Tottus in Pari, 269: centomila i sardi all'estero

È stata presentata a Roma la quarta edizione del Rapporto sugli Italiani nel mondo, a cura della fondazione Migrantes. La relazione ha preso in esame quest’anno tre regioni: Sardegna, Piemonte e Liguria, per analizzare i dati di partenza del popolo migratorio e fornire alcuni spunti storici.  nostri connazionali residenti all’estero sono quasi 4 milioni (3.915.767) e vivono soprattutto in Germania, Argentina e Svizzera, oltre a Francia, Brasile, Belgio, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia. Il Paese con meno "successo" è il Giappone, che ne ospita solo 2.900. Partiti negli anni Venti e Trenta, e Cinquanta-Sessanta, gli italiani sono distribuiti in tutti i Continenti; oggi ne emigrano circa 40 mila l’anno: hanno una laurea nella maggior parte dei casi, parlano almeno una lingua straniera e si spostano per motivi di studio o di un lavoro già individuato. La Sardegna ha cominciato a subire lo spopolamento nel periodo 1950-1970 con oltre 400 mila sardi che si sono diretti sia verso la penisola sia verso l’estero: «Nei primi anni ’70 nella sola città di Torino si concentravano ben 70 mila isolani», spiega il Rapporto, «così come rilevante fu il loro insediamento a Roma e a Genova, una sorta di triangolo migratorio privilegiato». Oggi i sardi all’estero sono circa 100 mila, spinti ad allontanarsi soprattutto dalla disoccupazione e dalla povertà. La Sardegna, però, risulta essere anche terra «di arrivo», ed è questo l’elemento che permette di mantenere un equilibrio tra emigrazione e immigrazione. Si possono individuare diverse categorie di emigrati: quelli che hanno lasciato l’Italia ma hanno conservato la cittadinanza, quelli che hanno adottato la cittadinanza del Paese ospitante, gli italiani di seconda generazione e i loro discendenti. Dai 4 milioni di cui si parlava all’inizio si arriva a circa 60 milioni di persone in tutto il mondo che hanno un legame con il Belpaese. Il 68% in America Latina, il 28 in Nord America, il 3,5 in Europa e il restante 0,5% in Australia. Nonostante siano passati decenni dalla partenza della prima generazione, tutti rimangono molto legati allo Stato di nascita, tanto che leggono più la stampa italiana di quella locale e un emigrato su tre ha tenuto una casa per le vacanze nella penisola. Per completare il Rapporto Migrantes, sono state fatte interviste sul livello di soddisfazione degli italiani che vivono all’estero. Realizzati nel lavoro e nella vita si sono dichiarati i residenti nel Nord America e in Europa; hanno nella gran parte dei casi due figli e superato le iniziali difficoltà legate alla lingua, all’assenza o incertezza di informazioni nella ricerca di un’occupazione. Hanno inoltre ammesso di essere stati malvisti nel periodo immediatamente successivo al loro arrivo. Oggi è il contrario: l’italianità è un fattore di appeal, di fascino, soprattutto per le seconde e terze generazioni. Tra i personaggi più conosciuti all’estero e che lontani dalla Patria hanno avuto onori e glorie, la relazione cita il calciatore Gianfranco Zola, che in Inghilterra ha ricevuto l’onorificenza di Ufficiale dell’ordine dell’Impero Britannico. Nel secolo appena trascorso gli italiani che hanno deciso di tornare nella loro terra d’origine sono stati almeno 10 milioni; fanno parte dell’emigrazione di ritorno, aspetto poco studiato che riguarda soprattutto le persone lavorativamente «non qualificate»: pensionati, operai, impiegati. I cosiddetti cervelli, invece, preferiscono rimanere all’estero.

Sabrina Schiesaro * Unione Sarda

 

INSEDIATA LA CONSULTA REGIONALE DELL’EMIGRAZIONE SARDA

PRESIEDERA’ FRANCO MANCA, NUOVO ASSESSORE AL LAVORO

La Giunta regionale, su proposta dell’assessore del Lavoro, ha deliberato la ricostituzione della Consulta regionale dell’Emigrazione. Su proposta dell’assessore, le associazioni rappresentante nella Consulta sono: Acli, Aitef, Anfe, Filef, A.T.M. Emilio Lussu, Istituto Fernando Santi. I tre sindacati chiamati a far parte dell’organismo consultivo sono Cgil, Cisl e Ugl. I tre esperti in materia di emigrazione saranno inseriti in un secondo momento dopo la nomina da parte del Consiglio regionale. La nuova Consulta è composta da: Franco Manca, assessore del Lavoro (presidente); Vittorio Vargiu (Argentina); Pietro Schirru (Australia); Alberto Caschili (Brasile); Alberto Maria Delogu (Canada); Giancarlo Farris (Perù); Ottavio Soddu (Belgio); Francesco Laconi (Francia); Bruno Fois (Olanda); Raffaele Melis Pilloni (Spagna); Domenico Scala (Svizzera); Alberto Musa e Efisio Manai (Germania); Tonino Mulas e Serafina Mascia (per l’Italia); Giuseppe Dessì (Acli); Fausto Soru (Aitef); Bonaria Spignesi (A.T.M. "E. Lussu"); Giorgio Randaccio (Anfe); Jan Lai (Filef); Pierpaolo Cicalò (F. Santi); Maria Eleonora Di Biase (Cgil); Oriana Putzolu (Cisl); Onofrio Napoli (Ugl); Stefano Verrecchia (Ministero Esteri).

 

BREVE SCHEDA SUL NEO ASSESSORE AL LAVORO

Il dott. Francesco Manca, manager e ricercatore, è il nuovo Assessore del Lavoro, Formazione Professionale, Cooperazione e Sicurezza Sociale. È stato nominato della Giunta regionale, presieduta da Ugo Cappellacci (che aveva assunto ad interim la guida dell’assessorato, dopo le dimissioni di Valeria Serra) il 5 novembre. Nato a Cagliari nel 1951 il neo assessore è sposato e ha due figli. Franco Manca ha conseguito la laurea in Scienze Politiche nell’Università degli studi di Cagliari con il massimo dei voti e un master in Busines Administration. Dal 1976 al 1987 è stato responsabile dell’attività di studi, ricerca e formazione nella CISL regionale. Dal 1988 al 1991 ha svolto l’attività di libero professionista offrendo servizi alle aziende ed alle istituzioni nella gestione del cliente e delle commesse di lavoro. Nel 1991 ha ricoperto il ruolo di Direttore dell’Osservatorio Agroalimentare occupandosi di ricerche e studi nel campo agro-alimentare. Successivamente è stato Direttore Generale dell’Osservatorio Industriale (1991-2003), Direttore Generale dell’Osservatorio economico della Sardegna (2004-2008), Amministratore Unico di "Servizi Ricerca Management Srl" (2008-2009). Manca ha maturato esperienza nell’area della ricerca economica e statistic
a e nella gestione d’impresa. Il neo assessore ha anche gestito numerosi percorsi formativi anche attraverso lo svolgimento di attività didattica nell’Istituto di Scienze economiche e finanziarie della Facoltà di Economia dell’Università di Cagliari, come cultore di politica economica.

