Cosa c'è dietro il definitivo crollo dell'industria in Sardegna? Le chimere chimiche

di Massimiliano Perlato

 

La grande industria in Sardegna è finita, o forse non è mai esistita. Parliamo della grande industria, quella che oltre a produrre è capace di fare innovazione e ricerca sul territorio, di collegarsi con il mondo dell’università e da questa trarne le ragioni per crescere, connessa al mondo della formazione e quindi della crescita culturale dei contesti dove è inserita. Salvo qualche rara eccezione nel settore minerario, nulla di tutto questo la Sardegna ha mai avuto. Ma non si può parlare di sistema industriale riferendoci a qualche mosca bianca. L’unica vera ragione di sussistenza dell’industria nel nostro contesto regionale è stata la generosa elargizione di fondi pubblici, erogati sotto varie forme. In loro assenza si è verificata la fuga, non solo dell’imprenditore ma a volte anche degli impianti comprati con i soldi pubblici. L’ennesima dimostrazione accade a Ottana in questi giorni e si chiama Equipolymers, azienda che produce polimeri e in particolare il Pet (quello per le bottiglie di plastica). Ebbene, l’azienda di proprietà della multinazionale Dow Chemical vuole andare via e quindi chiudere tutto. "Allora si possono vendere gli impianti", potrebbe pensare qualcuno. Effettivamente la Dow mette in vendita. Si presenta un solo acquirente. Il proprietario, dopo aver analizzato l’offerta, decide che non si vende più, semplicemente si chiude e si va a casa. Dow Chemical aveva ricevuto solo pochi anni fa circa 35 milioni di euro di fondi pubblici per rinnovare gli impianti e quindi consolidare la sua posizione nel territorio. Gli investimenti sono stati fatti e i 120 lavoratori sembravano rassicurati per il loro futuro. Non è bastato. Ora siamo pure al surreale: gli azionisti di maggioranza dell’azienda continuano a dichiarare di voler vendere, ma a qualcuno che non sia loro diretto concorrente. In tempi di globalizzazione chiunque può essere tuo concorrente, per cui Dow Chemical non può pensare che se qualcuno compra la sua fabbrica non possa poi presentarsi sul mercato americano o asiatico e tentare di piazzare il prodotto e quindi tentare di acquisire nuovi clienti a discapito di altri. La motivazione risulta quanto mai debole. Come spesso accade in questi casi si preferisce tener chiuso piuttosto che vendere. Il vero problema di quest’Isola è che ancora nessuno, purtroppo, ha avuto la voglia e la capacità di costruire qualcosa di diverso e di alternativo utilizzando la materia prima effettivamente disponibile. Ci siamo affidati ai grandi investimenti che hanno prodotto molte chimere e qualche ciminiera.

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