GRANDE SUCCESSO PER IL CONCORSO DEDICATO ALLE STORIE DELL'EMIGRAZIONE SARDA: COMMUOVE IL BRASILE DI MARCO ANTONIO PANI

da sinistra: Marco Antonio Pani, Tonino Mulas, Silvestro Ladu, Arturo Usai
da sinistra: Marco Antonio Pani, Tonino Mulas, Silvestro Ladu, Arturo Usai

di Francesca Randaccio

Si è svolta la serata conclusiva di “Storie di emigrati sardi”, il concorso per progetti cinematografici voluto dalla Regione Autonoma della Sardegna-Assessorato del lavoro, Società Umanitaria-Cineteca Sarda, FASI (Federazione Associazione Sarde Italiane). Il modello è quello già rodato di “Cinema incontra il lavoro”: premiare le sceneggiature migliori sul tema dando subito il 60% del budget per la realizzazione, il quale viene, poi, saldato, nella sua totalità, a film ultimato. Come si è già sottolineato altre volte, è un modo interessante, originale e “pratico” per stimolare l’ideazione, ma soprattutto la realizzazione di cortometraggi in Sardegna con risultati, vista la qualità delle opere giunte alla giuria e quelle premiate, di ottima fattura. Incoraggiante anche la partecipazione folta del pubblico il quale, con passione degna di tempi migliori, ha affollato la sala del Cineworld, dove si è svolta la manifestazione. La giuria, formata da Antonello Zanda (direttore della Cineteca di Cagliari), Marco Zurru (Sociologo), Gianni Olla (critico cinematografico), Maria Sardu (Autrice e programmatrice RAI), Tonino Mulas (Presidente della FASI), aveva scelto, nei mesi scorsi, a conclusione della prima parte del concorso, tre sceneggiature particolarmente originali (“Arturo torna dal Brasile” di Marco Antonio Pani, documentario, “Marie Maria” di Nicola Contini e il cortometraggio di fiction “Io sono qui” di Mario Piredda) e attendeva, come d’altronde il pubblico, la realizzazione delle opere. Queste ultime sono state proiettate dopo gli interventi di Antonello Zanda, Tonino Mulas, Silvio Ladu (presidente della commissione emigrazione) e Enrica Addis (responsabile del servizio emigrazione dell’Assessorato Regionale al Lavoro), che hanno messo in evidenza la soddisfazione per le opere, che finalmente raccontano la storia sarda dell’emigrazione per non dimenticare problemi del passato, diventati, ancora una volta, di estrema attualità. L’elemento interessante dei tre lavori, sviluppati da giovani registi (seppure Pani sia, ormai, da tempo un professionista sicuro, per noi, tra i più rilevanti del panorama artistico sardo) è la mancanza totale di stereotipi nella descrizione di storie esemplari di emigrazione. Non vediamo valigie di cartone, pastori che abbandonano la loro amara terra, ma nuove forme, magari altrettanto dolorose, soprattutto dal punto di vista psicologico e pure nelle melanconiche conclusioni, di “viaggio della speranza”, situazione ancora diffusa tra migliaia di sardi in cerca di opportunità migliori, di mestieri inseguiti e sognati, di un futuro di soddisfazione oltre che di sopravvivenza. Così, tutte le tre vicende ci fanno respirare un’aria di novità, evitano qualsiasi riproposizione di modelli cinematografici sul tema, si incentrano sulle testimonianze, ma anche sulla reinvenzione artistica e tecnica. “Arturo torna dal Brasile” di Marco Antonio Pani – premiato giustamente anche con un ulteriore riconoscimento come film meglio girato – è un’opera sorprendente solo se non si tiene conto del curriculum e delle qualità del regista. Certo, la storia raccontata è di quelle “speciali”. Arturo Usai –peraltro presente ieri in sala e festeggiato con commozione dalle autorità e dagli spettatori – è nato nel 1917 e ha avuto una avventurosa esistenza. La sua è una famiglia di artisti (musicisti, scultori, pittori) e la sua passione per l’elettronica è stata una vocazione già negli anni della adolescenza. E’ stato un fotografo testimone di un’ Alghero ancora misera, dei suoi strazianti bombardamenti, ma, pur essendosi laureato in medicina a Sassari, riuscì addirittura a frequentare un corso al neonato Centro Sperimentale di Roma. Voleva diventare operatore di guerra (“per fortuna non andò così” afferma sorridendo) e con la sua piccola macchina da presa filmò una Sardegna inedita per i nostri schermi: quella degli anni quaranta tra parate dall’aria più folkloristica che militare, di giovani ragazze e adolescenti e tante immagini familiari, le quali illustrano la quotidianità dell’epoca . Dopo il secondo conflitto, decide di trasferirsi in Brasile, a Rio de Janeiro, dove già viveva il fratello, noto scultore. “Come ho visto quel paesaggio decisi che sarei morto lì”, dice Arturo, nell’intervista filmata. In effetti, il Brasile democratico di quegli anni d’oro era una sorta di piccolo paradiso terrestre, una terra fantastica con possibilità di lavorare in contesti anche artistici. Arturo diviene, in breve, direttore della fotografia, regista, tecnico per produzioni di vario tipo: documentari del governo, pubblicità, film di fiction e documentari. Pani lascia spazio soprattutto a una pellicola importante della cinematografia brasiliana (“Pega ladreo!, 1957, di Alberto Pieralisi) di cui Usai curò la splendida fotografia, ma le esperienze per il grande schermo riguardarono pure il celebre “Orfeo nero” di Marcel Camus, 1959, premiato a Cannes e di cui Arturo si occupò della seconda troupe, girando le celebri scene del carnevale. In seguito, vennero gli anni sessanta e la televisione “si mangiò” il documentario su pellicola. Per Usai giunse il tempo del ritorno, ma i colpi di scena non mancarono: riutilizzò la sua vecchia laurea in medicina, lavorò come dentista e continuò a filmare: splendide immagini di Alghero, varie testimonianze della vita degli anni cinquanta e sessanta. Come si vede, un soggetto straordinario, una storia di emigrazione “speciale”, ma se non ci fosse stata l’abilità tecnica di Marco Antonio Pani, servito anche nella fotografia da Paolo Carboni (“non ho fatto niente di speciale, le immagini sono quasi tutte di Arturo” afferma con modestia) e la sua sensibilità nel raccontare, utilizzando con bravura le affascinanti musiche di Remo Usai, il film sarebbe stato un documentario piacevole, ma non toccante, fascinoso nella sua costruzione, corretto nell’inserimento delle interviste, formalmente perfetto, emotivamente di grande impatto.