I 17 AVIERI SARDI TRUCIDATI DAI NAZISTI A SUTRI NEL 1943

RICORDATI AL "LOGUDORO" DI PAVIA

Nel pomeriggio del 14  novembre, presso la sede sociale, il Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia, presieduto da Gesuino Piga, ha commemorato i 17  avieri sardi assassinati dai nazisti a Sutri ("martiri di Sutri"), in provincia di Viterbo. Il mattino del 17 novembre 1943 da reparti delle SS tedesche furono catturati in territorio di Capranica 18 giovani avieri, sbandati in seguito all’armistizio dell’ 8 settembre. Nel pomeriggio dello stesso giorno, dopo un rapido interrogatorio, furono portati su un autocarro in località Montefosco del vicino comune di Sutri. Fatti scendere, furono invitati a dirigersi verso un fosso. Mentre si incamminavano nella direzione indicata furono mitragliati alle spalle. I tedeschi non mancarono di sparare anche un colpo alla nuca a ciascuno di essi. Uno di loro riuscì comunque, miracolosamente, a salvarsi: Fernando Zuddas di Sardara (Cagliari), sebbene ferito, raggiunse una strada provinciale dove fu raccolto da due cittadini di Sutri; fu lui quindi a raccontare i particolari del massacro. Dei 17 caduti le salme identificate sono quelle di Piero Contini di Oristano, Giuseppe Canu  di Dorgali, Giuseppe Deroma di Osidda, Sebastiano Pinna di Osidda. Di 8 militari si conoscono i nomi ma non sono state identificate le salme: Mè Nino, Mezzettieri Giovanni, Cossiga Salvatorico, Mulas G.  Battista, Pilo Gavino  (tutti e cinque di Ploaghe) e inoltre Barcellona Pietro e Mereu Pasqualino, entrambi di Oristano,  nonché Piras Efisio di Iglesias. Non è conosciuta invece l’identità delle rimanenti 5 salme. La relazione ufficiale redatta dal Comune di Sutri sull’episodio è riportata alle pagine 207-208 del secondo volume dell’opera "L’antifascismo in Sardegna", curata da Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis, pubblicata dalle Edizioni della Torre, con il patrocinio del Consiglio regionale della Sardegna, nel 1986. Nel 1987, facendo ricorso alla memoria di un informatore di Ploaghe (Peppino Montesu), mi misi in contatto con un ploaghese che era riuscito a scampare anche lui allo sterminio operato a Sutri dai nazisti. Antonio Francesco (Cicciu) Masala si era salvato dalla carneficina insieme ad altri quattro avieri suoi commilitoni (Baingio Pirastru, Francesco Pulina e Baingio Masia di Ploaghe nonché Filippo Ezza di Usini) in quanto ripararono non nella chiesa di Santa Maria di Capranica (in cui furono catturati – a seguito della delazione di un fascista locale – i futuri martiri) ma in una casa diroccata da cui peraltro erano fortunatamente usciti per procurarsi un po’ d’acqua. Difficilmente Masala e gli altri si sarebbero però salvati se non fossero stati aiutati da una famiglia del luogo prima a trovare il rifugio e poi a schivare il rastrellamento delle SS. A Pavia ha ricostruito l’intera vicenda qui sopra sintetizzata Laura Calmanti, da poco laureatasi presso l’Università della Tuscia di Viterbo con una tesi (relatore  il prof. Leonardo Rapone) dal titolo "Due centri del viterbese tra storia e memoria. Le stragi di Bieda e Capranica del 1943 nelle fonti documentarie e nelle testimonianze orali". La tesi è articolata in due capitoli principali in cui vengono analizzate le vicende relative alle due stragi. Nel corso del rastrellamento avvenuto a Bieda il 29 ottobre 1943 morirono 14 uomini, in buona parte cittadini del luogo. Tra le vittime si annovera, comunque, anche un giovane sardo originario di Orgosolo (Andrea Salis). Vittime della strage di Sutri furono invece, come si è detto, 17 giovani soldati sardi catturati a Capranica, sbandati a causa del disfacimento dell’esercito italiano seguito all’annuncio pubblico dell’armistizio di Cassibile. Contrariamente ad altri lavori precedenti questo studio è stato concentrato maggiormente sulla memoria della strage nella cittadina di Capranica e  non in quella di Sutri, nel cui territorio vennero effettivamente ritrovati i corpi dei giovani militari trucidati. Tale scelta è stata dettata in primo luogo dal fatto che tutti i soldati rastrellati la mattina del 17 novembre 1943 avevano trovato ospitalità proprio in questo piccolo centro del viterbese. Inoltre buona parte dei documenti archivistici recuperati da Laura Calmanti nel corso della  ricerca vedevano il coinvolgimento di testimoni ed imputati residenti, appunto, in Capranica. Molto interessante è la prospettiva metodologica adottata dalla Calmanti: le fonti costituite  dalla documentazione archivistica e dalle testimonianze orali (ma ce n’è anche una scritta, proveniente da Antonio Loi di Ulassai da più 40 anni emigrato in Francia, che fu anche lui testimone delle vicende in esame e che si è fatto vivo dopo aver letto un articolo sul "Messaggero Sardo") vengono confrontate  e incrociate: in questo modo il capitolo "La storia interpretata a Capranica" si correla all’altro "La storia interpretata dai sardi". La Calmanti  ha fatto ricorso anche a testi giornalistici e saggistici pubblicati in Sardegna: il mio articolo "I pastorelli di Ploaghe morti per la Resistenza" ("Il Messaggero Sardo" del giugno 1987); l’inchiesta di Dino Sanna "Strage nella boscaglia" nell’ "Almanacco di Cagliari" dell’anno 1993; l’articolo di Paolo Murtas "L’orrenda carneficina" su "Sardegna Fieristica" (numero datato aprile- maggio 1994); il libro del compianto  Gaetano Gugliotta "Arrestati a Capranica. Trucidati a Sutri" (2005; copie ancora presso la vedova: Via Firenze 61, 09045 Quartu Sant’Elena); l’articolo di Gianni Filippini "Quei 17 sardi trucidati a Sutri" ("L’Unione Sarda", 9 maggio 2005). Nell’ultima parte della manifestazione di Pavia è stato proiettato ai numerosi presenti il documentario di Dino Sanna "I martiri di Sutri" curato per RAI Sardegna nel 1993 con le testimonianze di molti cittadini di Capranica e quella, basilare, di Rinaldo Zuddas. E’ auspicabile che i paesi  (Ploaghe, Oristano, Osidda, Dorgali, Iglesias) di cui erano originari questi pastori, contadini, operai avvertano il dovere storico e morale di ricordarne il sacrificio. Lo stesso discorso vale per Orgosolo, paese natale di Andrea Salis, ucciso a Bieda.  Ammirevole è stato sempre in questi decenni l’impegno dell’Aeronautica militare (grandioso monumento a Sutri; lapide presso l’aeroporto di Elmas; non a caso la locale scuola media ha prodotto una bella ricerca sull’argomento: si veda http://www.scuolaelmas.it/pace/speranze_di_pace.htm ). La città di Sutri celebra da decenni  il IV Novembre – Festa dell’Unità Nazionale – con una giornata dedicata alla memoria dei caduti nell’orribile eccidio che le SS perpetrarono&nb
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tra le campagne di Sutri e Bassano Romano. Ha scritto al Circolo "Logudoro" di Pavia il sindaco di Sutri  Guido Cianti: "Sono sempre i vivi i sentimenti di stretto affetto che legano la popolazione della nostra Città ai giovani sardi che da quel 17 novembre 1943 sono diventati ufficialmente figli di Sutri: i 17 avieri sardi barbaramente uccisi dalle SS tedesche hanno sempre avuto un posto privilegiato nel cuore della gente di queste zone profondamente legata ai valori della vita".

