Massimo Moratti, presidente di calcio e potente petroliere, cosa nasconde in Saras?

di Michela Murgia

Leggevo la notizia dell’uscita di FAQ Inter, il libro confessione di Massimo Moratti sulla sua squadra, tutto quello che ha deciso di dirci sullo scintillante mondo nerazzurro anche se non volevamo magari saperlo. Non ho potuto fare a meno di avere pensieri cinici perché ho letto che il Moratti stesso ha motivato così questa fatica editoriale: "Per me scrivere ‘FAQ Inter’ è stato un fermarsi, mettere il punto e cercare di capire dopo un certo periodo perchè ho fatto determinate cose e come le ho fatte. Molte volte non hai il tempo di pensarci su, mentre l’obbligo di scrivere sul tuo lavoro ti mette in condizione di darti delle risposte che sul momento non avevi considerato". Parole forti e profonde, che rivelano quale mole di introspezione ad un uomo occorra fare sulla sua coscienza per parlare intensamente di calcio definendolo il proprio "lavoro". Parole tanto forti che uno quasi quasi si potrebbe dimenticare che il lavoro di Massimo Moratti in realtà non è il calcio, ma il petrolio. Solo che mentre del "lavoro" calcistico il presidente Moratti ha così tanta voglia di parlare da scriverci sopra un libro, dell’altro mestiere, quello vero, quello del petrolio, non solo non vuole parlare affatto, ma non vuole nemmeno che ne parlino gli altri. Pare infatti che il 7 agosto scorso i fratelli Moratti si siano rivolti al Tribunale Civile di Cagliari per chiedere in tutta Italia la censura del film "Oil", il lungo documentario di Massimiliano Mazzotta sulla Saras, gigantesco impianto di raffinazione che i Moratti possiedono in Sardegna a due passi da Cagliari, e che essi stessi definiscono "la più grande raffineria del Mediterraneo per capacità produttiva". Il documentario non è esattamente una bomba, perché non contiene niente che non sia già noto a chiunque viva in zona; si limita giusto a mettere in fila una serie di interviste a lavoratori, loro familiari, dirigenti Saras ed esperti chimici e medici che raccontano, attraverso dati scientifici e vicende personali, il rapporto tra la presenza della Saras a Sarroch e l’aumento di tumori e malattie respiratorie nei dintorni dell’impianto, nonchè il rischio sicurezza che corrono i lavoratori a contatto con le fonti inquinanti. Eppure è bastata questa semplice sequenza di interviste e dati per fare in modo che sin da maggio i Moratti sentissero il bisogno di minacciare azioni legali contro la diffusione del documentario. Sventuratissima casualità ha voluto che proprio in quei primi giorni di rivalsa giudiziaria si verificasse la tragica morte per asfissia da gas tossici di Pierluigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis, tre operai di una ditta esterna che facevano manutenzione alla Saras in condizioni di sicurezza ancora da verificare; prevedibile che sull’onda della tragedia Oil sia diventato il film da vedere assolutamente, proiettato nei festival e nelle sale parrocchiali, nei raduni politici e nelle rassegne estive dei cortili dei comuni di tutta la Sardegna. Insistere giudizialmente in quel momento di emozione mediatica ai Moratti probabilmente sarà sembrato brutto, e come dargli torto. Ma ora che l’estate è passata e i morti Saras sono stati coperti da tutte le altre morti sul lavoro intercorse nel frattempo, torna la carica degli avvocati, che chiedono non solo i danni materiali al regista, ma scrivono anche agli organizzatori del Festival Internazionale del Reportage Ambientale di Genova, dove il film è stato invitato a partecipare, per chiedere che non venga proiettato, non si sa mai che i danni poi li chiedano pure a loro. Al giovane regista di Oil auguro un avvocato che possa competere con la squadra dei legali di una famiglia di petrolieri. A Massimo Moratti auguro di ricordarsi che lavoro fa veramente, cioè quello che gli permette di spendere i miliardi per comprare i giocatori all’Inter. Hai visto mai che gli venga l’idea di scrivere anche un libro intitolato "FAQ SARAS", e tornino magari ad avere un senso cose come "mettere il punto e cercare di capire dopo un certo periodo perchè ho fatto determinate cose e come le ho fatte."

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