A questo punto, gli altri due film in concorso appaiono molto lontani da questo memorabile risultato. “Marie Maria” di Nicola Contini prende avvio da un’idea buona: il diario di una donna facente parte di una famiglia segnata dall’emigrazione, sin dai tempi dei nonni che andarono a fare i minatori in Africa su una barca a vela. Le vicende emozionanti di Maria e dei suoi cari sono svolte tentando una sorta di sperimentazione formale: parole sovrapposte, reale e finzione, foto che si sfuocano, disegni animati. L’intuizione c’è, ma il risultato è leggermente confusionario. Si capisce come si voglia accentuare il caos delle voci provenineti dal passato confuse come un magma di ricordi da non obliare, ma il disorientamento per lo spettatore è inevitabile. Più semplice nello svolgimento, ma supportato da una ottima fotografia, è “Io sono qui” di Mario Piredda, che denuncia un altro tipo di emigrazione assai diffusa nella nostra isola, ovvero l’arruolamento nell’esercito destinato alle “missioni di pace”. Anche questo è un modo per accumulare dei soldi per sperare in un futuro migliore. Giovanni parte per il Kossovo, ma in questo disastrato paese incontra la malattia (contaminazione per uranio impoverito) e, poi, la morte. I suoi amici, quelli rimasti in paese, però ancora “lo sentono” e “lo vedono”: non sarà mai dimenticato. “Io sono qui” dimostra il talento di Piredda, per quanto ancora a livello di sceneggiatura ci sia da migliorarsi, però bisogna apprezzare il taglio con cui è narrata la storia: senza effetti lacrimogeni, si narra di una tragedia spesso dimenticata e il messaggio arriva efficacemente agli spettatori.

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