Paolo Pulina

AL CIRCOLO SARDO DI MILANO, NICOLINA CARTA E PJ GAMBIOLI

CARCERE DI MAIMONE

Non fosse che i quotidiani di questo periodo hanno in prima pagina questioni che si riferiscono al nostro sistema carcerario, dal numero oramai esorbitante  degli ospiti che vi si soffocano , al problema dei suicidi che drammaticamente vi si verificano, ai "massacri" che le guardie carcerarie usano a mò di  ordine pubblico, verrebbe da dire che Nicolina Carta e Pj Gambioli hanno scelto uno strano soggetto quale contenuto del loro lavoro artistico. Tutte due nuoresi, la prima ha scritto un libro che si intitola :"Oltre la sbarra", la seconda ha girato un documentario, e quindi volto in CD e venduto insieme al libro, sul carcere sardo di Maimone . Mai sentito nominare, direte voi, e lo credo bene se neanche la regista che vi dicevo ne ha mai saputo nulla, anche se detto carcere si trova a pochi chilometri di distanza da Nuoro. Da casa sua. Chi lo conosceva da una vita era  la Carta, che si può ben dire ci sia se non proprio nata almeno cresciuta fino all’età delle scuole superiori. Le elementari(le medie a Bitti con pulmino) le ha fatte nella scuola del carcere, un’unica classe in cui i bimbi di ogni età (figli degli agenti di custodia) imparavano mischiandosi in un orgia didattica sicuramente stimolante. Anche per il maestro che doveva portare avanti il processo di apprendimento di cotante diversità, all’unisono. Carcere speciale dunque, e il  documentario ne offre ogni peculiarità. In primis i detenuti lavorano, lavoravano è meglio dire, per la maggior parte del tempo fuori dalle celle. Coltivando orti, badando alle bestie, ricavando formaggi e vino. Piantando olivi e alberi da frutto. Insomma facendo i contadini e i pastori. Seppur sorvegliati da guardie armate, che il più delle volte imbracciavano un piccone e davano una mano a sbancare terra o pulire il cimitero dai rovi. Il babbo di Nicolina era guardia carceraria, di quelle che consideravano il proprio lavoro una missione. Tenete conto che il carcere è stato inaugurato intorno agli anni trenta del novecento ed è arrivato ad avere più di mille detenuti. Oggi sono quattrocento. E già qui viene da fare un appunto agli attuali reggitori delle cose che attengono alla giustizia nell’ Italia nostra: visto che col recente varo di una scellerata legge che considera i non aventi  permesso di soggiorno tutti potenziali futuri carcerati, stante il numero degli extracomunitari che comunque entrano nel nostro paese causa fame, guerra, massacri e quant’altro di turpe si inventa l’umana stirpe quando perseguita i suoi simili, dove si troverà il posto nell’attuale sistema carcerario nazionale per queste "new entry"? Ora che già le carceri stanno scoppiando egli attuali  65.000 detenuti occupano spazi che dovrebbero contenerne 45.000. Ho sentito il ministro Alfano bofonchiare di un prossimo "piano carceri". Bubbole, verrebbe da dire che ci vorrebbero i soldi di tre finanziarie, messi tutti  in quel capitolo. Senza contare che la vera priorità della giustizia in questo paese è notoriamente scandita dai processi che inseguono il presidente del Consiglio. Altro che carceri! E allora perché lasciare Maimone nello stato che è, perché non riportarlo ai fasti dei suoi inizi, visto che trattasi di una prigione "aperta", dove finalmente il dettato costituzionale che impone una pena tesa al recupero del "cittadino che ha sbagliato"viene, una volta tanto, pienamente rispettato. Mi pare non ci sia bisogno di sottolineare quanta differenza faccia per un qualsiasi detenuto passare l’eterne ore della sua detenzione in una cella di pochi metri quadrati, assieme ad altri dieci suoi consimili, letti a castello, bugliolo e doccia, fornello per il caffè, e la possibilità di uscire all’aperto, ogni giorno, tornando in cella solo per dormire. Non occorre aver letto Goffmann (imperdibile il suo:"Asylums che dice delle istituzioni totali e parla dei meccanismi dell’esclusione e della violenza) o Michel Foucault che col suo "Sorvegliare e punire. Nascita della prigione"ha svelato i meccanismi che sottintendono a una scelta così radicale di punizione quale è la perdita della libertà, per comprendere  quali vantaggi abbia la società tutta nel ritrovare, una volta scontata la pena, un cittadino che torna a inserirsi in essa senza risentimenti. Che non è, parole testuali di Pj Gambioli: "incazzato nero!" Insomma il carcere non dovrebbe mai essere l’università della delinquenza per chi ha la sfortuna di capitarci, e alla faccia di tutti i forcaioli che non sanno citare altro luogo comune che "i delinquenti hanno anche il televisore", io penso invece come Voltere che la civiltà di una nazione si misura, anche, dalla qualità del suo sistema carcerario. Non sarà un caso che il ministro leghista Castelli , ai tempi del suo dicastero di grazia e giustizia, se ne veniva al carcere di Is Arenas, sulla spiaggia di Scivu per intenderci, per passare le sue vacanze estive. E non gli è mai passato per la testa di andare a S. Vittore invece. Queste due nuoresi, oggi al centro culturale sardo di Milano, sono una coppia di razza: una ha lasciato il suo cuore nei luoghi dell’infanzia, si ricorda le nevicate del ’56 quando la neve arrivava alle finestre e i detenuti spalavano per liberarle, gli stessi detenuti che tenevano d’occhio i figli più piccoli delle guardie carcerarie, e con una certa severità anche, visto" tutti i delinquenti che ci sono in giro!". E la natura risvegliata dalle mani operose dei detenuti si riflette nell’ambientazione del libro, che pure racconta una storia romanzata, in cui il carcere è Maimone come poteva presentarsi nel 1935. Pj Gambioli si è innamorata della storia e  ne ha fatto un cortometraggio, con le infinite difficoltà che incontra chi tenta di superare il sospetto che l’amministrazione carceraria nutre per i giornalisti in generale. Tutte "anime belle" che non si rendono conto quanto sia difficile reggere una situazione di perenne emergenza, che deriva da una sottovalutazione , questa sì criminale, delle difficoltà di controllare una popolazione carceraria in costante crescita con un organico sempre più ridotto. E malissimo pagato. La Gambioli è fervida collaboratrice dell’associazione culturale Janas che, copio dal suo sito: "nasce con una precisa finalità: sostenere e realizzare progetti ed eventi culturali di cinema, teatro, musica e danza, che abbiano come filo conduttore i giovani, la cultura , la lingua e
le tradizioni sarde".  Non a caso i suoi "corti" si ispirano alle arti e ai mestieri di Sardegna, da quello del pastore a quello della massaia,da quello dell’orafo a quello della tessitrice. L’anno scorso col suo "Underwater" si è aggiudicata il "Fedic d’oro 2008",indetto dalla Federazione cineclub italiani, sbaragliando la concorrenza di oltre cento autori . Del resto Nicolina Carta, che è al suo terzo libro, viene da esperienze pittoriche di successo, ha da vent’anni una boutique in largo Corridoni a Nuoro dall’improbabile nome di  "Appunti di Viaggio". Insomma queste due janas sanno fare cento mestieri diversi e hanno certo trovato la pietra filosofale che fa apparire facile ottenere il successo delle loro iniziative. Una tenacia feroce nel perseguire lo scopo. Senza chinare il capo davanti ad "autorità" di sorta, burocratiche o politiche che siano. Ora fanno il tifo a che Maimone si risollevi dal degrado in cui è precipitato e possa tornare quel carcere modello che era sessanta anni fa, quando ancora era ai primi posti delle colonie agricole italiane. Portano il loro libro e il loro CD in giro per l’Italia e la Sardegna. Due Antigoni moderne capaci, come l’eroina di Sofocle, di ascoltare più la voce del loro cuore che le leggi "sacre" della società.

Sergio Portas

LASCIA DOPO TREDICI ANNI IL PRESIDENTE STORICO PIER AUSONIO BIANCO

ENZO CUGUSI, ALLA GUIDA DEL "KINTHALES" DI TORINO

Prima consigliere comunale ora, Enzo Cugusi, nato a Gavoi residente a Torino, è stato eletto presidente dell’associazione dei sardi, nella capitale del Piemonte, dove è funzionario di prefettura. L’associazione è la "Kinthales" che è anche il più vecchio dei circoli sardi d’Italia. L’elezione, a grandissima maggioranza, è avvenuta l’8 novembre scorso. Ed è stato subito festa grande per tutti, anche per il predecessore, Pier Ausonio Bianco di Sassari, che ha diretto il sodalizio per 13 anni. Cugusi era il presidente "ombra" del circolo, che vanta quasi quarant’anni di attività, indirizzata alla salvaguardia dei diritti degli emigrati sardi a Torino, alla tutela della loro identità culturale e alla diffusione della cultura sarda nella città industriale. «Obiettivi raggiunti – afferma ora il neo-presidente – se pensiamo alla capacità dimostrata dai sardi-subalpini di cogliere al meglio l’opportunità che si presentava arrivando a Torino: essere accolti, entrare a far parte della cittadinanza attiva, rivendicando diritti e contribuendo alla emancipazione propria e degli associati. I risultati – dice Cugusi – sono sotto gli occhi di tutti: quella sarda, che è la più piccola ma organizzata comunità regionale ha sempre avuto, a Torino, un proprio rappresentante in consiglio comunale». Lo stesso presidente uscente ha posto la necessità del ricambio al vertice di quello che era il mitico "Circolo Emigrati sardi Antonio Gramsci". Pier Ausonio Bianco è attualmente impegnato nell’istituzione del Museo dell’Immigrazione di Asuni. Il riconoscimento a Cugusi è venuto anche perché Enzo Cugusi è da anni consigliere comunale sardo-piemontese considerato il "sindaco dei sardi a Torino". Il circolo conta più di 400 famiglie e svolge attività di servizio ai soci e non solo. Presso la sede di via Musinè, nel caratteristico quartiere "Campidoglio", funziona il bar, il ristorante, la biblioteca, la biglietteria aerea e marittima. Nel circolo, ai soli soci, si vendono anche vini, dolci e formaggi provenienti dall’isola. Vengono svolte anche attività culturali nei teatri e presentati libri. Enzo Cugusi è da sempre un punto di riferimento anche per gli scrittori sardi che partecipano alla "Fiera del Libro".

