La studiosa Silvia Finzi percorre due secoli d'emigrazione: italiani di Tunisi, radici lontane

di Carlo Figari

 

La famiglia Finzi da Livorno arrivò a Tunisi nel 1821 dopo il fallimento dei primi moti carbonari. Il giovane Israele aprì la prima tipografia nel quartiere della Medina, su un lato del Palazzo Gnecco che poi accolse una sezione della mazziniana Giovine Italia e nel 1838 ospitò Giuseppe Garibaldi. Con l’avvento del protettorato francese la tipografia si spostò nella città nuova, in Rue de Russie, dove tutt’oggi hanno sede le Edizioni Finzi. In quell’edificio dal 1956, data dell’indipendenza della Tunisia, si stampa il "Corriere di Tunisi", ultima voce della comunità italiana nel paese nordafricano. «Il giornale fu fondato da mio nonno Giuseppe e sin dall’inizio prese posizione contro il colonialismo, sostenendo l’indipendenza dei popoli e delle nazioni, prima fra tutte la Tunisia», così dice Silvia Finzi, 55 anni, due figli, docente di Lettere presso il dipartimento d’italiano dell’università di Tunisi. Studi in Francia e in Italia, poi il ritorno in Africa per lavorare nella redazione del Corriere. Docente all’università ha avviato iniziative culturali che ruotano attorno ai grandi temi dell’immigrazione italiana in Tunisia. Non ultimo il progetto della "Memoria", giunto al sesto volume con un gruppo di ricercatori dei due paesi. Ha partecipato  a Cagliari al convegno "Il Mediterraneo che unisce: Sardegna e Tunisia tra passato e presente", organizzato dall’associazione culturale "Giorgio Asproni" nella sala consiliare del Palazzo Regio. Con lei Santi Fedele (università di Messina), Giuseppe Continiello, Claudio Ortu e Gianfranco Tore dell’università di Cagliari, ha presieduto Idimo Corte, presidente dell’Asproni, ha coordinato lo storico Stefano Pira. «L’intento dell’incontro è di ripercorrere le tappe dell’immigrazione italiana in Nord Africa che dall’Ottocento in poi diede vita – sottolinea Idimo Corte – a una serie di forme associative quali le società di mutuo soccorso, circoli culturali e sportivi, determinanti nei processi di formazione delle élites. Questi gruppi poterono diffondere progetti politici diversi e strategie culturali di consenso o di opposizione al potere. Si può ben dire che la comunità italiana, che aveva profonde radici nel nostro Risorgimento, si integrò con le vicende politiche del particolare contesto tunisino». Agli inizi del Novecento gli italiani erano tra 100 e 150 mila. Forte era anche la presenza dei sardi che sin dall’Ottocento sbarcarono numerosi. Nel sud del paese si sviluppò una colonia di minatori specializzati del Sulcis e sardi furono scrittori come Aurelio Demontis (che scriveva romanzi in francese) e intellettuali antifascisti. Gli italiani cominciarono a calare vertiginosamente dal 1943 quando i francesi espropriarono le terre, chiusero scuole, ospedali e associazioni (come la Dante Alighieri). Il colpo decisivo fu dato da una legge per cui tutti gli italiani nati in Tunisia assumevano la nazionalità francese. Così Silvia Finzi, che all’epoca dell’indipendenza aveva appena due anni, si ritrova con tre passaporti e triplice identità linguistica: in famiglia parla italiano, fuori arabo e francese. «La nostra comunità ha appoggiato l’indipendenza, poi però ha pagato pesantemente il processo di nazionalizzazione», spiega la studiosa. Una legge del 1959 impedì ai giovani italiani di lavorare per lasciare posto ai tunisini. Questo fatto comportò l’esodo in massa non solo dei giovani, ma anche degli anziani: «In Italia – dice -rientrarono migliaia di profughi. Oggi della vecchia comunità siamo rimasti appena in tremila». I Finzi sono stati testimoni di due secoli. Da sei generazioni stampatori ed editori. Il Corriere di Tunisi, che riprende nella testata un giornale pubblicato dal 1859, oggi è l’unico di lingua italiana: esce con cadenza bimensile e una tiratura di cinquemila copie. Il padre di Silvia, Elia, 82 anni, lo dirige insieme a tutta la famiglia. «Agli esordi – racconta la docente – era settimanale e diffondeva 25 mila copie, poi la riduzione della popolazione italiana ha portato al ridimensionamento del nostro giornale che, però, continua ad essere un importante punto di riferimento, anche grazie al sito web». Ricorda che il momento più difficile fu tra il 1964 e il 1970 quando il governo tunisino decise di nazionalizzare tutte le terre degli stranieri, provocando un rimpatrio in massa degli italiani. Furono anni di crisi perché la comunità era ben radicata nella società e nel territorio: «Basta pensare – rileva – che il nostro lavoro di ricerca ci ha portato a contare 119 testate italiane pubblicate in due secoli». L’analisi della stampa riflette il clima politico dei diversi periodi storici: prima dell’avvento del protettorato francese (1868-1881) e negli anni Quaranta-Cinquanta si schierò in difesa degli interessi italiani, tanto che Parigi vietò le pubblicazioni riprese solo dal 1956 dopo la conquista dell’indipendenza. Durante il Ventennio in Tunisia i giornali si divisero tra fascisti e antifascisti. Tra le voci più coraggiose "Il Giornale" diretto dal sardo Velio Spano e Giorgio Amendola, dirigenti in esilio del partito comunista. «Il nostro Corriere – conclude Silvia Finzi – prosegue nel solco della tradizione raccontando i cambiamenti in atto e un processo di avvicinamento all’Europa mediterranea con scambi economici, culturali e il turismo».

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