Testimonianza di un sardo che ha vissuto in Abruzzo il terremoto: il ladro che ruba il domani

di Antonio Zucca

 

Un giorno e un’ora che gli abitanti dell’Aquila non dimenticheranno tanto presto. Ventidue secondi che hanno sconvolto la vita di oltre 70mila persone. Ventidue secondi che mi tornano in mente non solo tutti i giorni e tutte le notti, ma anche ogni qualvolta che entro in un posto un po’ buio, sia esso una galleria dell’autostrada o semplicemente in camera da letto quando è ora di dormire. Che incubo quel 6 aprile, le scosse che continuano per tutta la notte, le persone che piangono, la luce che non c’è, i cellulari che non funzionano e non puoi avere notizie della figlia sposata, lampi che vanno al contrario, nascono dalla terra e si scaricano per aria illuminando quella notte di paura. Ma la paura vera, quella che spaventa tutti è il gas, quel gas che respiri, che ti fa tossire e non ti fa respirare ed immagini da un momento all’altro esploda bruciando tutti. All’alba ci rendiamo conto che una portentosa macchina dei soccorsi è già all’opera, come se tutti sapessero da tempo ciò che doveva succedere. Una domanda ci perseguita: possibile che solo noi non sapevamo nulla? Che ingenui, anche noi avremmo dovuto saperlo, erano mesi che quelle scosse ci perseguitavano, che ci avevano abituato a saltellare sulla sedia ogni volta che sentivamo i mobili scricchiolare. E quella notte intorno alle 23 la prima scossa forte che spaventa non poco. Intorno all’1 e 30 un’altra scossa ancora più forte della precedente. Tutti fuori, chiacchieriamo un po’ tra i vicini per rincuorarci a vicenda ma poi alle 2 e 30 tutti a letto. Forse il terremoto era quello e quindi potevamo star tranquilli, era tutto finito. Mai errore fu più grande. Alle 3 e 32 un rumore improvviso, raggelante ed assordante come un forte tuono entra in casa nostra come fosse un ladro. Un ladro che ci ruba il domani. Ci svegliamo di soprassalto: tutto intorno a noi si muove. Il letto sbatte da una parete all’altra e non ci permette di scendere. E’ buio, la porta è lì ma non riusciamo ad arrivarci. Ogni passo che facciamo ci troviamo sempre allo stesso posto. Poi riusciamo ad arrivare alle scale, siamo scalzi e sentiamo sotto ai piedi i cocci dei vasi ed i vetri dei quadri che abbellivano le rampe della scala. Finalmente siamo fuori, sopra di noi un cielo stellato e buio ed un silenzio assordante. Improvvisamente un nuovo boato. Questa volta non è il terremoto ma la splendida Cattedrale di Collemaggio che perde la sua battaglia e ci fa assistere al crollo della cupola sollevando un’enorme nuvola bianca di polvere. Intorno a noi solo puzza di gas, polvere e distruzione. Gente che inizia a realizzare il dramma e che piange per un parente od un amico che non trova o per una vita di lavoro finita in 22 secondi interminabili. E’ ancora buio e una nuova scossa ed un nuovo boato ci assalgono. Ci stringiamo in un silenzioso panico e girandoci verso casa, la vediamo lottare anche per noi. Resiste al sisma colpo su colpo: se ce la fa lei, possiamo farcela tutti, perché avremmo qualcosa da cui ripartire. Questa è la frase che riusciamo a dire. Una cosa che non aveva sfiorato nessuno era il pensare di non poter rientrare in casa appena finite le scosse. Cosa che purtroppo è divenuta realtà alle prime luci di un’alba che illumina una realtà più grande del nostro immaginare. La casa ha tenuto ma le pareti sono tutte lesionate. Non basterebbe un libro per parlare di quella notte, del corri corri in città alla ricerca di amici e parenti, del frenetico scavare a mani nude alla ricerca di un lamento che senti ma non vedi ma soprattutto del ritrovamento delle prime vittime. Una realtà che stringe il cuore. In mezzo a questo inferno la cosa più importante diventa il cellulare: bisogna assolutamente sentire le figlie e capire come stanno. Trovo un’incredibile solidarietà, oltre ad i familiari, che preoccupati chiamano in continuazione, quella di tanti amici di una vita. Una solidarietà che mi fa piangere in continuazione. Il vero terremoto per noi arriva comunque giorni dopo, quando ci si rende conto che non potendo più entrare in casa, l’unico tetto è la macchina. Non siamo più dei ragazzi, tutt’intorno a noi la neve sui monti è ancora fresca e di notte fa molto freddo. Le gambe non riescono a stendersi. La soluzione anche se temporanea ce l’ha data l’unione delle nostre famiglie sarde: una di Tonara (Antonio Zucca) ed una di Narcao (Zedda – Tendina), incrociate con una famiglia dell’Aquila (Marino Rossi). In tutto 18 persone di cui 2 ultraottantenni e 4 bambini sotto i 6 anni. Bambini sempre terrorizzati che non si staccano mai un attimo dai genitori, vincolandoli anche dal punto di vista lavorativo. Un problema non da poco se si pensa che un padre lavora con una ditta di camion addetto alla rimozione macerie; l’altro ha una azienda agricola con tanti animali da accudire giornalmente. C’è un negozio di famiglia distrutto dal quale recuperare almeno il materiale giacente. Mia figlia lavora per il 118 ed il marito come elettricista in ospedale. Oggi c’è bisogno di tutti. Intanto comprato un bel po’ di legname e dei grandi teli di plastica ci siamo costruiti un tetto dove stare tutti insieme e dove poter cucinare. C’è un continuo via vai di volontari che vengono da tutta Italia e ci offrono tutto quanto serve per la sopravvivenza. Il grosso problema sono i bambini ed i nonni: abbiamo le case in Sardegna e vorremmo mandarli al sicuro. Nonostante questa terribile prova che ci è toccata, la vita continua e come sempre sapremo rialzarci e camminare di nuovo con le nostre gambe. Principalmente perché nel marzo 2010, mia figlia che aspetta un bimbo, mi farà diventare nonno.

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