 

LE GIORNATE SARDE SETTIMA EDIZIONE AD OSTIA CON IL CIRCOLO "QUATTRO MORI"

SULLE ORME DI SAN GIORGIO VESCOVO DI SUELLI

Per quanto tutti abbiano letto o sentito palare o ascoltato sulle giornate sarde non si possono trasmettere le sensazioni provate totalmente,si devono viverle direttamente, assaporare in tutti i sensi tutto ciò che loro  trasmettono. Constatare la fragranza della Sardegna,con  la sua musica offerta con grazia da Maria Luisa Congiu,che con i sui canti armoniosi ha avvolto in un abbraccio musicale tutti i presenti è stato emozionante. Abbiamo rivissutole tradizioni storico culturale,con la conferenza su " San Giorgio Vescovo di Suelli" dove il Dott.Antonio Cordeddu ha ripercorso la vita e la storia nei paesi dove ha dimorato il Vescovo. L’esibizione dei gruppi folk "Le tradizioni Popolari" di Suelli e della "Associazione Abbasantese"  di Abbasanta hanno deliziato con i loro balli e canti e con la sfilata per le vie di Ostia non solo i visitatori della festa, ma  tutti i Lidensi .Con i Tenores di Torpè ,abbiamo accolto con allegria tutti coloro che hanno frequentato la festa nei suoi tre giorni. Per tutta l’intera manifestazione si è potuto gustare una cucina di antiche tradizioni,cercando poi di catturare la cutiosità dei presenti con il "Museo del grano"di Ortacesus diretto da Claudia Melis e con la "Mostra del pane"di Settimo San Pietro diretto da  Fadda Anna Rita e con l’Associazione  "Santu Engiu Tzaffaranu" di San Gavino Monrreale rappresenta da Fausto Gaboni. Abbiamo ripercorso le storie dei nostri avi attirando l’attenzione di tutti ma soprattutto degli alunni delle scuole,i quali si sono dilettati nell’impastare il pane,sotto l’attenda direzione di Claudia Melis e Graziella Pisu. Abbiamo cercato di mostrare e accogliere tutti con cortesia mostrando la bellezza di un isola la Sardegna,tanto lontana,quanto vicina con i suoi splendori che non hanno mai fine. Non importa quanto grande sia la determinazione a la sciare da parte qualche pregiudizio,perché Le Giornate sarde comunque sono riuscite a meravigliare con la loro vastità e pluralità,tutti colori che le hanno visitate. Per cui nulla è mai esattamente come si aspetta ma soltanto l’inaspettato vi accompagnerà fino alla prossima edizione. Canale 10 Tv locale di Ostia ha dato riprova della grandezza delle Giornate Sarde.

Piero Nera

 

RICONOSCIMENTO PER JUAN MERELLO COGA, ORIGINARIO DI TREANURAGHES

IL " PREMIO PODESTA’" A BUENOS AIRES

Il Circolo Radici Sarde Buenos Aires Nord é orgoglioso di annunciare che il ns. caro Direttore del Gruppo di Teatro, Juan Merello Coga ha ricevuto un importantissimo premio alla sua carriera: il Premio Podestá. Si tratta della massima condecorazione che ricevono gli attori e le figure della scena culturale argentina, ed é stato istituito nel 1991 dall’Associazione Argentina di Attori e dell’Onorevole Senato della Nazione Argentina. Siamo stati presenti nella cerimonia realizzata il 23/11/09 insieme alla famiglia Merello Coga. Juan é nipote di sardo per via materna, essendo suo nonno nato a Tresnuraghes. Nel momento di ricevere il Premio da mani di sua figlia Marina Merello (che ha seguito i suoi passi nell’ambito del teatro) é stata realizzata una rassegna del suo proficuo lavoro: autore, attore e regista di innumerevoli rappresentazioni e commedie teatrali, fra le quali "Lucecita de las islas", premiata in diversi scenari teatrali. Da sottolineare in questi ultimi anni la sua attivitá presso la "Agrupación Artística San Fernando" insieme alla sua cara amica Ada Parra, con chi ha fondato ed é Direttore del Teatro "Martín Fierro" di Victoria, riconosciuto palcoscenico del teatro indipendente del Comune di San Fernando. Come Direttore di Teatro del ns. Circolo dal 2006, é stato regista in n. 4 rappresentazioni teatrali vincolate a storie e leggende della Sardegna e dell’emigrazione italiana e sarda in Argentina: "Bellubeldomine e Donna Dubbana Manna" (2006), "Che bella notizia" (2007), "Gris de Ausencia" (2008), "Un momento magico" (2009). La consegna di questa condecorazione é stata realizzata a diversi attori e attrici argentini riconosciuti a livello internazionale, fra cui Mirtha Busnelli, Gogó Andreu, Diana Ingro, Federico Luppi e Jorge Luz. E fra tutte queste Personalitá, il ns. caro amico Juan ha avuto parole di ringraziamento per ognuno degli amici, dei parenti, dei compagni di lavoro e degli allievi di ogni compagnia. Questo riconoscimento rappresenta la chiusura di un anno glorioso per lui, per il Gruppo  Artistico San Fernando e per il ns. Circolo Radici Sarde. Una grande emozione per tutti, giacché ci invita a continuare con la diffusione della cultura italiana durante il 2010 in tutta la ns. Regione Nord della provincia di Buenos Aires.

Pablo Fernandez Pira

 

A BARCELLONA, LA MOSTRA FOTOGRAFICA SULLA SARDEGNA

LE IMMAGINI DI JOAN MAYORAL

Il giorno 2 dicembre alle ore 20.00, presso el Centre Cívic Sagrada Famiglia varrà inaugurata l’esposizione fotografica dedicata alla Sardegna dal  titolo "Sardenya molt per descubrir" a cura di Juan Mayoral. Durante l’inaugurazione l’Associazione dei sardi a Barcellona offrirà  una degustazione di prodotti tipici della Sardegna. Sarà possibile visitare la mostra sino al 28 dicembre 2009. L’ingresso è libero. Riportiamo di seguito la traduzione del testo con la quale il  fotografo presenta l’esposizione. Nel 1980 Joan Mayoral si recò in Sardegna per la prima volta e ne restò profondamente affascinato. Da quel giorno non ha mai smesso di fotografarla. In questa esposizione verrà presentata una collezione dei suoi  migliori scatti. Sarà possibile conoscere Alghero (l’Alguer), splendida città  costiera situata nel nord-ovest della Sardegna, roccaforte della Corona di  Aragona nel XIV secolo e scrigno della cultura catalana; contemplare i  murales di Orgosolo, spettacolari opere integrate nell’architettura della città raffiguranti i sentimenti ed i pensieri dei cittadini; scoprire i nuraghi, monumenti preistorici a forma di torre che possono ancora essere  ammirati in tutta l’isola. Verranno inoltre esposte le fotografie scattate ai  mamuthones durante la manifestazione tenutasi a Barcellona nel 2003.

