L'isola dei miei naufragi

di Maria Lai

 

Ero convalescente e il clima del mio paese, in alto sulla montagna, minacciava la mia fragilità. Fui affidata agli zii che non avevano figli, ma se dall’età di due anni non tornai in famiglia che al tempo della prima adolescenza, non fu per un progetto di adozione. Quel primo distacco fu una specie di profezia. La mia salute tardava a ristabilirsi, tenendo tutti in allarme per un tempo più lungo del previsto. Più di una volta, le malattie sono state complici delle mie scelte. Della famiglia vedevo spesso solo mio padre, che per i suoi impegni di veterinario nella zona veniva spesso a trovarmi e anche perché le sue visite erano una festa per me. Madre e fratelli erano quasi estranei. Avevo quattro anni quando gli zii diedero ospitalità a due carrozzoni di zingari. Avevano cercato rifugio in Sardegna durante la prima guerra e disperavano di ripartire. I loro carrozzoni, difficili da imbarcare, restarono quindi posteggiati per più di un anno a pochi passi dalla casa degli zii. Gli zingari lavoravano nei campi ma praticavano anche la loro attività di acrobati e giocolieri, a cui venivano allenati anche i loro tanti bambini. Fui accolta e frequentai i loro giochi. Imparavo un po’ delle loro abilità e facevo spettacolo per gli zii che mi applaudivano. Quando gli zingari dovettero partire, con la complicità dei loro bambini mi nascosi in un carrozzone. Solo in viaggio fu scoperta la mia fuga. Gli zingari mi trovarono addormentata e tornarono indietro durante la notte per riportarmi in braccio agli zii. Ma io continuai a viaggiare per anni, con la fantasia, su quei carrozzoni. La mia vita con gli zii fu un grande viaggio nella fantasia, nella vastità della grande casa, della campagna, dei giochi. Ero analfabeta ma piena di favole. Ciò che ho fatto dopo, da adulta, è iniziato a quell’età. Mani, occhi, parole, diventavano collegamenti tra realtà e sogno. Mancarono gli zii. La mia vita cambiò. I miei studi erano insufficienti, quando fui mandata a Cagliari a frequentare le scuole secondarie. Ero in ritardo su tutto, ma tra i banchi di scuola trovai quello che doveva diventare il mio più grande maestro e amico. Con Salvatore Cambosu entravo nel mondo della poesia e la scuola diventava affascinante, anche se restavo chiusa nell’inesauribile bisogno di spaziare "altrove". Dopo qualche anno ci  fu la mia partenza dall’isola. Il motivo non trovava giustificazione, ma mio padre sperava di vedermi tornare delusa dalla grande città. "Ti passerà". Mio padre era preoccupato, ma non mi imponeva la sua volontà. L’arte era per lui un argomento astratto. Per mia madre l’idea di una emancipazione significava scandalo. Io cosa pensavo? Semplicemente, io non pensavo. Come quando disegno su una pagina bianca e so che solo alla fine potrò vedere l’immagine. Quella partenza era la mia pagina bianca "La vita è una frase incompiuta" diceva Virginia Wolf, solo la morte la conclude. Gli anni di guerra, vissuti prima a Roma, poi a Venezia, mi tennero lontana dagli affetti familiari, e dalla mia isola. Ero all’estero, doppiamente straniera. Anzitutto per essere sarda, poi per essere donna, unica donna a Venezia tra gli allievi di Arturo Martini. Ma essere donna a Venezia fu per tre anni la mia più grande scommessa. Arturo Martini, nella sua altissima statura di artista, era pur sempre di quella generazione che non dava spazio al femminile nell’arte. "Qui si fa sul serio" mi diceva come a un essere ingombrante. Non intuiva, nel frastuono della guerra, i movimenti della storia. Eppure non dubitavo di essere al posto giusto. Ero più serena che in Sardegna. Alla Sardegna pensavo col rimorso di un tradimento, ma per quanto crudele fosse quella distanza dalla mia famiglia, sapevo che era l’unica possibilità di costruire la mia vita. Quando, nel quarantacinque, da Venezia tornai in Sardegna, passando per Napoli, approdai come un naufrago nel porto di Cagliari, sulla scialuppa di una nave che in viaggio si era scontrata con un’altra imbarcazione. Fui accolta in famiglia come una miracolata. L’idea di una futura partenza diventava improponibile. Mi ammalai . Il medico, lo zio Manfredi, mi disse:"se non mi aiuti non ti tiro fuori". Voleva che io tirassi fuori la mia voglia di vivere. Ma per vivere dovevo trovare una ragione. Furono tre  gli angeli del mio volo successivo: lo zio Manfredi, tirandomi fuori dalla malattia. Salvatore Cambosu, con la sua fiducia nella mia possibilità nell’arte, nonostante   le convenzioni di quel momento storico, Lorenzo, il più giovane dei miei fratelli, la cui tragica fine: "La vita è breve, non perdere tempo". Ripartii per Roma, sostenuta ancora da mio padre che si arrendeva all’evidenza di una figlia incapace di realizzarsi secondo le regole della sua logica, Oppure, come diceva, ero una capretta ansiosa di precipizi, che non si poteva tenere nel recinto, anche se il lupo la stava aspettando. Le mie montagne non sono poi tanto terribili, se, oltre ai precipizi e ai lupi, ci sono anche le nuvole. Eccomi infine all’ultimo mio naufragio in Sardegna. Che non è un "ritorno a casa".Il viaggio è la casa. Non solo la mia casa, ma quella di tutti noi. Siamo sulla terra, che gira a circa trenta chilometri al secondo, in un viaggio che è pur sempre un viaggio speciale, dove non si distingue la partenza dal ritorno. La vera nostalgia non è quella per un’isola. E’ l’ansia di infinito.

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