuovo brodo di coltura. Già il giovane Gramsci, prima che la rivoluzione d’ottobre del’15 promettesse una rivoluzione a tutti i poveri del mondo intero ( non solo ai sardi), era stato sedotto dalle parole d’ordine: “ A mari sos continentales !” (Dalle “Lettere dal carcere”). Insomma, posto che il popolo sardo voglia costituirsi in nazione e rivendicare il suo diritto alla sovranità, come dice Pietro Marcialis: “Qualche altra volta potremo ancora vincere”, da soli. Senza andare a ripetizione da Bossi Umberto, diplomato radioelettra da Cassano Magnago, provincia di Varese.

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