Raffaele Melis Pilloni

STRAORDINARIA ESIBIZIONE A VIGEVANO PER LA COMPAGNIA "ANFITEATRO SUD"

ELOGI DAI SOCI DEL CIRCOLO "S’EMIGRADU"

In qualità di Presidente del circolo "S’Emigradu" di Vigevano, vorrei ringraziare pubblicamente Carla Orrù e Rita Atzeri,di "Anfiteatro Sud" la compagnia teatrale ogliastrina, che si sono esibite sabato 21 novembre, a Vigevano, nello spettacolo teatrale "S’accabbadora" ottenendo uno straordinario successo. "S’accabbadora", di Susanna Mameli. S’accabbadora era secondo la tradizione sarda "colei che dava la buona morte"; una figura a metà tra storia e mitologia che veniva chiamata dai familiari delle persone sofferenti per dare sollievo e concedere il "sonno eterno".  Nella casa di s’accabbadora, la sua serva sistema e rassetta la stanza e intanto racconta i fatti della padrona. Dalle sue parole nasce il ritratto dell’inquietante Antonia: levatrice, donna delle medicine, figura crepuscolare solitaria, sfuggente e schiva. Si sa che da fanciulla fu abbandonata sull’altare sotto lo sguardo dei fedeli, si dice di come i fiori le si appassirono in volto; si racconta di come nessuno osò fermarla e della mano pietosa che fece cigolare la porta della chiesa, consegnandola alla luce divorante del mezzogiorno. Insomma il cielo bisogna guadagnarselo e Antonia si fa serva e missionaria degli uomini in terra, affaticandosi a fare quello che nessuno vuole o ha il coraggio e la forza di fare: aiutare a nascere e morire.  La serva e la padrona si cavano i peccati dall’anima con crudele affetto, fino a che la serva chiede quella pietà che Antonia ha sempre reso altrove. Ma per s’accabbadora questa volta è diverso.

Gavino Dobbo 

< strong>CONVEGNO SU FRANCESCA SANNA SULIS ORGANIZZATO DAI CIRCOLI DI COMO E PAVIA

UN FILO DI SETA TRA LARIO E SARDEGNA

Si è appreso, da una biografia scritta dal noto giornalista dott. Lucio  Spiga di Cagliari, dell’esistenza  di un illustre personaggio finora noto solo in un ristretto ambito: trattasi della Nobildonna Francesca Sanna Sulis, 1716-1810, nativa di Muravera, nel Sarrabus, e deceduta in Quartucciu, già frazione di Cagliari, dopo aver a lungo soggiornato in detta Città, a seguito del matrimonio col N.H. Don Pietro Sanna Lecca, giureconsulto del Vicerè sabaudo del Regno di Sardegna. La fama della predetta è legata all’importazione in Sardegna della coltura del gelso, con connessi allevamenti di bachi, e la produzione di una seta talmente apprezzata dai contemporanei da consentirle un costante e fruttuoso rapporto di scambi commerciali con mercati del Piemomte e della Lombardia, in specie con i mercanti comaschi che si avviavano ad essere i più importanti manifatturieri serici europei. A tal proposito fu determinante il sostegno esercitato dall’assai noto Conte Giorgio Giulini. I meriti della nominata risultano ancora più rimarchevoli se si considera che  Ella non si limitò ad essere una lungimirante, intraprendente, coraggiosa e abile imprenditrice, ma si impegnò costantemente nella diffusione dell’istruzione e nella formazione di giovani maestranze, in particolar modo femminili, il che, riferito a quell’epoca, fa della stessa una benemerita per la affermazione della cultura in un ambiente, come quello isolano, in cui l’analfabetismo era un fatto in genere endemico, per divenire quasi totale per quanto concerneva  le donne. A queste attività va aggiunta anche quella di creatrice di moda, attestato in particolare dall’invenzione de "su cambusciu" (cuffia portata dalle giovani di buona famiglia) oltre al fatto chi i suoi tessuti vestivano regine e dame della nobiltà del tempo. I Circoli Culturali Sardi Logudoro di Pavia e Sardegna di Como perseguono, coerentemente con le loro finalità, l’impegno di avvicinare le comunità locali  alla Sardegna, rivelando e diffondendo di questa gli aspetti più significativi ed interessanti; per l’occasione abbiamo fatto conoscere la figura e l’opera della predetta Francesca Sanna Sulis, per troppo tempo ignorate dalla storiografia ufficiale e che invece appare doveroso far risorgere per additarla all’esempio ed alla ammirazione dei posteri, in quanto è da comprendere tra i protagonisti che tentarono in quei tempi bui di risollevare la Sardegna dal suo letargo. A tal fine i due Circoli, col patrocinio del Comune di Como, della Regione Sardegna, della FASI, ed in particolare del Coordinamento Donne della FASI, hanno indetto per il una cerimonia celebrativa nella Biblioteca civica di Como. Presenti, insieme con le Autorità, gli esponenti sopraddetti nonché quelli del Museo della seta di Como e le organizzazioni imprenditoriali interessate alla produzione e alla storia della seta. La parte centrale della manifestazione è consistita nella presentazione della biografia della su lodata Sanna Sulis; a tal fine l’esposizione del Dott. Lucio Spiga, noto giornalista cagliaritano, che ha scritto il libro sulla medesima; ha inquadrato l’esposizione il Dott. Alberto Longatti, anch’egli noto giornalista comasco, il quale ha integrato il libro dello Spiga con un articolo dal significativo ed interessantissimo titolo: "Un filo di seta tra Lario e Sardegna", che costituisce il filo conduttore anche delle manifestazioni ufficiali. E’ altresì previsto che a marzo 2010, in Pavia, in occasione della Festa della Donna, sarà dato vita ad convegno di studi nel bicentenario della scomparsa della nostra insigne conterranea.

Gesuino Piga

 

LA STUDIOSA SILVIA FINZI PERCORRE DUE SECOLI DI EMIGRAZIONE, ANCHE DALLA SARDEGNA

ITALIANI DI TUNISI, RADICI LONTANE

La famiglia Finzi da Livorno arrivò a Tunisi nel 1821 dopo il fallimento dei primi moti carbonari. Il giovane Israele aprì la prima tipografia nel quartiere della Medina, su un lato del Palazzo Gnecco che poi accolse una sezione della mazziniana Giovine Italia e nel 1838 ospitò Giuseppe Garibaldi. Con l’avvento del protettorato francese la tipografia si spostò nella città nuova, in Rue de Russie, dove tutt’oggi hanno sede le Edizioni Finzi. In quell’edificio dal 1956, data dell’indipendenza della Tunisia, si stampa il "Corriere di Tunisi", ultima voce della comunità italiana nel paese nordafricano. «Il giornale fu fondato da mio nonno Giuseppe e sin dall’inizio prese posizione contro il colonialismo, sostenendo l’indipendenza dei popoli e delle nazioni, prima fra tutte la Tunisia», così dice Silvia Finzi, 55 anni, due figli, docente di Lettere presso il dipartimento d’italiano dell’università di Tunisi. Studi in Francia e in Italia, poi il ritorno in Africa per lavorare nella redazione del Corriere. Docente all’università ha avviato iniziative culturali che ruotano attorno ai grandi temi dell’immigrazione italiana in Tunisia. Non ultimo il progetto della "Memoria", giunto al sesto volume con un gruppo di ricercatori dei due paesi. Ha partecipato  a Cagliari al convegno "Il Mediterraneo che unisce: Sardegna e Tunisia tra passato e presente", organizzato dall’associazione culturale "Giorgio Asproni" nella sala consiliare del Palazzo Regio. Con lei Santi Fedele (università di Messina), Giuseppe Continiello, Claudio Ortu e Gianfranco Tore dell’università di Cagliari, ha presieduto Idimo Corte, presidente dell’Asproni, ha coordinato lo storico Stefano Pira. «L’intento dell’incontro è di ripercorrere le tappe dell’immigrazione italiana in Nord Africa che dall’Ottocento in poi diede vita – sottolinea Idimo Corte – a una serie di forme associative quali le società di mutuo soccorso, circoli culturali e sportivi, determinanti nei processi di formazione delle élites. Questi gruppi poterono diffondere progetti politici diversi e strategie culturali di consenso o di opposizione al potere. Si può ben dire che la comunità italiana, che aveva profonde radici nel nostro Risorgimento, si integrò con le vicende politiche del particolare contesto tunisino». Agli inizi del Novecento gli italiani erano tra 100 e 150 mila. Forte era anche la presenza dei sardi che sin dall’Ottocento sbarcarono numerosi. Nel sud del paese si sviluppò una colonia di minatori specializzati del Sulcis e sardi furono scrittori come Aurelio Demontis (che scriveva romanzi in francese) e intellettuali antifascisti. Gli italiani cominciarono a calare vertiginosamente dal 1943 quando i francesi espropriarono le terre, chiusero scuole, ospedali e associazioni (come la Dante Alighieri). Il colpo decisivo fu dato da una legge per cui tutti gli italiani nati in Tunisia
assumevano la nazionalità francese. Così Silvia Finzi, che all’epoca dell’indipendenza aveva appena due anni, si ritrova con tre passaporti e triplice identità linguistica: in famiglia parla italiano, fuori arabo e francese. «La nostra comunità ha appoggiato l’indipendenza, poi però ha pagato pesantemente il processo di nazionalizzazione», spiega la studiosa. Una legge del 1959 impedì ai giovani italiani di lavorare per lasciare posto ai tunisini. Questo fatto comportò l’esodo in massa non solo dei giovani, ma anche degli anziani: «In Italia – dice -rientrarono migliaia di profughi. Oggi della vecchia comunità siamo rimasti appena in tremila». I Finzi sono stati testimoni di due secoli. Da sei generazioni stampatori ed editori. Il Corriere di Tunisi, che riprende nella testata un giornale pubblicato dal 1859, oggi è l’unico di lingua italiana: esce con cadenza bimensile e una tiratura di cinquemila copie. Il padre di Silvia, Elia, 82 anni, lo dirige insieme a tutta la famiglia. «Agli esordi – racconta la docente – era settimanale e diffondeva 25 mila copie, poi la riduzione della popolazione italiana ha portato al ridimensionamento del nostro giornale che, però, continua ad essere un importante punto di riferimento, anche grazie al sito web». Ricorda che il momento più difficile fu tra il 1964 e il 1970 quando il governo tunisino decise di nazionalizzare tutte le terre degli stranieri, provocando un rimpatrio in massa degli italiani. Furono anni di crisi perché la comunità era ben radicata nella società e nel territorio: «Basta pensare – rileva – che il nostro lavoro di ricerca ci ha portato a contare 119 testate italiane pubblicate in due secoli». L’analisi della stampa riflette il clima politico dei diversi periodi storici: prima dell’avvento del protettorato francese (1868-1881) e negli anni Quaranta-Cinquanta si schierò in difesa degli interessi italiani, tanto che Parigi vietò le pubblicazioni riprese solo dal 1956 dopo la conquista dell’indipendenza. Durante il Ventennio in Tunisia i giornali si divisero tra fascisti e antifascisti. Tra le voci più coraggiose "Il Giornale" diretto dal sardo Velio Spano e Giorgio Amendola, dirigenti in esilio del partito comunista. «Il nostro Corriere – conclude Silvia Finzi – prosegue nel solco della tradizione raccontando i cambiamenti in atto e un processo di avvicinamento all’Europa mediterranea con scambi economici, culturali e il turismo».

Carlo Figari

DUE CHIACCHIERE CON DON GIUSEPPE PANI, AUTORE DI "VIOLENZA E SACRO"

HO SCRITTO UN SAGGIO PER DARMI DELLE RISPOSTE

"Che cos’è l’invidia, se non il guardare all’altro dispiacendosi per quello che  possiede – e noi no – e sperando che gli capiti qualcosa di brutto? E’, appunto, uno sguardo cattivo, che non si limita a desiderare ciò che non si ha ma che rovescia, sull’altro, tutto il rancore che genera il non sentirsi alla pari con lui".

Certo che la copertina non manca d’impatto – le mani di un uomo che imbracciano un fucile, ma attorno alla destra si arrotola un rosario – sotto all’emblematico titolo, in rosso: Violenza e Sacro. La bella foto in bianco e nero, realizzata da Enrico Curreli e scelta per la copertina dalla photo editor Alessandra Chergia, sembra quasi voler fungere da avvertimento: Attenzione! Da qui in avanti, terreno minato. Non si tratta dell’ultima fatica letteraria di Dan Brown, e, invero, neppure di un romanzo – uno dei tanti thriller di fosca ambientazione ecclesiastico/clerical/monastica e chi più ne ha, più ne metta – bensì di un saggio. Al di sotto della foto, il sottotitolo giunge all’occhio per chiarire e, in un certo senso, per rassicurare: Un’analisi antropolgico-religiosa del contesto barbaricino. Il libro è edito dalla PTM di Mogoro.  Incontro il suo autore in un luogo che ben conosco – la redazione del L’Arborense – perché a vergare di proprio pugno questo libro che tengo in mano è proprio il mio Direttore, Don Giuseppe Pani, parroco di Villanova Truschedu e barbaricino doc, essendo originario di Tonara.

Come ti è venuto in mente di scrivere un saggio sulla "violenza e sacro" in Barbagia? Mi interessava proporre un’analisi del fenomeno della violenza – dal banditismo in avanti, superando anche il Codice di Pigliaru e arrivando ai giorni nostri – in modo non puramente descrittivo ma cercando di andare a fondo, alle radici psicologiche e antropologiche del fenomeno. L’idea, però, era di farlo utilizzando degli strumenti argomentativi che andassero "oltre" la Barbagia e la Sardegna stesse.

Così, incontri Renè Girard… (filosofo e antropologo francese che ha proposto una tesi, piuttosto dibattuta e sulla quale si basa Don Pani per il suo lavoro, che vede, da parte di ogni cultura umana, l’utilizzo del sacrificio come strumento di superamento della violenza di origine mimetica (imitativa) tra rivali convogliandola su un unico capro espiatorio. N.d.R) Incontro Girard, qualche anno fa, e mi appassiono alla sua opera e al suo pensiero perché mi giunge in un momento della vita in cui avevo necessità di risposte. Da un bisogno molto privato e personale, sono poi approdato all’idea di questo saggio, quindi ad un discorso più "in grande" circa il tema della violenza.

Era un argomento che, quindi, ti ha sempre attratto? Decisamente sì. E’ curioso perché io, da piccolino, ero davvero affascinato dalla figura del "bandito", anzi, volevo proprio  fare il bandito! Scappai di casa più volte, in cerca di avventure, tant’è vero che i miei genitori mi lasciarono quasi un giorno intero fuori di casa (nel pianerottolo, ma bastò) per farmi "rinsavire". E poi sono diventato prete! Violenza e sacro, appunto. Ci tengo a chiarire che la Barbagia è ben altro. In questo saggio scelgo di analizzare la parte cattiva tralasciando tutto il buono, che invece c’è ed è straordinario in termini di creatività e di qualità umane.

L’origine di tutto – della violenza antica e moderna in territorio barbaricino – è l’invidia. Ne parli ampiamente facendo riferimento, per esempio, al malocchio (s’ogu malu)… Che cos’è l’invidia, se non il guardare all’altro dispiacendosi per quello
che  possiede – e noi no – e sperando che gli capiti qualcosa di brutto? E’, appunto, uno sguardo cattivo, che non si limita a desiderare ciò che non si ha ma che rovescia, sull’altro, tutto il rancore che genera il non sentirsi alla pari con lui. E cos’è il malocchio, se non una sorta di giustizia soprannaturale? Tu hai una cosa che io vorrei e che non meriti, tuttavia, siccome non mi hai fatto nulla, non posso, a mia volta, farti del male. Mi limito a sperare che ti capiti qualche disgrazia, e magari agevolo il destino con una bella fattura, così l’equilibrio verrà ristabilito. E semus pari.  L’invidia blocca le persone di una comunità, le spinge a non mettere pienamente a frutto i propri talenti.

L’invidia, però, non è solo un problema della Barbagia… E’ un problema globale e ancestrale, ma nei territori isolati attecchisce meglio. Girard fa l’esempio della Bibbia, che, da testo ispirato, probabilmente era già stato in grado di evidenziare delle caratteristiche presenti dalle origini nelle prime comunità umane. Pensiamo alla Genesi: da Adamo ed Eva a Caino che uccide il proprio fratello Abele perchè invidioso del suo rapporto privilegiato con Dio. Pensiamo ai comandamenti (non desiderare=non guardare con occhio invidioso). In tutta la Bibbia l’invidia tra gli uomini  sfocia in un omicidio o un tentato omicidio. Significa che è la miccia che fa esplodere la violenza dell’uomo contro l’uomo. La violenza in Barbagia è questo. Ma è la stessa che puoi trovare ovunque.

La terza parte del tuo saggio è una pastorale che propone un superamento di questo meccanismo malato. E’ una pastorale molto concreta, che si rivolge non solo alla chiesa, ma all’intera comunità. Il sardo tende alla passività, è incline al fatalismo e all’inerzia, invece bisogna puntare sull’aggregazione, sul sentimento di solidarietà, far incontrare ed interagire le persone, aiutarle ad essere positive e costruttive.

Hai dedicato questo libro "alle tue vittime e ai tuoi carnefici". Che significa? E’ un messaggio evangelico. Dedico il saggio alle mie vittime, affinché mi perdonino, ai miei carnefici, per dir loro che li ho perdonati.

Paola Perria (ci riferisce Giuseppe Pani)

 

LA REGIONE CHIEDE AL GOVERNO LO STATO DI CRISI DELL’AGRICOLTURA IN SARDEGNA

INTERVENTI PER COLMARE LE GRAVI LACUNE

Stato di crisi dell’agricoltura e urgenti misure economico-finanziarie per rilanciare il comparto agricolo della Sardegna. È la richiesta al Governo avanzata dalla Giunta regionale e approvata con una specifica delibera proposta dell’assessore dell’Agricoltura Andrea Prato. La Regione chiede a Roma interventi per colmare i gap infrastrutturali, finanziari, fiscali e previdenziali per venire incontro alle esigenze delle imprese agro-zootecniche dell’Isola. "Uno dei nostri settori produttivi ed economici più importanti – spiega il presidente della Regione Ugo Cappellacci – attraversa ormai da diversi anni una crisi congiunturale e difficoltà che per essere affrontate e risolte hanno necessità di un intervento forte e concreto ai massimi livelli. Sono sicuro che il Governo saprà ascoltare le nostre richieste ma soprattutto il grido di dolore delle aziende agricole dell’Isola e stilare assieme a noi un piano di rilancio dell’intero comparto". "La crisi che attraversa l’agricoltura non solo sarda, ma mondiale – dichiara l’assessore Prato – è forse la peggiore dal Dopoguerra a oggi e per questo è all’attenzione delle maggiori potenze del pianeta, anche perché da problema economico può diventare un’emergenza sociale. Oggi è importante gestirla al meglio perché dobbiamo avere la consapevolezza che nessuno può risolverla con la bacchetta magica. La Sardegna è la prima Regione che recepisce in maniera operativa e con proposte concrete e straordinarie la richiesta del tavolo delle Regioni del sud avanzata a Bari nel settembre scorso all’esecutivo nazionale di prevedere soluzioni immediate per l’agricoltura nei territori più marginali".

 

E’ DRAMMATICA LA SITUAZIONE IN SARDEGNA IN MANCANZA DI STRATEGIE PER IL FUTURO

SCUOLA E FORMAZIONE

Mentre proseguono le polemiche e le discussioni innescate dai tagli alla scuola pubblica, che ha gettato nella disperazione, anche in Sardegna, tanti lavoratori precari, arrivano alcuni interventi i quali, nelle intenzioni degli Amministratori regionali, si propongono di provare a tamponare le situazioni di emergenza che si sono venute a creare in seguito a quello che viene definito solo un anticipo rispetto a quello che potrà accadere nei prossimi anni. Le previsioni sono infatti davvero drammatiche: in Sardegna sono a rischio di chiusura, nei prossimi anni, centinaia di autonomie scolastiche e centinaia di plessi, attualmente sottodimensionati rispetto ai dettami normativi nazionali. In termini di posto di lavoro ciò significherà una autentica mattanza.  Se si considera infine che, già quest’anno, l’ufficio scolastico regionale ha fatto in organico di diritto più tagli di quelli previsti dal Ministero della Istruzione, eliminando 121 posti di lavoro in più rispetto a quanto gli era stato richiesto, non c’è da aspettarsi davvero nulla di buono. In questa situazione, l’Assessorato Regionale della Pubblica istruzione ha emanato il decreto che assegna le risorse alle scuole pubbliche primarie e secondarie di primo e secondo grado della Sardegna per gli interventi a sostegno dell’autonomia organizzativa e didattica e contro la dispersione scolastica. Le risorse, per l’anno scolastico 2009-2010, ammontano a 19milioni e 800mila euro e dovranno essere utilizzate, nell’ambito dell’autonomia della scuola, per azioni didattiche finalizzate al consolidamento delle competenze di base degli studenti e che dovranno vedere l’impiego, in via prioritaria, dei precari che, pur avendo lavorato lo scorso anno, sono rimasti, in questa tornata, senza incarico. I fondi, ripartiti tenendo conto dei criteri della popolazione scolastica per istituto, della presenza di disabili e del numero di istituti afferenti a ciascuna autonomia scolastica, dovranno finanziare azioni funzionali all’autonomia scolastica; attività preordinate al recupero degli alunni a rischio di insuccesso scolastico, al sostegno degli alunni diversamente abili, al tutoragg
io, all’orientamento e all’accompagnamento degli allievi degli Istituti secondari superiori in occasione di stage presso le varie realtà produttive e culturali; attività di ampliamento del tempo scuola nella scuola primaria impostate tendenzialmente al modello del tempo pieno. E’ prevista inoltre la costituzione di un’equipe per attività finalizzate al recupero e al riallineamento delle competenze di base e di quelle tecnico/professionali, attraverso la sperimentazione metodologica di recupero anche individualizzato ed il rafforzamento della motivazione allo studio. Per le scuole superiori si prevede la realizzazione di un percorso didattico integrativo di quello curriculare, previsto durante il normale orario delle lezioni, basato sulle attività pratiche presso le realtà aziendali. Si ipotizzano cicli di esercitazioni nei cantieri edili, per gli studenti degli istituti per geometri e periti edili, nei laboratori chimici e aziende metalmeccaniche, nelle aziende informatiche e delle telecomunicazioni, nelle aziende ricettive e del turismo, nelle aziende agroalimentari per gli studenti dei vari istituti tecnici e professionali di Stato e nelle aziende pubbliche o di servizi per i licei. Notizie importanti anche per gli studenti "più grandi". L’Agenzia regionale per il lavoro ha pubblicato infatti i nuovi avvisi 2009 relativi al programma Master and Back, la cui finalità è il potenziamento del sistema alta formazione/lavoro della Regione nel suo complesso.  Gli avvisi sono riconducibili a tre macro-aree: alta formazione, tirocini e percorsi di rientro. Proprio quest’ultima è l’area con la maggiore dotazione finanziare. Sono stati stanziati infatti 14 milioni e 900 mila euro. Il finanziamento è concesso per la partecipazione a percorsi di rientro finalizzati al ritorno in Sardegna e all’inserimento nel mondo del lavoro dei laureati sardi che abbiano concluso un percorso formativo di eccellenza al di fuori del territorio regionale.  Per l’area "tirocini" sono stati invece stanziati 3 milioni di euro. Il finanziamento è concesso per la partecipazione a percorsi di tirocinio presso organismi di riconosciuta qualità e reputazione a livello internazionale, che operano al di fuori del territorio regionale e che abbiano avuto inizio a partire dal 1° luglio 2008 o che dovranno avere inizio entro il 31 marzo 2010. La durata minima dei percorsi ammessi è di sei mesi. Infine, per l’area "alta formazione artistica e musicale" sono stati stanziati 500 mila euro. Il finanziamento è concesso per la frequenza di percorsi svolti interamente fuori dal territorio regionale, che abbiano avuto inizio a partire dal 1° luglio 2008 o che dovranno avere inizio entro il 31 marzo 2010. La durata minima dei percorsi ammessi è di sei mesi. Si tratta certamente di interventi importanti, posti in continuità rispetto a quanto operato nel recente passato. Tuttavia quello che per il momento manca è una strategia di medio e lungo termine, teso a salvare l’ossatura fondamentale del sistema regionale della istruzione e della formazione, e di impostare la prospettiva di quella scuola di qualità attorno alla quale provare a costruire un progetto di sviluppo nuovo per l’intera isola.

Roberto Scema

ENTRO SETTEMBRE LA TIRRENIA SARA’ PRIVATIZZATA

L’ANNUNCIO DEL MINISTRO MATTEOLI

Il governo punta a completare la privatizzazione di Tirrenia per settembre 2010: lo ha detto il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, spiegando che verrà pubblicato il bando per le manifestazioni di interesse ad acquisire la holding Tirrenia e la flotta regionale siciliana Siremar. Per le altre tre flotte regionali sono stati invece raggiunti accordi per il trasferimento alle rispettive Regioni (Toremar alla Toscana, Caremar alla Campania, Saremar alla Sardegna) che è diventato effettivo, ha spiegato il ministro, con la pubblicazione del relativo decreto. «Parliamo di una prima fase, il bando per le manifestazioni d’intenti che partirà nei prossimi giorni per poi arrivare a concludere tutta l’operazione a settembre 2010, quando Tirrenia passerà totalmente ai privati», ha spiegato Matteoli. La gara «di evidenza europea» riguarderà la privatizzazione della holding e della flotta regionale Siremar. Per le altre tre flotte regionali, «con la pubblicazione sulla Gazzetta del decreto, le Regioni sono diventate protagoniste dell’operazione» acquisendole.

 

APPROVATA L’OPERAZIONE: E’ FUSIONE TRA DUE SOCIETA’

                 MATRIMONIO TRA "MERIDIANA" E "EUROFLY"       

Meridiana approva la fusione con Eurofly e si prepara a cambiare nome. L’ok al progetto è arrivato al termine del consiglio di amministrazione della società olbiese che d’ora in poi dovrebbe chiamarsi Meridiana Fly. Lo stesso progetto è passato al vaglio del cda fiume tenutosi dalla società controllata. Eurofly, compagnia in constante perdita, ha infatti tutto da guadagnare dalla fusione con una società che nonostante un leggero calo e la crisi del settore, si presenta solida. Nel dettaglio dovrebbe essere la capogruppo a cedere la propria quota relativa all’aviazione (la compagnia aerea in senso stretto) che insieme alla controllata Eurofly dovrebbero confluire in una nuova società. Meridiana spa tuttavia non scomparirà del tutto, dovrebbero rimanere in piedi, infatti, tutte le società partecipate come il polo manutentivo o la società di promozione Wokita. Con questa operazione la compagnia dell’Aga Khan intende consolidare la propria posizione nel mercato presentandosi finalmente compatta e attirando così gli interessi di eventuali partner internazionali intenzionati a espandere la propria attività nel territorio italiano. Finora, infatti, il gruppo si presenta disomogeneo, composto da una società con sede a Milano e con i conti in profondo rosso e una a Olbia: una incentrata sui voli di medio raggio e una sui voli di linea. Sembra invece esclusa, almeno per il momento, l’interessamento della British Airways che si è fusa con Iberia
dando vita a un vero colosso dei cieli. E proprio il vettore spagnolo è socio del gruppo olbiese nel nuovo polo manutentivo Meridiana Maintenance.

Annalisa Bernardini

LA TERRA, IL LAVORO, IL FRUMENTO: DAL NEOLITICO AI MONTI FRUMENTARI

        IL GRANO NELLA STORIA DEI SARDI       

Il cibo è storia. Per lungo tempo la storia dei Sardi è stata soprattutto storia del grano, da cui essi hanno tratto il principale nutrimento, il pane; ed è anche storia di quei popoli che nel corso di alcuni millenni, attraverso i rapporti perlopiù di dominio, di quel grano si sono appropriati. Dalla grotta "Sa ucca de su tintirriolu", sito di epoca neolitica nel territorio di Mara (SS), provengono i più antichi cereali ritrovati in Sardegna. Depositi di grano e orzo di epoca nuragica sono stati rinvenuti in diverse località dell’isola (Nuraghe Genna Maria di Villanovaforru, Nuraghe Durdole di Orani). Fu proprio la presenza del grano a richiamare in Sardegna i punici, che vi stabilirono le loro colonie. Nel I secolo ac Cicerone indica la Sardegna, insieme all’Africa e alla Sicilia, tra le fonti di approvvigionamento di cereali per lo stato romano. Le fonti ricordano anche i frequenti abusi fiscali subiti dai sardi ad opera dei governatori dell’isola. Depositi per lo stoccaggio esistevano nelle città costiere. Un insediamento era prossimo al porto di Cagliari, a Cellarius (dal latino Cella = granaio, Selargius), dove in grandi magazzini si ammassavano i cereali provenienti dalle pianure dell’entroterra e destinati all’esportazione. La toponomastica medievale, ricca di toponimi come Orrea, Argiolas, Laores, fa ritenere che la coltura dei cereali fosse praticata, seppure in misura diversa, in tutta l’isola. Risalgono all’epoca giudicale, ai secoli tra il XI e XIII, i primi documenti "sardi": Contaghi, Carta de logu, Carte volgari che contengono notizie sull’organizzazione produttiva e sociale delle campagne. Principale risorsa dell’isola, il grano veniva scambiato in varie forme: baratto, commercio, dono. Fungeva anche da moneta e merce di scambio nella retribuzione di prestazioni di lavoro ed in generale nelle transazioni economiche locali. Si sviluppò così a Cagliari, ma anche ad Alghero e di riflesso a Sassari, una fiorente colonia di mercanti genovesi, catalani, valenziani e maiorchini interessati a diverse attività: e sul grano che si concentrerà il commercio più fiorente, perché il grano sardo era particolarmente ricercato per la qualità e il basso costo. Lo sviluppo della cerealicoltura sarda doveva tuttavia fare i conti con l’irregolarità dei raccolti, che spesso si traduceva in vere e proprie carestie a cui si aggiungevano le invasioni di cavallette, la siccità, le pesti. Il prezzo del grano veniva fissato d’imperio. Per poter esportare era necessario ottenere una licenza chiamata "saca". Il prezzo subiva forti variazioni da un anno all’altro e da regione a regione. Se ad esempio, nel 1353 nell’Arborea, il grano costava 5-6 soldi a starello, in territorio sottomesso d’Aragona, ne costava più di 8. Sulla proprietà delle terre da grano si sono costruite in grande misura le gerarchie sociali, fin dall’epoca giudicale. I contadini hanno provato ad attenuare la durezza delle proprie condizioni di vita, unendosi in corporazioni. Dalla condizione dei cereali dipendeva innanzitutto la vita stessa delle popolazioni dell’isola, la cui sopravvivenza fu insidiata per secoli da terribili carestie, dovute a condizioni climatiche avverse e a devastanti infestazioni di cavallette. Associate nella memoria dei sardi ai cosiddetti "anni della fame", le carestie seminavano morte nei villaggi, fino anche a determinare lo spopolamento e l’abbandono, e scatenavano ricorrenti "moti del pane" fra le plebi urbane affamate. Proprio per far fronte alla perenne aleatorietà della produzione granaria e per sottrarre i contadini alla dipendenza del prestito usuraio, a partire dalla seconda metà del 600 sorsero nelle comunità rurali i Monti granatici, destinati alla produzione, allo stoccaggio e al prestito di grano e orzo. Le scorte annuali di grano delle famiglie erano però esposte al furto e al danneggiamento. A difesa della tranquillità della vita nelle campagne, e in particolare per proteggere i campi di grano da irruzioni e sconfinamenti di pastori e greggi, le comunità si dotarono di un corpo di polizia rurale, il barracellato, pienamente attivo sino ad oggi.

Massimiliano Perlato

3 risposte a “Tottus in Pari, 269: centomila i sardi all'estero”

  1. Gentilissimo Direttore. Centomila sardi all’estero….? Penso che siano pochi inquanto: a come mi risulta siamo più o meno 30000 solo in Belgio.Perció visto il vostro interessamento, è meglio fare più luce su questo argomento.” Sono curioso di saperlo….!”

    Grazie. Saluti a tutta la direzione.

  2. Grazie Max, Juan Merello Coga e il Comitato del Circolo Radici Sarde ti ringraziamo di cuore! Veramente é stato un Premio molto apprezzato da lui e da tutti noi! Cari saluti,

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